Le poesie e le rose. Eliminare tutto di Gaza: eppure resterà per secoli
Pochissimi mezzi di informazione (tra quei pochissimi, questo giornale) hanno riportato la notizia secondo cui l’Unione europea avrebbe fortemente “consigliato” (praticamente un ordine) all’Autorità Nazionale Palestinese di riscrivere alcune pagine dei libri di scuola destinati agli studenti palestinesi in Cisgiordania. Non si potrà più né leggere, né studiare, né insegnare che a Gaza si coltivavano rose (sì, le rose di Gaza erano famose e vendute ovunque nel bacino del Mediterraneo) per esempio. Poi sono state cancellate alcune poesie palestinesi, è stato vietato di usare parole come “prigionieri”, “martiri”, “rifugiati”. Vietato scrivere che Gerusalemme è capitale palestinese. Il genocidio non basta, bisogna cancellare la memoria, i libri, le poesie. Assassinare decine di migliaia di civili, donne, bambini, incendiare campi profughi, fomentare la carestia, teorizzare lo sterminio, distruggere ospedali, scuole, moschee, non basta: bisogna rubare le parole, le poesie. L’Autorità Nazionale Palestinese avrebbe ubbidito, il che spiega perché piace tanto alle élite europee.
Nel primo venerdì di Ramadan, è stato vietato ai musulmani con meno di 55 anni di recarsi alla moschea di al Aqsa, a Gerusalemme. Il ministro del genocidio Ben-Gvir ha fatto la sua passeggiata nei dintorni, protetto dai suoi legionari. Il giorno dopo alcuni coloni hanno fatto irruzione nella moschea, protetti dalla polizia di Israele. Nel frattempo Israele ha bombardato di nuovo Gaza e il Libano, continua a detenere senza processo, senza accuse, senza difese, migliaia di prigionieri, che nessuno ha il coraggio di chiamare con il loro nome: ostaggi.
Il principale protettore del genocidio, finanziatore di Israele e sostenitore di quell’economia assistita e parassitaria, Donald Trump, ha avviato i lavori della grande operazione colonial-immobiliare che segnerà la soluzione finale del popolo palestinese e della sua terra, proprio mentre Israele approvava leggi e risoluzioni che di fatto certificano l’annessione della Cisgiordania, i peggiori del mondo partecipano alla festa, l’Europa “osserva”, Tajani “osserva”, i media tacciono, o mormorano in sordina, o sono distratti. Chi parla, chi resiste, chi denuncia, viene osteggiato in ogni modo, minacciato, intimidito, diffidato, intimorito. Esiste uno Stato al di sopra di ogni legge e diritto internazionale, accusato di genocidio, colpevole di orrendi crimini di guerra, che pratica l’apartheid, difeso, assistito e armato dalle élite mondiali, dai loro media asserviti, dai loro potenti ricattati, protetto in ogni modo da una poderosa scorta mediatica.
E nonostante questo, nonostante le pressioni, il clima omertoso, nonostante il linciaggio sistematico di chi difende le vittime e la complice comprensione per i carnefici, di solidarietà sottotraccia, di “hanno esagerato però…”, di sofismi complici… nonostante tutto questo, rimane nella gente, nella gente perbene, un senso di ribrezzo, di distacco, di non voler aver niente a che fare con una così mastodontica ingiustizia, con un così vergognoso crimine contro l’umanità. Non è resistenza politica, quasi mai, è davvero “resistenza umana”, è repulsione, è un “meditate che questo è stato”, per citare Primo Levi. Una cosa che resterà, che non può essere intimidita, né denunciata, né sbertucciata dai commentatori e dai negazionisti, dai minimizzatori, né processata. Si chiama “memoria”, serve a distinguersi da quelli che non ce l’hanno, a non essere complici, a vivere – da innocenti – meglio di loro.


