domenica 14 giugno 2026

L'Amaca

 


Quanto vale un boss ammazzato

di Michele Serra


Il boss della mafia? Gli bombardi la tana e lo ammazzi, come ha fatto l'amministrazione Trump in Venezuela con il capo del cartello Tren de Aragua, tale Guerrero. Può darsi che nel blitz ci abbia rimesso la pelle qualche familiare del boss o qualche passante, ma sono i famosi effetti collaterali. Sottigliezze sulle quali soprassedere a obiettivo raggiunto. Questa è la destra: e si deve ammettere che l'estrema brutalità della soluzione ha una sua tangibile efficacia.

La sinistra, invece. Un rosario interminabile di: scrupoli umanitari, diritti dell'imputato, processo giusto, pena come recupero. E se non bastasse: analisi sociale delle cause, lavoro culturale sul territorio, preti antimafia, magistrati integerrimi, sensibilizzazione nelle scuole, cortei, convegni, titolazioni di alberi e monumenti alla memoria. Non se ne viene più fuori. Vuoi mettere una bomba che incenerisce i cattivi?

Mettete a confronto i due metodi, le due mentalità, e capirete perché la destra minaccia di vincere quasi ovunque. Perché è sbrigativa e manesca, prende a sberle la realtà, vuole ammazzare i criminali, metterli in galera e buttare via la chiave, rimpatriare i migranti, piantarla di farsi domande troppo complicate sui perché e i percome. Lo sappiamo tutti che non funziona, e altri boss, altro male rinasceranno in fretta dalle radici frettolosamente recise. Ma non è questo che conta per la gente spaventata, che è tanta, e per la gente superficiale, che è tantissima. Conta la testa del boss infilzata su una picca. Per oggi ci si accontenta e ci si rassicura, per domani sono già pronte altre picche. La sinistra, che pretende di rimpiazzare le picche con i libri, le costituzioni democratiche, gli assistenti sociali, gli psicanalisti, la pedagogia, ha questo problema quasi insormontabile: i suoi rimedi, le sue speranze, i suoi progetti non si toccano con mano. Valgono per un futuro ancora invisibile, non per le prossime elezioni.

S'incazza pure!

 



Una prece

 

Atterraggio sulla realtà 


di Marco Travaglio 

Se alle anticipazioni sull’accordo di pace nel Golfo – un trionfo per l’Iran e una disfatta per Usa e Israele – sommiamo le ultime notizie dal fronte ucraino, abbiamo un quadro devastante dello stato comatoso in cui versano la presunta Ue e il cosiddetto Occidente, che seguitano a vivere nel mondo delle favole mentre in quello reale non sono mai stati così deboli. 1) La Bulgaria, dopo l’Ungheria (con Orbán e pure con Magyar), la Slovacchia e la Repubblica Ceca, annuncia che non invierà più armi a Kiev. 2) Ben 25 membri della Nato su 32, fra cui Regno Unito, Francia, Italia e Canada, rifiutano l’ideona di Rutte di devolvere lo 0,25% del Pil in aiuti militari all’Ucraina. 3) Nove governi europei su 18 si sfilano dalla Coalizione per le munizioni d’artiglieria all’Ucraina, inclusi i cechi che l’avevano promossa. 4) Gli Usa tagliano un terzo dei caccia e delle navi militari per operazioni Nato in Europa, perché non credono a un attacco russo e comunque Trump e Putin hanno già fatto pace. 5) Nudi senza più l’alibi di Orbán e dei suoi veti, quasi tutti i governi Ue sono ostili all’ingresso accelerato di Kiev, che interessa solo ai Paesi più russofobi (Germania, Polonia e Baltici): gli altri sanno benissimo che l’Ucraina è un Paese fallito da anni, ipercorrotto e tutt’altro che democratico, resterebbe belligerante anche dopo un’eventuale tregua o pace (senza più il Donbass filorusso, l’elettorato si sposterà ancor più a destra) e una volta dentro prosciugherebbe i sussidi per l’agricoltura scatenando rivolte un po’ dappertutto.

6) Dopo l’euforia sul Rearm Eu da 800 miliardi e sul 5% di Pil alla Nato, Ue e Uk, già in bolletta prima della crisi energetica del Golfo e tanto più ora, non sanno dove prendere i soldi per le proprie armi e tagliano quelle all’Ucraina, anche perché i 204 miliardi di “prestiti” fin qui sganciati li rivedremo (se va bene) fra 50 anni. E pochi premier europei sono certi di arrivare a Natale. 7) Nascosti dietro i proclami muscolari, i maggiori governi europei stanno aumentando gli acquisti di gas e petrolio da Mosca e non vedono l’ora di tornare al 2021. 8) Lo stallo sul campo di battaglia degli ultimi mesi, impiegati dai russi a demolire infrastrutture energetico-militari, conferma l’incapacità di Kiev di riprendersi i territori perduti (un quinto del Paese): infatti le sue truppe infieriscono sulla popolazione del Donbass (dallo studentato all’autobus) e su obiettivi civili ed energetici in Russia, collezionando molti titoli sui media e nessun effetto sul piano militare. 9) Dopo 52 mesi di guerra, l’Ue inizia a ipotizzare che forse è il caso di trattare con Putin anche se Zelensky non vuole (sarebbe la sua fine), ma scopre di non avere neppure un mediatore per farlo e la celebre Kallas sta facendo le valigie. 10) Una prece.

sabato 13 giugno 2026

Sognando

 



Cattiveria

 



Aggiornamento

 



L'Amaca

 


Ma Medvedev quanti anni ha?

di Michele Serra


Ma quanti anni ha Dmitrij Medvedev, che posta un video nel quale mette nel tritadocumenti le fotografie dei leader europei, come fanno con bandiere e fotografie i manifestanti in crisi isterica di quelli già segnalati alla Digos? Si tratta di uno dei capoccia del regime di Putin, non di un influencer da strapazzo. Un maschio adulto con responsabilità politiche rilevanti, ex presidente del suo Paese. Uno che, quando parla, si suppone stia pensando a quello che dice.

Beh, questo Dmitrij passa il tempo a giochicchiare come un bambino di dieci anni con il ruolo di bullo, dice le parolacce, minaccia questo e quello, annuncia sconquassi se non gli danno retta. E il fatto che sia un signore apparentemente civilizzato, vestito come un direttore di banca, rende se possibile ancora più incresciosa la sua scompostezza. «Ma chi, Medvedev? Ha detto quelle brutte cose? Non riesco a crederci! Un signore così distinto!»

La psicanalisi in Russia venne messa al bando in epoca sovietica, ma ci sarà pure qualche psicoanalista sopravvissuto disposto ad aiutarlo. E in sua mancanza un amico, un parente, una persona cara che gli dica: Dmitrij, ricomponiti, guarda che così non fai una bella figura. Che un potente si comporti e si esprima come l'ultimo dei fanatici non è un dettaglio: è la sostanza di un'epoca che ha perduto ogni distanza tra governanti e fanatici. Non che si pretenda un Churchill, o un Adenauer, o un Gorbaciov in ogni Paese — per dire quando fare il capo significava anche avere un certo stile. Quello che si chiede è un minimo sindacale di buona educazione, quanta ne basta per illuderci che al comando ci siano persone con la testa a posto, non caricature.