giovedì 18 giugno 2026

Natangelo

 



L'Amaca

 


Votare per qualcuno o per qualcosa?

di Michele Serra


Pare che l'assenza della componente di centro del costituendo campo largo al recente incontro tra i leader di Pd, Cinque Stelle, Avs, sia dipesa anche dalla difficoltà di capire chi lo rappresenti, questo benedetto centro. Dato per perso l'irascibile Calenda, ci sarebbero poi Renzi e i suoi, gli europeisti di Magi, l'outsider Ruffini, il Progetto Civico di Onorato, e sicuramente stiamo dimenticando qualcuno.

Chiedere di federarsi in un patto elettorale a dei non federati non è una cosa semplice, si rischia di offendere qualcuno e di lusingare troppo qualcun altro, è come mandare un invito ufficiale all'indirizzo sbagliato. Nell'attesa di sapere di quale legno potrebbe essere fatta la gamba centrista del tavolo «campo largo», i tre partiti già coinvolti, almeno apparentemente, nel progetto, non sembrano troppo dispiaciuti del forzato rinvio di un incontro con il costituendo centro, data la reciproca diffidenza (dovuta anche a oggettive differenze di vedute) tra cinquestelle e centristi. Come chi è costretto da cause non dipendenti dalla sua volontà a rimandare un incontro poco gradito: che ci possiamo fare noi altri, se il centro non ha ancora una forma chiara?

Vedremo di qui a breve come evolve la faccenda. Schlein invita a lasciar perdere il disfattismo preventivo sul campo largo: fa il suo mestiere. Rimane il dubbio che partire dagli schieramenti, ovvero dal «chi ci sta», sia meno rassicurante che partire dal mai abbastanza invocato «che cosa vogliamo fare», ovvero almeno da un abbozzo di programma di governo. Le cose da fare — e quelle da non fare — sono più eloquenti, più qualificanti di un elenco di partiti e partitini. È molto probabile che ai potenziali elettori di un governo di centrosinistra importi prima di tutto sapere per che cosa si vota, e solo di conseguenza per chi si vota.

Grande Pino!

 

I Sette Grandi si nascondono nelle città proibite e dorate 


di Pino Corrias 

L’esibizione di enorme ricchezza sperperata al G7 di Evian non è una svista ma una premessa, una intenzionale rappresentazione del potere offerto agli occhi del 90 per cento del mondo, quello che circonda il nostro, dove si accavallano gli inferni della distruzione, della miseria, della malattia, della siccità. I sette capi del mondo si godono la vista del lago di Lemano dentro l’aria condizionata del massimo privilegio. Vivono nel paese delle favole, dove l’aria e l’acqua sono purissime, i vini non ne parliamo, mangiano aragoste a pranzo, ma volendo anche gli spaghetti al caviale a mezzanotte, ci mancherebbe. Hanno 19 ettari di parco a loro disposizione. 20mila uomini per la loro sicurezza – elicotteri, droni, tiratori scelti, incursori – che perlustrano il cielo e la terra pronti a liquidare qualunque interferenza possa molestare il loro quieto deambulare.

Lo scandalo del Vertice accade con calendario ricorrente. Questa volta l’ha convocato il piccolo re Emmanuel Macron, con Meloni Giorgia che ancora non si capacita di esserci, l’inglese Starmer a fine corsa, il tedesco Merz assediato in patria dai neonazi, e un monumentale Donald Trump che si annoia, caracolla, si schianta sulla poltrona, vuole parlare dei cazzotti visti nel suo circo privato della Casa Bianca, l’altra sera, quando i sudditi della sua orribile America hanno festeggiato i suoi 80 anni con piccole gocce di sangue sul ring e brindisi e fuochi d’artificio e rastrellamenti Ice.

Per discutere di guerre, fame, massacri, clima che uccide, energia che manca, povertà che dilaga, hanno scelto il Royal Hotel, albergo Belle Époque affacciato sull’acqua più limpida d’Europa, circondato dal silenzio dei campi da golf. Perfetto per offrire il contrasto più perturbante tra la disperazione del mondo e il privilegio del potere. Come i re assoluti costruivano Versailles e la Città Proibita per nascondercisi dentro e destinare alla sola immaginazione dei sudditi gli ori e i velluti del comando, così il tecno capitalismo si annette la circolarità pubblica della rete per mettere in scena se stesso. Esibirsi per frammenti. Consentirci di calcolare la sua incolmabile distanza dalle nostre vite quotidiane. Fuori dai cancelli ci sono le immagini che ogni giorno scorrono nei telegiornali del nostro mondo: Gaza ridotta in polvere e macerie, il Libano bombardato un chilometro alla volta, il Sudan dimenticato, l’Iran imprigionato, l’Ucraina assediata, i campi di sterminio in Centro Africa e Myanmar, la siccità africana. I medici che dicono: abbiamo amputato senza anestesia, abbiamo curato senza medicine.

Spendiamo nel mondo 3mila miliardi di dollari in armamenti. Ne basterebbe un terzo per rimediare a fame e malattie. Ma non c’è mai questo riequilibrio all’ordine del giorno. Semmai il contrario, incrementando la capacita di minacciarci a vicenda. E di distruggerci un pezzo alla volta, usando vittime sacrificabili. I 7 grandi del mondo finanziano la gran parte delle guerre, convinti come sono che la sola difesa sia la deterrenza. L’equilibrio della reciproca paura. Nessuno che si sogni di ascoltare il monito appena pronunciato da Leone XIV in Spagna: “La vera sicurezza nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica che sappia anteporre l’interesse dei popoli da quelli che traggono profitto dalla guerra”. Dice la realpolitik che tutto questo è inevitabile. La pace si fabbrica solo con la minaccia. Anche se i summit certificano il contrario, visti gli allestimenti securitari innalzati per difenderli. Ai 7 re serve un castello protetto e ripulito per tenersi al riparo dal disordine che preme. Servono il lago e le tovaglie impeccabili e le armi per fronteggiare l’odio che alimentano, controfirmare accordi d’alta scaramanzia e negli intervalli smaltire un po’ di sonno arretrato.

Il punto di Elena

 

La guerra finisce solo se perdono i “neocon” 


di Elena Basile 

La guerra con l’Iran sembrerebbe aver avuto fine con la firma del Memorandum (Mou) prevista venerdì 19 a Ginevra. Il Mou si regge sul cessate il fuoco anche a Gaza e in Libano. Quindi finalmente avremo gli Stati Uniti che tengono sotto controllo Israele? Secondo molti analisti indipendenti si tratta invece di una guerra di attrito nella quale la “coalizione Epstein” cerca di distruggere la resilienza iraniana. Teheran non recede dai suoi obiettivi e risponde a ogni provocazione. Impone linee rosse che una volta violate vengono sanzionate con le rappresaglie su Israele e sulle basi americane nel Golfo Persico. L’obiettivo occidentale resta quello di indebolire l’alleato della Cina, rivale sistemico, e di destabilizzare il governo teocratico affinché il capitale finanziario Usa in crisi possa nutrirsi di nuove materie prime ed energetiche. La Cina tuttavia è intervenuta con la sua riconosciuta autorità per porre fine al blocco di Hormuz che è contrario ai suoi interessi come a quelli di Washington. Se una svolta positiva ci sarà è grazie a Pechino e alle forze riformiste iraniane che hanno temperato gli obiettivi dei falchi. L’incognita Israele quale variabile impazzita permane.

La nuova guerra, non di territori ma di attrito, continua anche tra Russia e la Nato per interposta Ucraina. Come nota Andrey Bezrukov, un ex agente dei servizi nel discorso al foro economico di San Pietroburgo, gli occidentali punterebbero a colpire grazie al sistema Starlink le infrastrutture strategiche russe e a neutralizzare con sistemi di difesa, come il Golden Dome, le forze nucleari russe. Bezrukov, come già Karaganov, critica la pazienza strategica di Putin e incita all’utilizzo della deterrenza. La prossima tappa dell’escalation viene individuata dall’allargamento del conflitto ad altre regioni e dalla guerra biologica.

I media considerano la comica lettera di Zelensky a Putin una proposta di pace. Di fatto l’Ucraina continua a perdere sul terreno militare, è uno Stato fallito e riceve aiuti dai sempre più stanchi occidentali come anche l’incontro con i tre leader moribondi di Berlino (E3) ha reso evidente. La Russia non può accettare un cessate il fuoco che pregiudicherebbe il suo vantaggio sul campo, a meno che da parte Nato-Ucraina non venisse disconosciuta la strategia di dominio neocon iniziata con la decisione presa nel 1997 di sostituire Onu e Osce con la Nato e di espanderla inglobando anche Ucraina e Georgia. Decisione a cui l’Europa continentale e mediterranea ha tentato invano di opporsi. Finché l’Europa, che non può essere mediatrice essendo cobelligerante, non tornerà a parlare di neutralità ucraina e di Osce, rinunciando all’esercito addestrato ucraino e interattivo con la Nato, la Russia non accetterà precari cessate il fuoco per altrettanto effimeri negoziati. I filoucraini continueranno a massacrare gli ucraini continuando una guerra di dominio nel tentativo disperato di destabilizzare una potenza del surplus. Sui social media, brava gente, miliziani di destra come della falsa sinistra, continuano a parlare di principi: “L’Ucraina ha il diritto di entrare nella Nato e di fare quello che vuole”. Peccato che l’Ucraina dei giovani che muoiono e dei civili che emigrano non sia ascoltata. L’ingresso in un’alleanza militare non è una libera scelta, ma un processo interattivo che deve tener conto degli equilibri geostrategici.

Ezio Mauro, come accade spesso la domenica, ha scritto un lucido editoriale sull’inconciliabilità tra capitalismo finanziario e democrazia liberale. Forse assume sostanze che lo trasformano in Dottor Jekyll mentre durante la settimana Mr. Hyde difende a spada tratta l’ordine liberale contro le malefiche autocrazie? Viene spiegato da alcuni bravi economisti come la centralizzazione dei capitali porti inevitabilmente alla soppressione della democrazia parlamentare e della separazione dei poteri, alla soppressione dei diritti individuali e della libertà di stampa. Per Ezio Mauro questa è una svolta attribuibile alla tecno-destra di Trump, Musk e Thiel. In realtà è un processo che va avanti da decenni, con i Democratici come con i Repubblicani, in Europa con le destre populiste e con la destra tecnocratica (i socialisti europei, il Pd) individuata nel lontano 1996 da Marco Revelli. I meccanismi in base ai quali dal capitale industriale si passi a quello finanziario, alla concentrazione in poche mani del potere economico erano stati illustrati da Rudolf Hilferding nel 1923. Se abbiamo una élitetransnazionale dell’1%, possiamo ancora credere nella concorrenza e nella democrazia liberale? L’involuzione verso l’autoritarismo è in corso, i liberali hanno tradito i loro principi. Linciaggi del pensiero diverso, stampa asservita, spodestamento dei Parlamenti e fine dello Stato, occupato dai poteri oligarchici. Gli esempi si moltiplicano.

Trogloditi pennivendoli

 

Meglio di Alì il Comico 


di Marco Travaglio 

Fischiettano. Quelli che a febbraio invocavano un bell’attacco illegale all’Iran (quando ci vuole ci vuole) per salvare le donne dal velo, innescare la rivolta del popolo persiano che non aspettava di meglio che farsi liberare da americani, israeliani e sunniti, rimpiazzare il regime degli ayatollah con un governo filoccidentale guidato dal popolarissimo Reza Pahlavi jr. e annientare il programma nucleare (già peraltro annientato dai raid del 2025), ora che anche questa guerra è perduta fanno finta di niente. Sembra ieri che, quando il Fatto e pochi altri prevedevano come sarebbe finita, ci davano dei “complici di terroristi e tagliagole” e spiegavano i balsamici effetti della nuova guerra. Come Alì il Comico, ministro della propaganda iracheno, che nel 2003 dalla Baghdad occupata diramava bollettini trionfalistici (“Non c’è alcuna presenza di truppe americane a Baghdad”). Vogliamo ricordarli così, con questa marcia trionfale, a imperitura memoria.

Pina Picierno: “Viva l’Iran libero. Quando viene deposto un dittatore (l’assassinio di Khamenei sr., ndr) , è sempre un giorno di festa per il mondo libero” (1.3).

Luigi Marattin: “I benefici infiniti della rimozione di un regime” (11.3).

Paolo Gentiloni: “Il no alla guerra non basta” (7.3).

Matteo Renzi: “Khamenei e Maduro, grazie Trump” (3.3).

Italo Bocchino: “L’Iran è isolato. Più va avanti la soluzione del problema e meglio è. Dovremmo festeggiare tutti e dire grazie a Trump che finalmente mette mano all’Iran” (3.3).

Corriere della Sera: “Il regime degli ayatollah è fallito da tempo. Nelle piazze c’è chi inneggia alla monarchia e al ritorno del figlio di Pahlavi” (Antonio Polito, 12.1).

Repubblica: “Shirin Ebadi, premio Nobel: ‘Per liberarci l’intervento straniero è indispensabile’” (11.3). “Pahlavi: ‘Sono pronto a tornar per l’assalto finale al regime’” (Maurizio Molinari, 16.4).

Stampa: “Pahlavi scende in campo: ‘Il cambiamento sono io’” (17.1). “Impatti limitati se il conflitto è breve. Dall’Iran libero, benefici alla crescita” (Carlo Cottarelli, 1.3). “Un’azione coordinata per far cadere l’edificio della Repubblica islamica” (Stefano Stefanini, 1.3). “Teheran non ha quasi più lanciamissili” (3.3). “La guerra degli Usa al regime è giusta, ma ora devono andare fino in fondo” (Bernard-Henri Lévy, 8.3). “Shirin Ebadi: ‘Non v’ingannate, il regime è debole. Sarà il popolo a finire il lavoro’” (31.5).

Messaggero: “Una teocrazia sempre più isolata. Un tracollo di Khamenei porterebbe la libertà a milioni di persone” (Alessandro Campi, 12.1).

Giornale: “Il tramonto del regime”, “È una rivoluzione, la spallata è vicina” (11.1).

“Arrivano i nostri”, “Meno male che Trump c’è” (Tommaso Cerno, 14.1). “La forza non ci piace, ma è l’unica via” (Augusto Minzolini, 1.3). “La gioia degli iraniani: applausi alle finestre”. “Ora siamo liberi dal Male, ma non dalla sinistra che tifa islamismo radicale. Thank you, America” (Cerno, 1.3). “Regime spalle al muro” (Fiamma Nirenstein, 7.4).

Libero: “Lo scià Ciro è pronto a governare l’Iran. La folla invoca il ritorno dell’imperatore” (7.1). “L’Iran ci crede: il regime può crollare” (10.1). “La spallata che serve per far cadere la Repubblica islamica” (12.1). “Finalmente!” (Mario Sechi, 1.3). “Trump ha trovato la forza che è mancata ai predecessori” (2.3). “Hormuz chiuso per mancanza di assicurazioni. Ma ora ci pensa Donald…” (Fabio Dragoni, 5.3). “Petrolio e gas in netta discesa. Il panico sui mercati è già finito” (5.3). “Contro le armi di Israele, l’Iran è una tigre di carta” (21.3). “Il fantasma di Khamenei è il simbolo della sconfitta” (24.3). “L’esperto militare Udler: ‘Teheran è crollata per il 70% e gli arabi stanno con Israele’” (31.3). “Le ultime 24 ore dell’Iran”, “La guerra va meglio di quello che tutti dicono” (7.4). “Il regime iraniano dev’essere sconfitto casa per casa come fu per il nazismo” (Giulio Sapelli, 8.4). “L’effetto boomerang che può fregare l’Iran” (Dragoni, 17.5).

Verità: “Ucciso Khamenei. Regime iraniano alle corde” (1.3).

Foglio: “Il regime iraniano si sta consumando”, “Sognare il regime change a Teheran” (rag. Claudio Cerasa, 9.1). “Esportare la libertà a Teheran” (15.1). “Una guerra che l’Iran non sta vincendo” (11.3). “Le strade per un cambio di regime” (20.3). “Il ruggito di Israele per il regime change: è guerra preventiva contro l’Iran”, “Ora un colpo definitivo agli utili idioti dell’ayatollah”, “Perché non c’è momento più propizio di questo per far cadere un regime” (2.3). “Essere antifascisti oggi significa augurarsi un Iran libero” (4.3). “Nel Golfo tutti d’accordo: la fine del regime apre una nuova èra”, “Furia Epica non è illegale” (5.3). “Non aver paura di dire regime change” (6.3). “Sostenere il partito della resa incondizionata. In una settimana Israele e Usa hanno quasi raggiunto gli obiettivi militari” (7.3). “Il giornalista Taheri: ‘Ci sono più Ferrari a Teheran che a Roma. Il regime è finito’” (12.3). “La guerra contro l’Iran non è persa, ma non è ancora vinta” (10.4). “Le tre condizioni per un regime change in Iran” (15.4). “La vittoria immaginaria di Teheran” (5.5).

Riformista: “Spallata finale. ‘Regime al collasso, Israele darà il colpo di grazia’” (9.1). “Teheran, stiamo arrivando”, “Make Iran Great Again” (14.1). “Nirenstein: ‘Restaurazione della monarchia? Reza III si presenta come figura unitaria che può aprire la via alla democrazia” (14.1). “Fate presto” (15.1). “L’Asse del Bene” (3.3). “La guerra di liberazione dell’Iran”, “Una nuova primavera a Teheran” (Gianni Vernetti, 5.3). “La guerra sacrosanta” (7.4). “La notte della Repubblica islamica”, “Reza Pahlavi e il suo successo in Occidente” (8.4). “Nirenstein: ‘Israele vincerà’” (11.4). “Pahlavi alla guida della transizione: gli iraniani non ammettono ambiguità” (Sergio Talamo, 6.5). “Maurizio Molinari: ‘Israele leader del nuovo Medio Oriente’” (8.5).

E pazienza, dài, è andata così.

mercoledì 17 giugno 2026

Può?

 

Può il direttore del maggiore TG nazionale dire queste cose? Non dovrebbe ma, in un paese delle banane come il nostro, questa è purtroppo la regola castale.



Dal G7 3