Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 15 febbraio 2026
L'Amaca
Ilia quando cade è tutti noi
di Michele Serra
Chissà in quanti milioni abbiamo cliccato per vedere e rivedere le due cadute di Ilia Malinin, il giovane fenomeno americano del pattinaggio che ha buttato al vento una medaglia d’oro già vinta per “troppa pressione”, come lui dice, o forse per voler strafare. Nelle due interpretazioni dei fatti c’è tutto l’inimitabile fascino dello sport, che riesce a mettere in scena le vicende della vita, grandezza e fragilità, vittoria e sconfitta, talento ed errore, con eloquenza epica.
Ilia ha sbagliato per debolezza (troppa pressione per un ragazzo di ventuno anni) o per presunzione (ha voluto strafare)? Lo ha schiantato la comprensibile paura di non essere all’altezza delle attese in mondovisione, di quello che gli altri si aspettavano da lui, oppure lo ha dannato la perdita del senso del limite, la vanagloria? E quanto conta il caso — un grado di inclinazione in più o in meno di una lamina sul ghiaccio — a determinare gli eventi?
Lo spettatore (almeno io) non solo non sa decidere, ma assiste allo spettacolo scoprendo anche dentro se stesso almeno due sentimenti e due verità. Un pezzo di me avverte il male della caduta, soffre per l’interruzione, la delusione, la sconfitta. Compatisce Ilia. Un altro pezzo scuote la testa e dice “se l’è cercata”, e un poco si compiace di una caduta che attribuisce alla mancanza di umiltà. Eppure io sono la stessa persona. Per dire quanto e come lo sport riesca a mettere in scena così tanto, di noi e del nostro complicato stare al mondo.
Altrimenti, non si capirebbe perché lo sport è di gran lunga lo spettacolo più condiviso in ogni angolo della Terra.
Maga Magazzo
Nel mondo di Maga Melò se la fascinazione per Trump
inguaia la premier-patriota
di Filippo Ceccarelli
Per quanto sia saggio diffidare delle formulette a effetto, e ancora di più delle immagini tratte da personaggi della cultura pop, ieri la premier italiana ha vinto il trofeo di vicinanza e affinità ideologica a Trump meritandosi, sia pure per un giorno, il titolo europeo di Maga Melò.
Che non suoni irrispettoso, la strega della Spada nella roccia c’entra solo per assonanza. Quando nell’ormai remoto settembre del 2018 i Fratelli d’Italia invitarono ad Atreju Steve Bannon, non si può dire che Giorgia ne fosse rimasta così contenta. Eccitato dalla Città eterna, l’allora teorico presidenziale dell’Alt-right si inerpicò in una delle sue sparate mischiando le radici cristiane con Sparta e perfino con i fratelli Gracchi. Il giorno dopo, a scanso di equivoci, Meloni chiarì in televisione: «Non mi faccio dire cosa fare da un americano, né — soggiunse per educazione — da un francese o da un tedesco, insomma da nessuno. Mi considero troppo patriota».
È possibile che dipendesse anche dal fatto che in quel momento, per Trump e i suoi compari suprematisti Giorgia rappresentava una terza scelta, dopo “Giuseppi” e Salvini. Sennonché troppa acqua è passata sotto il ponte dell’Isola Tiberina dove avevano allestito Atreju. Otto anni in politica sono una tale eternità che, una volta divenuta premier, fece addirittura in tempo a lasciarsi schioccare un bacione in fronte da rimbam-Biden. Ma poi, tornato Trump alla Casa Bianca sull’onda Maga, nell’aprile scorso Meloni non solo riuscì a farsi perdonare, ma rilanciò la fatidica sigla lievemente mutandola a vantaggio dell’intero occidente, Make West Great Again.
L’imperatore, che nei giorni di buonumore già l’aveva coperta di complimenti — «fantastica», «bellissima», «donna eccezionale», «che bel suono ha il suo italiano», attribuendole perfino il soprannome di “Spitfire”, come un aereo da guerra, secondo indiscrezioni raccolte da Gigi Bisignani — insomma, Trump ne fu molto lieto. Lei, che non è sciocca, comprese subito i benefici e i rischi del farsi portabandiera di quella specie di tirannia anarchica che viveva di predazioni, predicazioni e affari; senza programmi, per giunta, se non la promessa messianica di un ritorno all’età dell’oro. Vedi del resto, sia pure in miniatura, il claim della manifestazione estiva dei Fratelli capitolini al laghetto dell’Eur: «Sei Grande. Tornerai, Roma» — e Arianna sorella aggiunse altisonante dal palco: «Dopo anni e anni di declino».
Più che una fascinazione o una moda, come la intese Gennaro Sangiuliano indossando il cappellino rosso Make Napoli Great Again sullo sfondo del Vesuvio, c’è materia per dire che la “guerra culturale” di Trump è per Meloni un trascinamento, un investimento e, in fondo, una scelta tanto obbligata, però, quanto complicata. A livello di idee e progetti, come tutti gli altri partiti di oggi Fratelli d’Italia assomiglia a un parco giochi gonfiabili, a un minestrone scipito e a una scatola vuota. Né francamente basta a dargli contenuto e spessore la scritta sul muro di qualche idiota «Meloni come Kirk», ma neanche la retorica della premier per cui «è per me motivo di orgoglio perché Kirk ha fatto della sua vita una battaglia» eccetera.
Le somiglianze con il movimento Maga sono, per quanto riguarda Palazzo Chigi, abbastanza visibili a occhio nudo: rivendicazione identitaria, revanchismo, rancore, riflesso securitario, contrasto all’immigrazione, rafforzamento dei poteri esecutivi, fastidio per i contrappesi (stampa e magistrature), archiviazione della solidarietà, allergia per le rivendicazioni delle minoranze che in America si fanno rientrare nella cultura woke mentre in Italia Meloni, con assidua genericità, mette sistematicamente in conto a «la sinistra».
Ma il problema non è tanto che pure Salvini, in parte Forza Italia e adesso Vannacci la pensano più o meno allo stesso modo dando vita a una vistosa competizione. Il guaio vero, per Maga Melò, sta nel fatto che nell’era selvaggia del ferro e del fuoco, dell’irragionevolezza strisciante e dell’imprevedibilità sistemica, non si può essere patrioti di due patrie o, peggio, di una patria altrui. Con il che le attrazioni ideologiche non vanno d’accordo — vedi i dazi e tutto il resto — con gli interessi nazionali. In altre parole: Sovranista grande mangia sovranista piccola. Meloni certamente lo sa e anche se non può dirlo, lo fa capire con astuzie diplomatiche, scatti, slanci, compromessi, acrobazie, sottintesi e sudditanze, ma per quanto ancora?
Contro gli interessi dei soliti balordi!
“Il glifosato causa il cancro”: cacciato il capo dello studio
Uno degli erbicidi più usati nel mondo, il glifosato, è cancerogeno. Lo attestano i dati presentati a giugno da uno studio internazionale coordinato da un ricercatore italiano. Il 10 dicembre, le autorità europee Efsa ed Echa li hanno acquisiti per rivedere la classificazione di rischio del prodotto. Ma il 31 dicembre il ricercatore, che ha un importante curriculum scientifico internazionale, ha visto chiudere il suo rapporto di lavoro con l’istituzione per la quale lavorava sin dal 2012. L’istituto è il Ramazzini di Bologna, Onlus cooperativa con 40 mila soci fondata nel 1987 dall’oncologo di fama mondiale Cesare Maltoni, che valuta l’impatto sulla salute di sostanze chimiche. Il ricercatore è Daniele Mandrioli, 43 anni, direttore del centro di ricerca dal 2020. L’istituto giura la propria terzietà dalle lobby e dice che la decisione è stata consensuale. Mandrioli invece assicura di esser stato licenziato. Le industrie chimiche forse non hanno avuto un ruolo attivo, come qualcuno sospetta, ma di certo non se ne sono rattristate.
Il glifosato, sintetizzato negli anni 50, è prodotto dagli anni 70 con il marchio Roundup dal colosso Usa Monsanto, ora controllato dalla tedesca Bayer, e dai primi anni 2000 è venduto insieme a semi transgenici modificati per resistergli. Da decenni genera un enorme fatturato globale, 11 miliardi di dollari solo lo scorso anno. Secondo una ricerca prodotta 25 anni fa con l’apporto di Monsanto, non comporta rischi di cancro né effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Anche in base a quella pubblicazione molti Paesi ne hanno liberalizzato la vendita. L’Unione europea gli ha concesso la prima autorizzazione nel 2002, poi sottoposta a diverse revisioni e rinnovi, l’ultimo dei quali nel 2023 ha esteso l’autorizzazione fino al 2033. Ma diversi studi già dagli anni 90 attribuivano al glifosato effetti carcinogeni e tossicità cronica. Nel 2020 Bayer, proprietaria di Monsanto, ha pagato 10 miliardi di dollari e ne ha accantonati altri 17 per chiudere 100 mila cause sul Roundup.
Per gettare una luce indipendente, nel 2015 l’Istituto Ramazzini ha lanciato il progetto Global Glyphosate Study coinvolgendo scienziati provenienti da Stati Uniti, Sud America ed Europa. Per l’Italia hanno partecipato l’Istituto superiore di Sanità, il Cnr, l’Università di Bologna e l’ospedale San Martino di Genova. Nel 2018 i primi studi pilota hanno rivelato che il prodotto altera parametri biologici legati allo sviluppo sessuale, a genotossicità e microbioma intestinale. Nel 2019, lo studio ha rilevato che già a dosi che gli Usa considerano sicure gli erbicidi a base di glifosato impattano su riproduzione e sviluppo dei ratti. A giugno, i dati finali: nei ratti esposti a dosi ritenute innocue per l’uomo il glifosato causa leucemie e tumori a fegato, ovaie, sistema nervoso.
Ma il 31 dicembre il colpo di scena: Mandrioli è uscito dal Ramazzini, ufficialmente per una “riorganizzazione aziendale”. Secondo l’istituto, il rapporto tra Mandrioli e la cooperativa “è stato risolto per motivi completamente estranei alla ricerca sul glifosato. Stupisce che Mandrioli effettui una dichiarazione del genere e che cerchi di creare confusione sulla questione: è ben a conoscenza del percorso che ha condotto alla risoluzione del rapporto. Non è vero che la decisione è stata imposta dall’istituto. Si è valutato, in un tavolo condiviso con Mandrioli, il percorso maggiormente confacente alle esigenze delle parti e si è poi formalizzato un accordo che le parti hanno liberamente sottoscritto e nessuno ha mai messo in discussione. Fa specie si tenti di infangare la reputazione di un istituto che esprime team di ricercatori provenienti da tutti i Paesi del mondo e che da oltre 50 anni effettua ricerche indipendenti. Fa specie che Mandrioli metta la sua persona davanti all’interesse generale e alla credibilità della ricerca”.
Al Corriere di Bologna lo scienziato però ribatte che non si è trattato di un “percorso concordato”: “La risoluzione del rapporto di lavoro è stata decisa dall’istituto. Dopodiché, con l’aiuto dei miei avvocati abbiamo solo potuto definire i dettagli del percorso. Di fronte a una decisione già presa dai vertici dell’istituto non ho potuto far altro che prenderne atto, collaborando per consentire una transizione ordinata delle attività scientifiche, nel rispetto della straordinaria professionalità dei ricercatori con i quali ho condiviso 15 anni di ricerche indipendenti e che hanno dato tutto per il bene della salute pubblica”. Se le versioni sono diverse, resta un fatto: lo scienziato è stato messo alla porta.


