venerdì 20 febbraio 2026

Brutta UE

 

Bellicosa e Frivola: la Ue come gli Usa


di Barbara Spinelli 

Dopo aver pomposamente scoperto l’acqua calda, e cioè che il vecchio ordine internazionale è finito, i leader europei riuniti a Monaco per l’annuale Conferenza sulla Sicurezza hanno dato il meglio di sé e si sono collettivamente inginocchiati davanti al nuovo impero senza norme prefigurato dal presidente Trump.

Solo così si spiega l’entusiasmo con cui hanno ripetutamente applaudito il discorso del ministro degli Esteri Marco Rubio. Non è mancata, alla fine, una standing ovation che conferma l’ottusità di cui son capaci i governanti europei, quando sono in preda a quella che Barbara Tuchman, storica della Prima guerra mondiale, chiamava la “bellicosa frivolezza degli imperi senili” (I Cannoni d’Agosto).

Un anno prima, sempre alla conferenza di Monaco, il vicepresidente J.D. Vance s’era scagliato contro gli europei, accusandoli di calpestare la libertà di pensiero e di criminalizzare nei loro paesi le destre estreme. Rubio non ha detto cose diverse, pur elogiando con dovizia la comune storia transatlantica. Ha solo adottato, con impressionante successo, la formula Mary Poppins: “Basta un po’ di zucchero e la pillola va giù”.

La pillola accolta con giubilo è addirittura più amara, se solo si pensa ai motivi per cui, nel secondo dopoguerra, gli Stati europei decisero di unirsi per curare le malattie che per secoli avevano afflitto il nostro continente: guerre, cruente conquiste e occupazioni coloniali, nazionalismi autoritari.

Il nuovo ordine esposto da Rubio si sbarazza del “culto del clima”, della tolleranza sull’immigrazione e di tutti gli argini predisposti nel dopoguerra – Nazioni Unite con le sue varie agenzie, diritto internazionale con le sue numerose Convenzioni – e una volta fatta piazza pulita ripropone l’ordine sfociato in due guerre mondiali. L’ordine delle colonizzazioni predatorie, eroicamente imposte, secondo Rubio, “dai nostri missionari, pellegrini, soldati, esploratori”, disposti “per cinque secoli a traversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che s’estendevano in tutto il globo”. Ordine “sfiancato dalle atee rivoluzioni comuniste e da insurrezioni anticoloniali che hanno trasformato il mondo ricoprendo vaste aree della mappa con la rossa bandiera di falce e martello”.

Ordine infine che l’Onu “non sa far rispettare” (non per sua colpa, ma per i veti Usa in Consiglio di Sicurezza) e per fortuna c’è Trump a trattare sull’Ucraina, a imporre tregue a Gaza, a evitare l’atomica iraniana. Trump, che quando si “stufa” sgancia bombe (potrebbe rifarlo in Iran) o sequestra presidenti come Maduro. “Non viviamo in un mondo perfetto – così Rubio – e non possiamo continuare a permettere a coloro che minacciano i nostri cittadini e che mettono in pericolo la stabilità globale di nascondersi dietro le astrazioni del diritto internazionale”.

Quando parlano di “sistema di valori europei” e respingono la “lotta culturale Maga” e la sfrenata libertà di parola sbandierata dal movimento di Trump, i dirigenti europei pensano forse d’aver mostrato indipendenza dall’amministrazione Usa. È il caso di Friedrich Merz, che a Monaco ha constatato l’esistenza, in materia, di un “profondo fossato fra Europa e Stati Uniti”. Giorgia Meloni, avendo gran paura dei fantasmi, ha subito preso le distanze (“Non condivido le critiche alla cultura Maga!”) senza accorgersi che quelle di Merz o Macron sono parole-soffioni, che il vento volatilizza appena emetti un respiro.

Naturalmente non si può escludere che un giorno l’Europa diverrà il porcospino d’acciaio annunciato da Ursula von der Leyen, con Germania e Ucraina detentori degli eserciti più letali del continente. Ma ci vorrà molto tempo perché ciò avvenga, e se dovesse avvenire sarà la rovina. Perché le insurrezioni anticoloniali che Rubio colloca nel passato sono tuttora in corso, a cominciare dalla Palestina in parte annientata in parte annessa. Chi ha detto che gli imperi senili avranno la meglio sul Sud del mondo?

Nel frattempo – e il frattempo conta – l’Europa non esercita alcun ruolo fruttuoso: né come Unione, né nei nuovi formati E3 (Francia, Germania, Inghilterra) o E6 (Francia, Germania, Italia, Olanda, Spagna, Polonia). Non lo esercita in Ucraina, perché nei negoziati di Ginevra tra Usa e Kiev l’Europa non c’è, a dispetto di Macron secondo cui “dobbiamo assolutamente avere un posto a tavola”. È assente nel negoziato con l’Iran, che pure dovrebbe includere gli ex garanti dell’accordo stipulato da Obama e affossato da Trump (Francia, Inghilterra, Germania).

Come può l’Europa esigere posti a tavola, quando Kaja Kallas, mascherata non solo a Carnevale da Alto Rappresentante Ue per la politica estera e la sicurezza, afferma che la Russia al quarto anno di guerra resta minacciosissima e tuttavia “è a pezzi, ha l’economia in brandelli, è sconnessa dai mercati energetici europei e i suoi cittadini stanno fuggendo”.

Questo non significa che l’Europa non ha potere. Ma è il potere di nuocere e mentire, non di edificare, finalmente, architetture di sicurezza continentale con la Russia che ci sta accanto. Gli europei hanno inventato l’arte occidentale della diplomazia e non sanno più che sia, lasciando il posto a speculatori edilizi apparentati a Trump come Steve Witkoff e Jared Kushner. Figura stramba Kushner: sempre immobile nella sua maglia nera a girocollo e sempre impettito quando siede o sta in piedi, pare un replicante.

Anche quando avvertono, come Meloni, che parteciperanno “solo come osservatori” al Comitato d’Affari detto anche Board of Peace sul futuro di Gaza e Cisgiordania, guidato da Trump senza limiti di tempo, fingono di ignorare che simili organi neocoloniali soppiantano l’Onu e cancellano ogni parità tra i membri.

Citando il filosofo Peter Sloterdijk, Merz dice che “è finita la lunga vacanza europea dalla storia del mondo” e che tocca tornare al lavoro. Berlino vi è tornata sin dai tempi del socialdemocratico Scholz, quando investì centinaia di miliardi in armi e decise per la prima volta dal 1945 di schierare truppe contro Mosca in Est Europa: 4.800 militari entro il 2027 in Lituania.

In Ucraina, tutto vogliono i governi europei tranne la fine della guerra. Wolfgang Ischinger, regista della Conferenza di Monaco, non poteva essere più chiaro: “Fino a che continua la guerra combattuta con coraggio e vigilanza dagli amici ucraini, l’Europa si sente sicura”. L’Europa è anche contro il ritiro delle missioni Nato in Iraq e Kosovo, prospettato da Trump.

Merz accampa valori europei, ma il fossato Usa-Ue cui accenna non è così profondo. È stato il ministro degli Esteri francese Barrot a chiedere le dimissioni di Francesca Albanese, autrice del rapporto Onu sul genocidio a Gaza, per una frase su “Israele nemico dell’umanità” mai pronunciata. La bufala è stata smontata (condannato è il sistema militare-industriale complice del genocidio) ma il ministro di Macron insiste, spalleggiato dai governi di Italia, Germania, Inghilterra.

Quanto al libero pensiero, è la Commissione europea su indicazione della Kallas che ha deciso di sanzionare, con ritiro di carta di credito e senza controlli giuridici e parlamentari, il pensiero di esperti come l’ex colonnello svizzero Jacques Baud, reo di putinismo. Sono Commissione e Parlamento Ue a giudicare “sicuri per il rimpatrio dei migranti” Stati che violano i diritti come Egitto e Tunisia. Un profondo fossato culturale sui valori, fra Stati Uniti ed Europa di oggi? I disvalori e la frivolezza bellicosa li accomunano, molto più di quello che proditoriamente ci danno a credere.

Asina

 

Separare le balle 

di Marco Travaglio 

Ogni giorno Giorgia Meloni pesca una sentenza senza leggerla e ce la spiega per convincerci a votare Sì alla sua “riforma” che non ha letto o non ha capito. Altrimenti non la spaccerebbe per un farmaco miracoloso che imporrà ai magistrati di decidere come vuole lei, visto che per farlo non le basterebbe riformare sette articoli della Costituzione: dovrebbe proprio abolirla. Martedì se l’è presa col giudice “politicizzato” che le avrebbe vietato di rimpatriare l’algerino irregolare Redouane Laaleg, 11 volte arrestato, 23 volte condannato e 2 volte espulso per “pericolosità sociale”, ma mai mossosi dall’Italia. Purtroppo nessun giudice ha vietato di espellerlo (se ha 23 condanne e 11 arresti è grazie ai giudici): è il governo che non lo espelle, un po’ perché il regime alleato di Algeri non collabora, un po’ perché gli incapaci del Viminale, anziché rispedirlo in Algeria, gli hanno comunicato il trasferimento a Brindisi e poi, con l’inganno, l’hanno portato nel centro vuoto in Albania (da cui non può essere rimpatriato, se non rientrando in Italia). E non gli hanno neppure notificato la misura. Così l’avvocato ha chiesto e ottenuto dal giudice Bile (così politicizzato che era consulente di B.) la condanna del governo inetto a pagargli 700 euro di danni.

Mercoledì la Meloni ha sventolato un’altra “sentenza assurda”: quella del Tribunale civile di Palermo che condanna lo Stato a risarcire un totale di 90 mila euro all’ong SeaWatch per il sequestro della nave capitanata da Carola Rackete che nel 2019 salvò dei migranti e poi irruppe in porto contro il divieto del Viminale, speronando una motovedetta della Gdf. Ma la sentenza non cita neppure la speronatrice. Si occupa di ciò che accadde dopo: il fermo amministrativo della nave. E non dice affatto che fosse illegittimo. SeaWatch ricorse alla Prefettura di Agrigento che, anziché replicare entro 10 giorni come impone la legge confermando o revocando il fermo, non rispose niente. Quei 10 giorni di silenzio-assenso resero nullo il fermo, ma la nave restò bloccata altri due mesi. Quindi il giudice ha dovuto risarcire SeaWatch per i 60 giorni di fermo illegale, che sarebbe stato legale se il prefetto l’avesse ribadito. L’Avvocatura dello Stato ha ammesso l’errore, sostenendo però che le leggi sono ambigue e il ricorso andava rivolto alla Gdf. Purtroppo il modulo consegnato ai marinai diceva che dovevano ricorrere al prefetto: un altro errore del Viminale, che ci costa 90 mila euro (almeno in primo grado: il governo può fare appello). Fra l’altro, nelle cause civili ci sono i giudici, ma non i pm: la separazione delle carriere non c’entra una mazza. Per scoprirlo, la Meloni deve armarsi di santa pazienza e fare come chiunque voglia criticare le sentenze: cioè leggerle.

giovedì 19 febbraio 2026

Referendum


 

Natangelo

 



Inviti

 



L'Amaca



Guardie rosse e parole nere

di Michele Serra

Della triste e sanguinosa vicenda francese (il pestaggio mortale del giovane estremista di destra Quentin Deranque) mi ha colpito un dettaglio che forse non è un dettaglio: il nome del movimento antifascista accusato del pestaggio, la Jeune Garde, la giovane guardia.

Ha origini militari, specificamente napoleoniche: un corpo speciale di cavalleria al diretto servizio dell’imperatore, che lo istituì nel 1813 per la sua personale protezione. Lo si ritrova poi, più di un secolo dopo (gli anni Trenta del Novecento) prima in una tonante marcetta rivoluzionaria, incisa su disco dallo chansonnier Monthéus e inneggiante all’imminente vittoria della vigorosa gioventù proletaria sui flaccidi borghesi; poi in una fresca derivazione del 2010, sempre tonante, sempre marcetta e sempre rivoluzionaria. Tamburi e trombe (come nella tremenda e meravigliosa Canzone dei cannoni di Brecht-Weill: «soldati e bombe, tamburi e trombe») e testi decisamente bellicosi.

Detto che anche la Marsigliese, e in genere gli inni politici di tutte le risme, non sono affatto pacifici e spesso grondano sangue (e sempre grondano retorica), mi sono domandato perché mai, nel 2018 quando è nato, un movimento antifascista debba darsi un nome militaresco, che potrebbe tranquillamente appartenere a un movimento fascista. Jeune Garde: non sarebbe perfetto per un nuovo squadrismo?

Domanda: non si potrebbe storicizzare un po’? Provare a segnare una differenza — dopo due secoli di gloriose lotte proletarie, tamburi e trombe — tra il linguaggio delle armi e dell’ardimentosa gioventù (giovinezza! giovinezza!) e quello che dovrebbe essere il linguaggio della liberazione — anche dalle armi, tra l’altro? Forse che è più “di lotta” usare un linguaggio otto-novecentesco e richiamarsi di continuo alla logica di guerra? E se fosse invece molto più “di lotta” trovare nuovi nomi e nuove parole che la fanno finita, con il gusto del sangue e il suono orribile delle teste rotte? 

Prove concrete

 


In questo orribile clima politico dove verità e ragione vengono pervicacemente sfanculate da un potere già logoro e culturalmente insignificante, occorre dissotterrare l'ascia, simbolicamente s'intende, e ribattere il più possibile alle falsità, soprattutto a quelle della spaesata Premier che, afferrando i social, avendo la tv di stato servilmente accanto, si permette mistificazioni e adulterazioni della realtà, fomentando i numerosissimi analfabeti funzionali di cui è pregno il paese a sparare cazzate.
Occorre quindi portare evidenze, certezze su quanto contestato.
Come ad esempio l'intervista al giudice che ha rimborsato il migrante e che ha scatenato alti lai.

Da Repubblica
L’INTERVISTA
Bile: “Io toga non militante, attaccato dalla presidente
ma ho solo tutelato diritti”
di Alessandra Ziniti
Il giudice di Roma che ha risarcito un migrante portato in Albania:
«Ho deciso su un padre e la sua possibilità di vedere i figli»
Giudice, la presidente Meloni l’ha definita un magistrato politicizzato. Lo è?
«Assolutamente no. Non sono solito rilasciare interviste, ma oggi parlo perché ho ricevuto un attacco personale. Sono stato accusato di decidere non secondo diritto e coscienza e di utilizzare il mio ruolo di giudice per osteggiare le politiche del governo».
Corrado Bile è il giudice del tribunale di Roma che ha disposto un risarcimento per un migrante portato in Albania e poi liberato.
Difende la sua sentenza?
«Le sentenze si scrivono in nome del popolo italiano, le critiche sono sintomo di democrazia e la libertà di manifestazione del pensiero va difesa ogni giorno. Ma io rispondo all’attacco personale, come qualunque cittadino descritto in modo inesatto. E, come magistrato, penso che i cittadini abbiano il diritto di sapere che io non ho nessun orientamento politico e, se lo avessi, non condizionerebbe i miei provvedimenti. Se così non fosse avrebbe ragione chi parla di una magistratura eversiva. Non posso che essere d’accordo con il presidente Mattarella quando parla di “rispetto vicendevole” tra le istituzioni. Le sue parole rinforzano il convincimento che il giudice deve fare il giudice e le sue decisioni non devono essere condizionate da valutazioni politiche».
Quindi lei non è una toga rossa?
«Certo che no. In quasi 30 anni ho scritto provvedimenti apprezzati o criticati da una parte e dall’altra. Sono stato all’ufficio legislativo del ministero della Giustizia quando erano ministri Clemente Mastella, Luigi Scotti e Angelino Alfano. Sono stato consulente giuridico a Palazzo Chigi con il governo Berlusconi e con il governo Letta, svolgendo sempre un’attività squisitamente tecnica. E sono stato assistente di studio alla Consulta. Insomma un tecnico a prescindere».
È iscritto a correnti dell’Anm?
«No, non sono mai stato un magistrato militante e non ho mai fatto parte di nessuna corrente».
La accusano di aver liberato un migrante con precedenti penali e di avergli dato un risarcimento per la detenzione a Gjader.
«Non sono stato io a rimettere in libertà questa persona ma la Corte d’appello di Roma che non ha convalidato il suo trattenimento. E non mi sono mai espresso né sulla legittimità della sua permanenza in un Cpr né sulla sua espulsione».
E allora perché il risarcimento?
«Ho valutato che un padre di famiglia, trasferito da una parte all’altra, ha diritto di sapere perché e di poter avvertire la sua famiglia, soprattutto quando occorre tutelare i diritti dei bambini. Quest’uomo, che stava in un Cpr in Italia, trasferito senza preavviso e motivazione, ha due figli minori italiani con una mamma italiana. Entra in gioco la tutela di un nucleo familiare con bimbi piccoli. C’è una sentenza del tribunale per i minori del Piemonte e Valle d’Aosta che ha previsto incontri monitorati dai servizi sociali. C’è un interesse dei bambini ad avere questi incontri con il padre, c’è un’esigenza di tutela di un nucleo familiare che, tra l’altro, va in sincrono con una sensibilità da molti espressa in questi giorni a proposito del caso della famiglia del bosco».
Il Viminale dove ha sbagliato?
«Capisco che il fatto che si tratti di un migrante abbia sollecitato il dibattito politico ma la mia decisione riguarda i diritti fondamentali della persona di cui è titolare qualsiasi essere umano, delinquente o meno. La mia sentenza non dice che i centri di Albania sono inadeguati, né che lo Stato non ha diritto di portare i migranti in Albania né che questa persona non poteva essere espulsa. Non era questo l’oggetto della mia decisione. I criminali vanno puniti e le espulsioni sono previste dalla legge. Dunque, non c’è dubbio che il governo abbia il potere di eseguirle, ovviamente seguendo le procedure. Ma qui la questione riguarda il rispetto dei diritti della persona».
Si aspettava questa bufera?
«Sapevo che questa sentenza giunge in un momento in cui l’imminente referendum accende il dibattito politico. Ma se avessi scelto di aspettarne l’esito per depositare la decisione ed evitare la concentrazione dell’attenzione mediatica, sì che avrei fatto una scelta strategica, non solo giuridica e, in qualche modo, politica».