lunedì 16 febbraio 2026

Analisi

 

Premessa: sono milanista ed anti juventino doc - andai a Buto in provincia di Pisa negli anni ‘80 a prendere gadgets al club antijuve poi dissolto d’autorità e ancor oggi, segretamente, mi riguardo i rigori della finale di Champions fremendo ancora allo sguardo fatale di Sheva 

Cercherò di essere equilibrato. 

Nella domenica dove abbiamo assistito ad un’epica vittoria nel Gigante di una ragazza che per dieci mesi, a seguito di una bruttissima caduta, si è sottoposta a dieci ore di fisioterapia al giorno per coltivare un sogno impossibile per chicchessia, emergono risvolti e critiche al miliardario mondo del pallone: 


Viene coltivato e provato in allenamento il principio che per vincere a tutti i costi occorra tentare di fregare il direttore di gara. Questo modus operandi s’insinua pure nel comportamento dei giovani che s’accostano ai campetti di calcio. 

Qualcuno della dirigenza interista si è speso per condannare la finzione bastoniana? 

Fosse successo ad altre squadre chi ne avrebbe preso le distanze? 

Il Calcio sta correndo verso un disastro annunciato da troppo tempo senza che nessuno, dal settantenne Gravina ai vari presidenti faccia qualcosa per salvarlo. 

Si vedono sceneggiate in ogni campo per scontri al borotalco che sono un insulto ai valori dello sport. Guardare il sanissimo rugby ti fa comprendere l’eclatante differenza. E quello che disgusta è che questi comportamenti sono avvallati da tutte le dirigenze. 

Il Var è usato in maniera idiota e molte volte accentua il dubbio. L’arbitro non è preparato a dovere, non è scaltro contro la scaltrezza dei giocatori. Ad esempio sarebbe bastato che sabato dalla sala Var avessero detto “guarda che non è fallo!” e La Penna, visto che il Var non può intervenire in questi casi, fosse andato dal guardialinee dicendogli “fai finta di dirmi che non l’ha toccato” per invalidare il furto. Ma sarebbe stato chiedergli troppo. 

Il CT Gattuso ha già confermato la presenza di Bastoni in Nazionale, decisione improvvida che mi allontana definitivamente dalla stessa. Uno così, come gli altri teatranti, non è degno di vestire la casacca azzurra. 

Qualcuno conosce il nome del presidente del Coni? È anche lui un settantenne, perché questi inamovibili non lasciano spazio ai giovani, a chi s’intende di sport. Altro passo decisivo verso il baratro. 

Concludendo: la Lega, la Federazione, invece di parlare solo di soldi, di debiti, di tv, agisca per combattere le finzioni, aprendo al Var il controllo. Hai fatto scena? Stai fuori un mese! 

Ma sarebbe troppo. I Lotito in circolazione sono ancora troppi!

Chissà come si divertono lassù!

 



Emersione di malvagità

 

Shor, il dribblatore di sanzioni per conto di Putin tra frodi e cripto 



L’oligarca moldavo, sospettato di contatti con l’FSB, ha architettato un sistema di pagamento che permette transazioni vietate: i pagamenti in yuan cinesi, i token in Kirghizistan

In occasione di un forum Russia-Africa il 22 dicembre scorso, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha invitato “gli altri partner africani ad aderire ad A7”. A7 è intervenuta al servizio di Ilan Shor anche in Moldavia: in vista delle legislative del settembre 2025, un’applicazione collegata a Telegram ha permesso di remunerare in criptovalute attivisti filorussi nel Paese, tramite la PSB e i token A7A5. Un altro pilastro del “sistema Shor” è l’organizzazione Evrazia, fondata nel 2024, in apparenza una rete culturale tra Russia e ex Paesi sovietici, ma che di fatto promuove la propaganda del Cremlino nello spazio post-sovietico attraverso progetti educativi. Evrazia, basata a Biškek, ha finanziato nel 2025 “empori solidali”, un parco di divertimenti e centri di apprendimento della lingua russa per investimenti pari a 100 milioni di di euro, secondo documenti consultati da Mediapart. Diverse fonti indicano che Evrazia sarebbe implicata nel lancio, nel novembre 2025, di Nomad-TV, un canale filorusso in Kirghizistan. E si starebbe insediando anche in Armenia, Paese caucasico diviso tra Russia ed Europa, dove quest’anno si terranno decisive elezioni legislative.

Monitorata per due settimane nell’oceano Atlantico, al largo delle coste venezuelane, la Marinera è stata alla fine abbordata il 7 gennaio dalla Guardia costiera statunitense. La petroliera fa parte della “flotta fantasma” russa, una rete clandestina di vecchi tanker usata da Mosca per esportare petrolio verso Paesi come Cina e India, aggirando le sanzioni occidentali. Secondo un’inchiesta di Radio Liberty e Sistema, la nave intercettata sarebbe indirettamente collegata a Ilan Shor, un oligarca moldavo residente a Mosca. L’uomo svolge ormai un ruolo centrale nell’aggiramento delle restrizioni all’esportazione imposte alla Russia, ben oltre il settore energetico. Il nome di Ilan Shor è innanzi tutto legato a vicende giudiziarie in Moldavia: nel 2017, fu condannato in contumacia a quindici anni di reclusione per aver preso parte, nel 2014, a 28 anni, al cosiddetto “furto del secolo”, una gigantesca frode bancaria in cui circa un miliardo di dollari era stato trasferito da tre banche moldave verso paradisi fiscali, con una perdita pari al 12% del Pil del Paese, il più povero d’Europa. Shor era fuggito in Israele, suo Paese natale, prima di stabilirsi definitivamente in Russia. “È ovvio che Shor ha concluso un accordo con l’FSB: mettersi al servizio dell’intelligence russa in cambio dell’autorizzazione di restare in Russia”, sottolinea la giornalista moldava Viorica Zaharia.

Promsvyazbank (PSB) e i fondi delle attività militari

Ilan Shor oggi è la “mano di Mosca” in Moldavia, ex repubblica sovietica dell’Europa orientale al confine con l’Ucraina. L’obiettivo del Cremlino è di rovesciare la presidente filo-europea Maia Sandu, eletta nel 2020 e riconfermata nel 2024 battendo di misura il rivale dei filorussi, Alexandr Stoianoglo, malgrado le campagne di ingerenza elettorale e disinformazione. “Shor ha avuto fino a 100 mila persone sotto la propria influenza in Moldavia”, spiega Lilian Carp, deputato moldavo e presidente della commissione parlamentare per la sicurezza, prima dello smantellamento progressivo delle reti tentacolari di Shor. “Riteniamo che ne controlli ancora almeno il 4%”. Ma senza successo: nel settembre 2025 il partito presidenziale moldavo ha vinto le elezioni legislative, consolidando la traiettoria europea del Paese. Il fallimento non ha tuttavia incrinato la fiducia che Mosca ripone in lui. Al banchiere trentottenne è stata affidata un’altra missione: elaborare un meccanismo illegale che permetta al commercio russo di sopravvivere malgrado le sanzioni imposte dopo l’aggressione dell’Ucraina. Nel 2024 Shor riunisce allora una squadra di banchieri, ingegneri finanziari e giuristi per lanciare “A7”, una società privata che gestisce un’infrastruttura di pagamento alternativa, registrata presso la Federation Tower, un grattacielo del quartiere finanziario di Mosca. Il 51% delle quote è in mano a Shor, mentre il restante 49% appartiene alla Promsvyazbank (PSB), un istituto bancario di Stato legato al finanziamento delle attività militari russe e a sua volta sottoposto a sanzioni internazionali dal 2022. Concretamente il sistema si fonda su tre pilastri: A7 come operatore, la PSB come supporto bancario e la criptovaluta A7A5 come strumento di pagamento. Lanciata nel febbraio 2025, questa moneta digitale è il primo stable coin ancorato al rublo e consente alle entità russe di procurarsi cripto asset utilizzati a livello globale, come l’USDT, il cui valore è ancorato al dollaro statunitense. “A7 ha reso possibili pagamenti per oltre 86 miliardi di dollari nel 2025”, ha detto Ilan Shor durante un forum economico a Vladivostok, a settembre, pavoneggiandosi davanti a Putin. Complessivamente, nel 2025, il volume avrebbe raggiunto i 100 miliardi di dollari, secondo un rapporto pubblicato il 22 gennaio 2026 dalla società specializzata nel settore Elliptic. Stando a dati diffusi da A7, le transazioni riguardano principalmente l’importazione di beni sottoposti a sanzioni – in prevalenza nei settori dell’elettronica e della chimica – provenienti dai Paesi asiatici, con la Cina in testa.

il meccanismo di riciclaggio ed “elusione di stato”

Benché la criptovaluta sia stata sanzionata dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, rispettivamente nell’agosto e nel novembre 2025, “i volumi di scambio del token A7A5 sono rimasti piuttosto costanti fino alla fine dell’anno”, secondo Chainanalysis, società newyorkese che fornisce dati, software e servizi di analisi sulla blockchain. I token A7A5 non vengono emessi dalla Russia, bensì dal Kirghizistan, tramite la società Old Vector LLC. La scelta è stata dettata da una legislazione più permissiva e dal fatto che il Paese non era ancora pienamente integrato nei principali regimi occidentali di vigilanza finanziaria. Solo che la situazione è cambiata: dal 2025 anche Old Vector LLC è sottoposta a sanzioni occidentali. Il Kirghizistan, piccolo Stato montuoso dell’Asia centrale, è comunque diventato centrale per il sistema di pagamenti A7 russo: “È un ex Paese sovietico, le cui élite politiche ed economiche sono soggette alla tutela di Mosca”, spiega Kristine Baghdasaryan, ricercatrice di Transparency International Russia. Il sistema non si fonda esclusivamente sulle criptovalute. Secondo un rapporto del think tank Center for Information Resilience, “il 60% delle transazioni di importazione comporta pagamenti in yuan cinesi”. In altre parole, dietro i flussi digitali sopravvivono strutture tradizionali basate su valuta reale. Nell’ottobre 2025, documenti trapelati da AniKey, una delle società riconducibili a Ilan Shor e consultati da Mediapart, rivelano che il progetto A7 si appoggia a decine di società registrate in diverse giurisdizioni, utilizzate come intermediari in schemi più “classici” di riciclaggio di denaro. Uno snodo centrale di questo sistema è la Società commerciale della Repubblica kirghisa (SCRK), con sede a Biškek, capitale del Paese. Controllata al 100% dal ministero dell’Economia kirghiso, l’entità – in base a un decreto governativo del 2024 – detiene il monopolio delle transazioni relative a beni che non entrano nel territorio nazionale. Di fatto, il meccanismo istituzionalizza l’elusione delle sanzioni a livello statale in Kirghizistan e prevede la creazione di filiali all’estero: negli Emirati Arabi Uniti, in Mongolia, in Brasile, in Bahrein, in Cina… ma anche in Ungheria, primo Paese europeo citato nei piani di A7. “Attraverso una rete di società schermo, A7 fornisce una copertura legale alle imprese russe, consentendo il trasferimento di denaro all’estero”, sintetizza Kristine Baghdasaryan. Copertura ulteriormente rafforzata dal lancio di cambiali digitali, uno strumento al centro di un sistema che, in futuro, potrebbe essere applicato ai grandi colossi russi, come Gazprom. Sulla base dei documenti consultati da Mediapart, A7 consentirebbe al gigante del gas di ricevere pagamenti direttamente in rubli dalla Turchia – Paese cliente del gas russo – tramite la filiale Gazprom Export e la società turca ZMB Gaz Depo A.S. Il continente africano figura già tra gli obiettivi di espansione di A7, con l’apertura delle prime filiali in Nigeria e Zimbabwe nel settembre 2025.

E Lavorov disse ai partner africani: “aderite ad A7”

In occasione di un forum Russia-Africa il 22 dicembre scorso, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha invitato “gli altri partner africani ad aderire ad A7”. A7 è intervenuta al servizio di Ilan Shor anche in Moldavia: in vista delle legislative del settembre 2025, un’applicazione collegata a Telegram ha permesso di remunerare in criptovalute attivisti filorussi nel Paese, tramite la PSB e i token A7A5. Un altro pilastro del “sistema Shor” è l’organizzazione Evrazia, fondata nel 2024, in apparenza una rete culturale tra Russia e ex Paesi sovietici, ma che di fatto promuove la propaganda del Cremlino nello spazio post-sovietico attraverso progetti educativi. Evrazia, basata a Biškek, ha finanziato nel 2025 “empori solidali”, un parco di divertimenti e centri di apprendimento della lingua russa per investimenti pari a 100 milioni di di euro, secondo documenti consultati da Mediapart. Diverse fonti indicano che Evrazia sarebbe implicata nel lancio, nel novembre 2025, di Nomad-TV, un canale filorusso in Kirghizistan. E si starebbe insediando anche in Armenia, Paese caucasico diviso tra Russia ed Europa, dove quest’anno si terranno decisive elezioni legislative.

Benvenuti!

 



Nonostante tutto

 


Fede fa un altro capolavoro

trionfo anche nel biathlon

mai tante medaglie ai Giochi


di Emanuela Audisio 

È Big Italy, anzi è Gigante. Serena, sorridente, lieve. È il senso dell’Italia per la neve come non l’avete mai visto. Scivola via e surfa sulle onde della vita, del destino (fate voi). Piena di Fede, di (Monna) Lisa e di tanti altri. Vi aspettate l’orgoglio presuntuoso di chi si lascia dietro il grande nord per 62 centesimi? E invece eccovi Brignone al suo secondo titolo olimpico: «Mi sembrava di aver fatto una manche così così, ero senza pressione, l’ho vista come una gara di sci, come una cosa non dico easy, ho pensato solo a scendere». E certo, a dieci mesi dalla sala operatoria, cosa vuoi che sia slalomare tra le porte del mondo? Smile e pensa a sciare, che se lassù come diceva Einstein qualcuno non gioca a dadi con l’universo, nemmeno quaggiù. Basta un po’ di ritmo e il Gigante va giù veloce. Grazie regine che amministrate regni con leggerezza e scioltezza. Grazie veterani/e. Per la vostra magnifica, commovente, generosa last dance.

È record per l’Italia: 8 ori in 5 sport. Mai così tanti. O 22 medaglie in 9 sport, fate voi. Superata Lillehammer ’94 (20), ma allora si assegnavano 60 medaglie, ora 116 di cui 15 nello sci acrobatico. Resistenza, voglia di durare, caparbietà. Da Brignone a Vittozzi, da Lollobrigida a Moioli, da Franzoni a Pellegrino non c’è un oro o un argento azzurro che non nasca da un’avversità. Affrontata, superata, vinta. Una vendemmia tardiva che ieri in 49 minuti ha raccolto: l’oro del gigante femminile, l’argento nello snowboard cross a squadre misto, l’oro nell’inseguimento femminile. Tre medaglie in meno di un’ora: ma che film è così pieno di facce azzurre?

Federica che replica l’Alberto Tomba dell’88, le rivali che l’omaggiano in ginocchio e lei chiede: «Non postate più foto o video del mio incidente, non l’ho mai visto e non lo voglio vedere». Vogliamo accontentarla? Possiamo fare dei nostri traumi non una bandiera da sventolare e una richiesta di eterno risarcimento, ma solo un colpo di vento che rimette il sole in alto nel nostro cielo?

Lisa Vittozzi che nella sua Anterselva vince il primo oro nella storia del biathlon azzurro e lo fa recuperando dalla quinta posizione, mirando bene (zero errori ai quattro poligoni, 20 bersagli su 20) e non sbagliando all’ultimo, quello più difficile perché in piedi, quando hai già la fatica di tre giri nelle gambe. «Anche se avevo il cuore che mi scoppiava». Ascoltare il proprio respiro, fermare i battiti e dire al muscolo cardiaco di smettere di urlare. Lisa viene da una stagione saltata per colpa di un problema alla schiena, ma anche lei nessun accenno alla tristezza, ai dolori, perché è vero che dopo la salita c’è la discesa, ma devi sapertela godere, come ha fatto lei, con quella che ormai è una Lisa-dance. «Non bisogna mai smettere di credere nelle proprie capacità, dedico questo successo a mio nonno, venuto a mancare durante il Covid».

Il pensiero a chi ti ha aiutato quando eri bambina, perché se riesci a tirarti fuori dal burrone è anche perché qualcuno ha avuto fiducia in te. Papà Federico Pellegrino (due figli) che nel fondo a 20 anni dall’ultima medaglia olimpica nella staffetta (Torino 2006) conquista il bronzo in staffetta, decisiva la sua quarta frazione per il sorpasso alla Finlandia. Poi il bacio alla neve e l’addio: «Uscire di scena ancora al top non è da tutti, ho promesso a mia moglie e ai miei figli di smettere, non voglio perdermi come uomo». Bravo, lo sport questo è: imparare a crescere.

Michela Moioli e Lorenzo Sommariva che nello snowboard cross scivolano fino all’argento, conquistano la ventunesima medaglia, quella necessaria per il sorpasso, con lui che sportivamente ringrazia lei: «Il lavoro migliore lo ha fatto Michela».

Questi sono anche i Giochi dei portabandiera multipli vincenti: Brignone nello sci, Fontana nello short track, Mosaner nel curling misto, Pellegrino nello sci nordico. Non solo belle figurine nel giorno della sfilata, ma anche grandi atleti nel momento della battaglia. Sono 38 gli azzurri con una medaglia al collo, ma le donne italiane sono le più vincenti: 6 ori su 8. Nessun paese finora ha avuto più titoli femminili. Che ne dite anche di una bella parità salariale nella vita di tutti i giorni?

Il segreto di quest’Italia è aver imparato a durare. La sostenibile pesantezza dell’essere. Sono Giochi vinti con la tenacia e con l’esperienza, e anche un po’ da reduci. Non esiste oro sotto i 30 anni. Brignone, Lollobrigida, Fontana ne hanno 35. È vero che ormai nello sport non si invecchia in fretta, ma Moioli ne ha 30, Vittozzi 31, Pellegrino 35. L’edizione di Torino (11 medaglie) non favorì ricrescita. A Vancouver quattro anni dopo le medaglie furono solo 5. Questa SuperOlimpiade azzurra lascia un ricco patrimonio. Giovanni Franzoni, argento nella discesa, tra un mese avrà 25 anni. Flora Tabanelli (che ha una lesione del legamento crociato) in gara stasera nel Big Air ne ha 18. Il futuro made in Italy saprà ereditare?

Filosofia di un paese

 

Fenomenologia del furbetto

 

DI GABRIELE ROMAGNOLI

C’è quello che salta la fila poi si gira indietro e offre un ghigno a chi è rimasto al proprio posto. C’è il raccomandato che si prende la poltrona al posto del meritevole, ma gli sbatte in faccia un curriculum ineccepibile (e taroccato). C’è l’evasore fiscale che in tv ripete: «Il problema di questo Paese è l’assenza di senso dello Stato», poi si rivede negli highlight su internet e ride. C’è il tassista che racconta ai colleghi al posteggio di Termini che una coppia giapponese gli ha chiesto di andare a Pompei, trecento euro e passa la paura, manco tanto, sì ma li ho scaricati a Ostia antica e mi hanno dato pure la mancia. Risate e pacche sulle spalle.

Diceva Nanni Moretti che ce lo meritiamo Alberto Sordi, maschera di quello che con arrendevole condiscendenza viene definito «arci-italiano». E probabilmente il calcio nazionale e la sua stessa nazionale si meritino Alessandro Bastoni. Che sarebbe un difensore dell’Inter con la faccia da bravo ragazzo, ma da tempo non più ragazzo e neppure più tanto bravo. La sua simulazione durante la partita con la Juventus e la successiva esultanza per l’immeritata espulsione dell’avversario ha ridato per la seconda volta in pochi giorni luce a San Siro sui media di tutto il mondo. Un’altra tragicommedia: «da medaglia d’oro del volo planato» ha scritto L’Equipe. Poi, si sa: se lo straniero contesta, con l’elmo di Scipio l’Italia si desta.

Con Bastoni, invece se la sono presa quasi tutti, perfino qualche tifoso della sua squadra, addirittura l’esule Enrico Letta («non va convocato in nazionale») e chissà se sarebbe intervenuto anche da segretario del pd, o avrebbe temuto di perdere voti nella Milano nerazzurra. La vicenda sportiva acquista valore simbolico. Ripropone l’eterno protagonista della scena (non solo italiana): il furbetto, detto anche l’impunito, in senso letterale e non. Un danno ambulante, ma anche un capro espiatorio. Una peste e una scorciatoia.

Il furbetto è il caporale di Totò, un’onnipresenza che grava sulle nostre esistenze ammorbandole. Lo fa in situazioni diverse, con differenti volti, rimandandoci a casa con tristi aneddoti e tutti intorno che scuotono la testa, partecipi (anche quello che il giorno prima si è comportato alla stessa maniera). Troppo facile però accusare soltanto Bastoni e l’archetipo che rappresenta. Ha colpe, ma non tutte.

Non può nascondere l’incompetenza dell’arbitro: ma come si arriva a San Siro la sera di gala con quella carica e un’insufficiente preparazione? Non può far trascurare il sistema di controlli che non controlla. La Var è la Consob del calcio, stessa efficacia: poi l’azienda fa il crac annunciato ma non si poteva intervenire perché lo statuto, perché il protocollo, perché l’organo che controlla i controllori, perché si moltiplicano le posizioni, gli stipendi, i posti in sala, le trasferte pagate, per ottenere gli stessi risultati.

Non può sopperire alla percezione sociale per cui il furbetto è un nemico pubblico soltanto quando gioca contro e anche allora un po’ d’invidia la provoca («l’avessimo avuto noi uno che si buttava», «che ogni tanto ci vuole pure quello», «per portare a casa il risultato, che puoi mica sempre giocare e basta»). E già s’ode la musica del così fan tutti. Dov’è la riprovazione sociale unanime se l’allenatore, quel perfetto comunicatore di Chivu, se n’esce con la più sciocca delle giustificazioni che nulla giustificano? Se i genitori dell’allievo che ha copiato vanno a menare l’insegnante che l’ha bocciato? Se Gattuso, ct per caso, convocherà Bastoni perché non possiamo indebolirci in vista di due (se va bene) partite decisive?

Non abbiamo centrali decenti in questo momento, ma neppure Bastoni lo è, in mezzo alla difesa a tre. Una notazione tecnica che porta all’estrema risorsa dei giusti, l’appello a San Giovanni, che notoriamente non porta inganni. Che altro resta? Sparando sul «politicamente corretto» hanno abbattuto il «corretto» e lasciato in piedi il «politicamente» che sostiene, copre e garantisce impunità. Ragion di Stato, acquiescenza di massa, anestesia morale: tutti assi di briscola, contro un due di Bastoni.