Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 30 gennaio 2026
Lettera ai colleghi
La Spezia. La violenza nelle scuole è anche il segno di un abbandono
Cari colleghi dell’Istituto Einaudi-Chiodo, vi scriviamo con il cuore pesante, colpiti nel profondo dall’immane tragedia che ha sconvolto la vostra comunità scolastica. In momenti come questo, le parole sembrano svuotate di senso, eppure sentiamo il dovere etico e professionale di non lasciarvi soli nel silenzio e nel dolore. Siamo al vostro fianco perché conosciamo bene la fatica di chi opera ogni giorno in prima linea.
Le nostre classi sono diventate laboratori di estrema complessità, dove si incrociano fragilità eterogenee, problemi comportamentali e disagi emotivi ogni anno più profondi e diffusi. In questo contesto, spesso incontriamo famiglie che come noi sono in difficoltà nell’affrontare la complessità del ruolo educativo, lasciando i docenti tragicamente soli a gestire dinamiche che vanno ben oltre l’istruzione e la didattica. I nostri ragazzi vivono immersi in un contesto reale e virtuale pervaso dalla violenza, dove l’aggressività fisica e verbale è diventata quotidianità e il rispetto di se stessi e degli altri sembra dimenticato. In questo scenario, l’educazione all’affettività e all’empatia verso il prossimo deve tornare ad avere un ruolo centrale. Tuttavia, il lavoro in classe non può bastare se la comunità non fa sistema: senza una collaborazione reale tra servizi territoriali, istituzioni e famiglie, l’impegno del docente resta un gesto isolato, che non trova appoggio al di fuori delle mura scolastiche. È troppo facile scaricare la colpa sulla scuola anziché affrontare in modo collegiale la complessità di questa emergenza educativa e del crescente disagio sociale. Abbiamo bisogno di risposte concrete: dalla presenza di uno psicologo in pianta stabile che faccia da raccordo con le strutture sanitarie, a risorse reali per l’integrazione degli alunni. La gestione di tale complessità continua a gravare solo sulla nostra buona volontà.
È necessario che la scuola smetta di essere considerata un costo da tagliare e torni a essere un investimento vitale; ogni taglio al personale, in piena emergenza educativa, non fa che lasciare i docenti ancora più soli: la società intera deve invece avere il coraggio di farsi carico del problema e affrontare concretamente l’emergenza. Vi abbracciamo con forza, condividendo la vostra ferita che è la ferita di tutta la scuola italiana. Restiamo uniti nella difesa della dignità del nostro lavoro. Con profonda stima e vicinanza.
i colleghi dell’I.I.S. “Capellini-Sauro”
L'abisso Piantedosi!
La stretta di Mano, il ministro e Regeni
A coronare i dieci anni dal rapimento, dalle torture e dall’omicidio di Giulio Regeni, il nostro ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricevuto Il suo omologo egiziano Mahmoud Tawfik e si è fatto fotografare mentre gli stringe la mano. Invece di nascondere la foto, il nostro ministro l’ha pubblicata sul sito ufficiale del Viminale. E deve anche esserne fiero, visto che l’ha illuminata con il suo personale sorriso e con una nota d’agenzia, perfettamente neutra, da cui neppure una goccia di sangue trapela. Né un osso rotto. Né un’ustione. Né un’unghia strappata. Eppure dovrebbe. Visto che il ministro egiziano, ex direttore dell’Antiterrorismo agli ordini del presidente Al Sisi, viene proprio da quei labirinti che il sangue, le ossa, la pelle, le unghie di Giulio Regeni le hanno frantumate per una settimana intera, esattamente dieci anni fa, gennaio 2016, il corpo completamente irriconoscibile, ma abbandonato ai bordi di una strada del Cairo affinché venisse ritrovato e riconosciuto. Come monito e come programma. Piantedosi – dietro al ventaglio di quel sorriso – dovrebbe aver letto il rapporto dell’autopsia eseguita in Italia dal professor Vittorio Fineschi, esaminato nel corso del processo, che ricostruisce la distruzione sistematica di quel corpo, eseguita allo scopo di tenerlo vivo il più a lungo possibile e in sofferenza il più a lungo possibile. Sono state accertate: fratture multiple alle costole, alle vertebre, alle scapole. Traumi alla testa e al volto per le percosse ripetute. Ecchimosi e lividi su tutto il corpo in fasi diverse di guarigione: segno di violenze distribuite nel tempo. Bruciature di sigaretta su viso, braccia, torace e schiena. Tagli e incisioni su naso, orecchie e dita. Non letali, per infliggere dolore e umiliazione. Unghie strappate o danneggiate. Fratture alle dita e ai piedi. Tutte lesioni che indicano almeno dai 5 ai 7 giorni di torture. Scattata la foto, Piantedosi e Tawfik, hanno pranzato insieme.
Ciack e Click!
Groenlandia, Hamas e Iran. Da Fauda a Borgen, le fiction hanno previsto tutto
Il dubbio è che riusciamo ad assorbire le convulsioni geopolitiche degli ultimi anni perché le abbiamo già vissute dietro il cuscinetto di uno schermo. Cioè, se uno ha visto Homeland, Occupied, Fauda, Teheran, Black Mirror, The Diplomat – l’appassionato di serie è compulsivo – cosa vuoi che lo sorprenda leggendo le pagine di esteri di un giornale?
Iniziamo da Borgen, serie di culto danese per political nerds che nel 2010 vaticina: 1) L’elezione della prima donna premier danese, che però se ne pente molto. 2) L’interesse Usa per la Groenlandia. 3) Le tensioni geopolitiche con Russia, Cina e Usa nell’Artico, inclusi i riferimenti a invasioni russe.
Nel 2015 esce Okkupiert, nota solo ai veri intenditori, ma paurosamente profetica: una crisi in Medio Oriente e il ritiro Usa dalla Nato innescano una crisi energetica globale. Dopo un devastante uragano attribuito al cambiamento climatico, i Verdi al potere in Norvegia fermano completamente la produzione di petrolio e gas del Mare del Nord e si affidano a fonti di energia alternative. L’economia europea si ferma, la gente mormora, le poltrone vacillano. L’Unione europea acconsente a un’occupazione “soft” russa, con le truppe russe che impongono a un governo norvegese sotto ricatto la riapertura dei pozzi e metà norvegesi che attivano un’eroica resistenza fatta anche di guerra ibrida. Usa e Nato rimangono, rispettivamente, isolazionisti o passivi. Boh, forse era facile da indovinare, bastava unire i puntini in norvegese.
Poi c’è Homeland, tacitamente riconosciuto come l’equivalente a basso costo di un Master in Relazioni Internazionali ad Harvard. Debutta nel 2011, quando i cattivi erano i terroristi islamici, e continua a mostrarci il futuro fino al 2020. Il primo twist è scegliere come protagonista un’agente Cia donna e bipolare, una roba chiaramente da 2020, che indaga su un marine “convertito” da al Qaeda. Nelle successive 7 stagioni succede di tutto, e sempre un po’ prima che nella realtà: interferenze russe e fake newspre-elezioni presidenziali Usa, conflitto in Ucraina, attacchi terroristici a Parigi, strategia, o lack thereof, in Siria, caduta di Kabul nelle mani dei Talebani e ritiro delle truppe occidentali. Come hanno fatto? Ogni stagione iniziava con uno Spy Camp a Washington DC, organizzato da John MacGaffin, ex vicedirettore della Cia Clandestine Service. Autori e interpreti incontravano ex direttori Cia, ufficiali attivi o in pensione, ambasciatori, giornalisti, ex militari (Stanley McChrystal) e staff White House per lavorare al plot, e i dettagli venivano verificati direttamente con la Cia. Cioè, questo è quello che sappiamo noi che non lavoriamo alla Cia e, complottisti da divano, abbiamo il dubbio che non fossero consultazioni, fosse dettatura. Hai quella brutta sensazione di oppressione all’idea che ricominci, perché, francamente, a questo punto, chi vuole veramente sapere cosa ci attende?
Il più doloroso è Fauda, in arabo “caos”, che descrive con crudezza e realismo le dinamiche dell’occupazione israeliana della Palestina. Nella terza stagione, il protagonista, un ufficiale dello Shin Bet, entra sotto copertura a Gaza per liberare due ragazzi tenuti in ostaggio da Hamas. Durante il lavoro di scrittura della quinta stagione, che andrà in onda quest’anno, i creatori Avi Issacharoff e Lior Raz avevano ipotizzato uno scenario in cui centinaia di militanti palestinesi avrebbero violato il confine israeliano prendendo il controllo di un villaggio, e lo avevano scartato ritenendolo “troppo inverosimile”. Oggi, dopo i massacri a Gaza, è durissimo da guardare, perfino dal divano.
Teheran invece racconta l’infiltrazione di un’agente del Mossad, una giovane donna, in Iran, con la missione di sabotarne il programma nucleare. Nella seconda stagione l’esplosione a distanza di un cellulare anticipa l’operazione israeliana del 2025 contro membri di Hezbollah e civili in Libano e alti militari Iraniani. Che sia un messaggio en plein air non è esplicito, ma secondo gli autori “Gli iraniani conoscono la serie, e le prestano molta attenzione”.
Poi c’è The Diplomat, tuttora in corso, amatissima dal pubblico e meno dai diplomatici. Un’ambasciatrice a cui chiedevamo se valesse una visione ha risposto laconica: “Se ti piace la fantascienza”. La parte fantascientifica è il ruolo centrale dell’ambasciatrice Usa a Londra e le dinamiche sentimentali – i diplomatici, si sa, sono tediosissimi – ma la serie prevede con accuratezza le ripercussioni globali di un ritorno a un approccio America First che ignora o calpesta gli alleati, e la tensione fra Usa e Regno Unito per la presenza di un sottomarino nucleare russo al largo delle coste inglesi sembra uscita dalla cronaca. Anche in questo caso i rapporti con consulenti dell’intelligence sono costanti e gli scenari di crisi realistici.
Anche chi ha visto le quattro stagioni di Jack Ryan potrebbe provare il brivido del deja-vu seguendo le notizie internazionali. La stagione più inquietante, per il livello di vaticinio, è la seconda, in cui il protagonista, sempre un agente della Cia ma stavolta, vivaddio, solo un maschio, indaga sul misterioso carico di una nave diretta in Venezuela. Il paese è governato dal dittatore corrotto Nicolás Reyes, che ne ha devastato l’economia, reprime gli oppositori, usa prigioni segrete nella giungla e trama per sviluppare armi nucleari. Finisce con un’operazione Usa per rimuovere Reyes, incluso l’elicottero delle forze speciali che attacca il palazzo presidenziale, l’esposizione della corruzione monstre e la vittoria dell’opposizione alle elezioni successive. Gli sceneggiatori, in evidente debito di immaginazione, non hanno previsto che, nella realtà del 2025, il capo dell’opposizione venezuelana avrebbe vinto il Premio Nobel per la Pace AL POSTO del presidente Usa spegnitore di otto guerre, e che Sua Nobeltà ne sia molto offeso.
Per farci del male, concludiamo con un consiglio: recuperate il film Civil War di Alex Garland. Spoiler: è ambientato in America.
L'Amaca
A cavalcioni di una voragine
di Michele Serra
La catastrofica frana di Niscemi (compreso il ritardo di almeno un paio di giorni con il quale è diventata un caso nazionale) ci richiama per la milionesima volta al nostro grande guaio strutturale, che è anche un grande guaio culturale: non siamo calibrati (mai!) sulla cura, sulla manutenzione, sull'ordinaria tutela del territorio e di noi stessi. Viviamo solo per l'eccezionale e per il mirabolante, come bambini annoiati, o forse come depressi bisognosi di shock emotivi. Per dirla con Altan: «L'italiano è un popolo straordinario, mi piacerebbe che fosse un popolo normale».
Come già scritto infinite volte, non è il Ponte sullo Stretto in sé a sembrarci inutile e inopportuno. I ponti sono opere magnifiche: tutti. A sembrarci inutile e inopportuno è il Pontesullo Stretto in questo Paese e nello specifico a cavalcioni tra quelle due regioni, malate di trascuratezza e di abbandono. È come voler costruire un eliporto sul tetto di una casa con gli impianti sfasciati, i vetri rotti e l'intonaco diroccato: perché farlo, se non per fingere che ogni nostra magagna sia scavalcabile in un solo balzo? È il mito eterno del talento italiano come alibi delle nostre omissioni e delle nostre inettitudini.
Di quel Ponte, allo stato delle cose, non c'è neppure la certezza tecnica che sia effettivamente realizzabile, con una campata unica quasi tripla rispetto alla più lunga del mondo. Vedendo le coste siciliane corrose dall'uragano, e una città sprofondare, come non pensare che quella caterva di miliardi pubblici congelati per puro puntiglio politico servirebbero tutti e subito per ben altre necessità, più umili, più urgenti, più vitali?
Bongiorno!
Separate le Bongiorno
A proposito di carriere da separare, oggi raccontiamo una storia esemplare. L’avvocata e senatrice leghista Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia vicepresieduta da Ilaria Cucchi, irrompe nel processo Cucchi-ter assumendo la difesa in Cassazione di uno degli ufficiali dei Carabinieri condannati per aver depistato le indagini sul pestaggio che nel 2009 uccise Stefano Cucchi. Si tratta del colonnello Lorenzo Sabatino, che ai tempi dell’omicidio comandava il Reparto operativo di Roma e che l’anno scorso la Corte d’appello ha ritenuto colpevole di avere sviato le indagini, infliggendogli 1 anno e 3 mesi di reclusione. Ovviamente Sabatino ha tutto il diritto di avere un difensore e la Bongiorno non viola (purtroppo) alcuna legge nel difenderlo. Ma siamo alle solite. La Bongiorno è il primo soprano del centrodestra in Parlamento sulla Giustizia: fa e disfa le leggi (vedi quella sulla violenza sessuale) e al contempo continua a svolgere la professione forense con un’influenza sproporzionata a quella dei suoi colleghi, a tutto vantaggio dei suoi assistiti. Il minimo sindacale di una legge sui conflitti d’interessi dovrebbe proibire agli avvocati di difendere i clienti al mattino nelle aule giudiziarie e di legiferare al pomeriggio sul Codice penale e quello di procedura nelle aule parlamentari.
Lo scriviamo da quando 30 anni fa, coi governi dell’Ulivo, in commissione Giustizia c’erano i compagni avvocati Pisapia e Calvi e al ministero l’avvocato progressista Flick, che era pure il legale del premier Prodi. E lo ripetemmo quando B. si portò i suoi legali Pecorella, Ghedini&C. per abolirgli i reati, bloccargli i processi e dimezzargli la prescrizione. Chi fa politica ha molti onori, ma dovrebbe avere almeno l’onere di interrompere attività professionali in palese conflitto d’interessi. Quando nel 1994 B. tentò di piazzare alla Giustizia il suo avvocato Previti, all’epoca ancora incensurato, Scalfaro lo fermò: altri tempi, altri presidenti. Ora però che questi sepolcri imbiancati infilano nella Costituzione ridicoli conflitti d’interessi fra pm e giudici, dovrebbero avere la decenza di risolvere quello fra avvocati e politici. Cioè fra le due Bongiorno. Chi viene assistito dalla senatrice – come Salvini, la ragazza del presunto stupro di Grillo jr., i membri del governo sul caso Almasri, la Consap chiamata dai giudici a risarcire le vittime della strage di Cutro – parte favorito rispetto a chi non ha un difensore-legislatore. Ma il caso Cucchi è ancor più grave: nel processo sono parte civile la Presidenza del Consiglio, i ministeri dell’Interno e della Difesa e l’Arma dei Carabinieri. I quali, in un cortocircuito istituzionale strepitoso, chiedono la condanna del colonnello difeso dalla senatrice Bongiorno. Che cos’è, uno scherzo?


