sabato 16 maggio 2026

Il punto di vista di Elena

 

Ue malata di russofobia e Trump attore da farsa 


di Elena Basile 

L’analisi della politica internazionale deve essere dominata e travisata da un mal interpretato senso di appartenenza a una parte del mondo? In effetti mi stupisco quando leggo i commentatori dei giornali più letti dare per scontato il “noi e il loro”, impartire lezioni di saggezza arrivando addirittura ad affermare che “Non possiamo sfuggire a un genitore opprimente (Trump) gettandoci nelle braccia del conoscente (Cina)”. Sarò un’ingenua, ma fortunatamente sono in buona compagnia. Nel lavoro intellettuale provo un sentimento di appartenenza all’umanità e a un suo supposto bene comune. Oggi l’élite occidentale senza distinzioni tra europei, Dem e Repubblicani americani, mi appare nemica del bene dei popoli occidentali, della pace e della stabilità nel mondo, della democrazia reale e ormai anche di quella liberale, della cooperazione tra Stati e popoli per sconfiggere i nemici comuni dell’umanità: le minacce nucleare, climatica e robotica.

Un senso di terrore mi prende quando dopo aver visto l’odio dei miliziani del fronte progressista esplodere sui social media contro la Russia, passo ai commenti sulla parata militare di Putin dei prezzolati cantori dell’Occidente. La Russia dopo quasi cinque anni di guerra, nella quale sebbene vinca sul campo procede lentamente, dopo le stragi di soldati ucraini e russi, e purtroppo di civili ucraini non mirati e di civili russi bersagli degli ucraini, ha avuto il pudore di non esaltare la forza militare. Le immagini hanno ritratto un viso piuttosto perplesso e triste del presidente Putin che in risposta ai falchi che minacciano il lancio di un Oresnik su Kiev oppure una rappresaglia nucleare, ha invece pronunciato un discorso di basso profilo, tendendo una mano all’Europa e all’Ucraina affinché la mediazione riprenda. Sui media gli sberleffi per la debolezza russa si sono moltiplicati al fine di incitare a continuare la guerra e a pompare il nazionalismo di Zelensky, sempre più solo in un Paese devastato. Tucker Carlson, un giornalista controverso e di destra, che ha tuttavia il coraggio di criticare apertamente Israele e l’Ucraina, ha intervistato una giovane donna ex consigliera di Zelensky. Nonostante i milioni di ascoltatori di Carlson, sui media occidentali non vi è traccia dell’intervista. Eppure la situazione del Paese è descritta in modo tragico, il martirio degli ucraini, l’esodo di gran parte della popolazione. La dittatura di un comico venduto alle élite occidentali traspare nettamente. Mi ha colpito il riferimento ai politici europei che visitando Kiev non mancavano di redarguire Zelensky per la corruzione del sistema, “Così ci fai perdere la reputazione se ti aiutiamo!”. La ragazza saggiamente lamenta che il problema non doveva essere la reputazione di una classe politica fallita, ma il martirio di un popolo, la strage di una generazione di giovani.

Alle proposte di mediazione di Putin come ha reagito l’Europa? Innanzitutto con varie esternazioni, dalla Kallas al ministro Tajani, riprese in prima pagina sui giornali, al fine di dare un segno di esistenza si è affermato che il mediatore proposto da Putin, l’ex Cancelliere tedesco Schröder, è un lobbista inaccettabile. In effetti il nome era stato fatto da Putin come una battuta, rispondendo alla domanda di un giornalista. Eccola questa Europa e gli analisti che la celebrano, battere un colpo affermando che sceglieranno loro il mediatore, non sanno tuttavia chi sarà e se non si opterà come al solito per un direttorio, i volenterosi della guerra o della mediazione. Poco si legge invece sulla sostanza della mediazione che resta la stessa: sconfessamento delle politiche di dominio neocon di Washington, abbracciate da un’élite legata al dollaro e contraria all’interesse dei popoli europei. Quindi neutralità dell’Ucraina, ritiro ucraino dal Donbass, una nuova architettura di sicurezza che rivitalizzi l’Osce.

Non una parola sulla fine delle ostilità da parte di un’Europa che vive di doppi standard e di russofobia, di complicità con Israele (le sanzioni ai “coloni violenti” sono veramente risibili), che si permette di condannare le rappresaglie iraniane senza menzionare l’attacco Israelo-americano. Temo l’Ue, i suoi meccanismi di potere e manipolazione, il suo entourage di burocrati, lobbisti, corrispondenti e giovani, la sua opera di corruttela nei confronti della stampa e di un istituzioni libere come la Biennale di Venezia, le sue sanzioni senza processo a politologi liberi e onesti come Jacques Baud. In modo orwelliano ha ucciso il sogno europeo e finge di celebrarlo. Ascolto un’anziana giornalista, persino critica letteraria, affermare in tv che Wagner (in realtà morto prima della nascita del dittatore) prendeva soldi da Hitler e il conduttore annuisce interessato. Siamo immersi in una farsa tragica di cui il presidente degli Usa è il migliore interprete. In prima pagina Gaza è stata sostituita dal nuovo virus, aspettiamoci controlli e sorveglianza.


Slurp Slurp!

 

La scossa all’Ue di Mario Magno 


di Marco Palombi 

Ieri siamo stati facili profeti: il discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana ha risvegliato gli istinti sadomaso dei giornali italiani, per i quali l’ex presidente della Bce non parla, né esprime concetti, ma agisce la realtà, cambia l’Europa col suono della voce e le sue “sferzate”. Così è stato anche giovedì, anche se il concetto chiave è “scossa”: “Draghi scuote l’Europa”, titolano in coro Corriere della SeraRepubblica Il Giornale. Per Libero, invece, “Draghi striglia l’Europa”, per Il Messaggero la “sprona”, mentre per Il Foglio dà “una gran sveglia a Meloni”.

I mezzi toni scarseggiano anche nelle cronache del lieto evento: “Il Professore è venuto a tenere la sua lezione in Germania, ad Aquisgrana, alle spalle il trono di Carlo Magno (…) Quanto tempo è passato, quantum mutatus ab illo, si sarebbe detto alla corte carolingia: quanto sono cambiati, i tedeschi. All’italiano di cui non si fidavano, ora si conferisce il Karlspreis per l’unificazione europea” (CorSera). E d’altronde, dice la presidente Bce Christine Lagarde citata dal Sole 24 Ore, “Carlo Magno era un sovrano fuori dal comune, il cui regno si estendeva su territori che oggi comprendono diversi Paesi europei. Mario si inserisce in questa tradizione”.

Vabbè, magari non sarà Carlo Magno, ma Al Pacino sì: “Il Professore inizia a braccio ringraziando tutti, ma siccome è un premio alla carriera, come a una notte degli Oscar ringrazia ‘soprattutto mia moglie’. La signora Serena è sorpresa” (CorSera). In realtà Draghi è stella più fulgida di quelle hollywoodiane. “Due anni fa diede una scossa ai governi europei con il suo Rapporto centrato sull’economia”, ma “ora col discorso di Aquisgrana compie un salto di qualità”, s’entusiasma Il Sole 24 Ore: pare che il nostro abbia capito – e tutto da solo – che “la questione chiave è diventata essenzialmente politica”. Ma siccome l’economia è politica, “il nucleo pratico del discorso di 45 minuti ingloba le tesi del suo celebre Rapporto. ‘Scusatemi – dirà – è linguaggio economico’, e qualche testa ciondola: in realtà, andrebbe studiato nelle università paragrafo per paragrafo” (CorSera).

Un genio a cui, però, anche l’accademia va stretta. La Stampa lo sa bene: “Chissà che, chiusa ormai la parentesi politica italiana, nel suo futuro non ci sia la possibilità di un ritorno a Bruxelles. Magari come successore di Von der Leyen”. Perché no? Intanto “SuperMario” – così l’ha chiamato Merz, prima di spiegargli che il debito comune se lo scorda – ha finito: “Sono tutti in piedi. Poi un quartetto di chitarre intona Te voglio bene assaje” (CorSera). Ed è subito pizza e mandolino.

P.s. Paragrafo a parte per il commento del Foglio al “poderoso discorso” di Draghi, un “formidabile manifesto” che in realtà non è affatto di Draghi: “Il primo messaggio è implicito”, ci dice il direttore, il secondo “non lo dice esplicitamente” e ce n’è pure un terzo “che affiora” ma senza essere espresso. La sostanza di questa orazione apocrifa è che Draghi parlava a Meloni chiedendole di obbedire a lui: “Chiamarla agenda Draghi forse è fuori moda”. E chiamiamola agenda Cerasa…

Se ci fosse ancora Borrelli!

 

Anestesia generale 


di Marco Travaglio 

Chi ricorda la Procura generale di Milano di Francesco Saverio Borrellli (“Resistere, resistere, resistere”) e di altri monumenti della Giustizia italiana fatica a rassegnarsi all’idea che oggi quello stesso ufficio stia dando una prova tanto imbarazzante di sé sul pasticciaccio brutto su Nicole Minetti. I fatti, grazie al Fatto, sono stranoti. La grazia frettolosamente e incautamente concessa da Mattarella alla pluripregiudicata ex igienista dentale di B. si basa su un parere favorevole di 23 righe della Procura generale sullo “stile di vita successivo al reato che l’ha vista impegnata costantemente in attività umanitarie”, la “seria e concreta volontà di riscatto sociale”, la “radicale presa di distanza dal passato deviante” che fra l’altro era causato da B. e dai suoi “condizionamenti esterni ormai esauriti, da cui la condannata ha dimostrato di essere oggi persona impermeabile”. Purtroppo il Fatto ha documentato che erano balle: la Minetti ha continuato a esercitare il mestiere di prima, nel locale del compagno Cipriani a Ibiza e nella di lui tenuta a Punta del Este. Abbiamo intervistato Graciela, ex dipendente di Cipriani, che racconta di molestie da lei stessa subite e di festini per Vip con ragazze brasiliane, argentine e italiane selezionate e gestite dalla futura graziata. Prima in forma anonima e poi col suo nome al Fatto e infine in video a una tv uruguayana, racconta e riracconta ciò che ha visto in casa Cipriani, vincendo la paura per ciò che potrebbe accaderle in un Paese dove la vita vale pochi centesimi. E, in tv, aggiunge di avere altre cose da riferire, evidentemente ancor più gravi, che però dirà solo “alla Procura italiana che presumibilmente mi convocherà”.

Ma la Procura generale, dove il riesame del parere sulla grazia è affidato allo stesso sostituto che l’ha firmato, fa sapere che non la convocherà perché al suo racconto “mancano i riscontri”. Oh bella, ma se non l’hanno neppure ascoltato! Da quando i riscontri a un testimone si cercano (per escluderli) prima di averlo sentito? Eppure la donna, se vuol dire “certe cose” solo ai magistrati per non passare da “complice” di quanto ha visto e subìto, è perché pensa che si tratti di fatti illeciti ancor più gravi di quelli che ha raccontato ai cronisti. E se due ex colleghe le hanno scritto che è stata “molto coraggiosa” a denunciare e potrebbero confermare le sue parole, è perché i riscontri potrebbero fornirli proprio loro, se non bastasse la sua parola. O il problema è proprio che quei racconti smentirebbero il Pg e dunque Mattarella? È difficile immaginare un simile comportamento della Procura generale di 25 anni fa, con Borrelli al vertice. Ma probabilmente il problema non si sarebbe proprio posto, perché Borrelli non avrebbe mai avallato la grazia alla Minetti.