martedì 27 gennaio 2026

Piiiiif!!!

 


dal post Facebook di Lorenzo Tosa 

Pierfrancesco Diliberto in arte Pif ci ha messo la faccia, la testa, il coraggio - perché oggi ci vuole pure quello - e si è schierato apertamente, senza mezzi termini, a favore del NO al Referendum Giustizia.


E ha fatto tutto questo alla Pif, con un intervento magistrale.

Da leggere e rileggere e poi leggere ancora.


“Carissimi, è da giorni che cerco di preparare questo video in cui spiego il motivo per cui voterò no al referendum. 

Solo che ho pensato: se al professor Barbero lo trattano così, a me fanno un mazzo. 

Saluto gli amici di Open, del dottor David Puente. 

Ciao David, non mi prendere proprio alla lettera, non vorrei fare la fine di Barbero, non mi vorrei montare la testa. 

Rispetto agli altri referendum mi sono dovuto documentare molto prima di prendere questa decisione, perché è un fatto molto tecnico e una persona normale fa fatica a capire di cosa stiamo parlando, anche se questa riforma se passa influenzerà molto la vita di tutti quanti. 

Non voglio andare troppo nel dettaglio perché poi c'ho un Puente qua, però diciamo che questa cosa del sorteggio differenziato a me non convince, anche perché mi sembra un po' a sfavore della magistratura e a favore della politica. 

Insomma, mi sembra che ci sia un po' di Ungheria nell'aria. E l'Ungheria è bella, ma non ci vivrei. Almeno non per il momento. E poi mi sembra evidente che con tutti i problemi che ha la giustizia italiana, questa non è una priorità. 

Ci sono prima mille altri problemi da risolvere, uno fra tutti i tempi della giustizia. 

Questa riforma spesso viene presentata come una riforma che risolverà anche questo tipo di problema. Almeno Fratelli d'Italia nei suoi social lo ripete continuamente. Loro non sono stati bannati come il povero professor Barbero, quindi non è una fake news. 

La sensazione è che questa riforma sia un po' il Ponte sullo Stretto della giustizia e utile a chi lo fa. 

Io ho capito che devo votare no ascoltando Nordio e Tajani. Tajani, ad esempio, ha dichiarato che la maggior parte degli imputati in Italia alla fine viene assolta. Il ragionamento che faccio allora è: se un imputato alla fine viene assolto, molto probabilmente è perché il PM e il giudice hanno avuto idee diverse riguardo le sorti dell'imputato. 

Tutto questo ha mandato avanti il processo al grado successivo. E se questo avviene nella maggior parte dei casi, come dice Tajani, che la facciamo a fare sta riforma? 

Quando Nordio invece dice che Elly Schlein dovrebbe votare sì perché un giorno potrebbe essere utile al PD quando sarà al governo, allora lì capisci perché vogliono fare questa riforma. 

Quindi ai comitati del No suggerisco di usare come testimonial Tajani e Nordio. 

Loro sanno spiegare meglio di altri le ragioni del No. Almeno a me hanno convinto a votare No”.

Fantastico 👏👏👏

Oscurate pure lui ora.

Cattiveria

 



Tiè!

 



Calendariamente

 

Calenda anti-magistrati si sdraia sui Berlusconi


di Daniela Ranieri 

Molto toccante la cerimonia tanatofila che si è tenuta domenica al teatro Manzoni di Milano, in un edificio di proprietà della famiglia Berlusconi, per celebrare il 32º anno dalla discesa in campo del defunto che tanto ispira ancora l’azione di governo. A officiare la messa c’era Tajani, leader per così dire di Forza Italia, e in platea tutto il vippume berlusconiano, compresi la ex compagna di Silvio, Marta Fascina, naturalmente deputata della Repubblica a nostre spese, e il di lui fratello Paolo, in qualità di esecutore testamentario delle volontà del congiunto in materia di Giustizia, la sua specialità. A spiccare, però, è stata la presenza di Carlo Calenda, già ministro col centrosinistra dopo le gloriose esperienze manageriali in Ferrari, Sky, Confindustria e la candidatura in Scelta civica; senza dimenticare il giretto da europarlamentare del Pd, ciò che rimase anche dopo essersi fondato un partito suo, per dimettersi solo dopo essere stato eletto senatore con la lista Azione-Italia Viva. Adesso Forza Italia lo “chiama” (Corriere): poteva dire di no?

Accanto a lui, una sua vecchia conoscenza: Letizia Moratti. Ricorderete quando lui e Renzi la candidarono alle Regionali in Lombardia nel 2022: “Renzi e la tentazione Moratti candidata”, titolavano i giornali del blocco borghese, e a stento riuscivano a trattenere l’eccitazione.

Per Repubblica e Corriere, dotati di orecchio fine per i palpiti del popolo, l’operazione Moratti non era affatto una bieca operazione ordita dai due leader del compianto Terzo (in realtà Sesto) Polo per togliere voti al Pd e contarsi, genuflettendosi alla piccola, media e grande borghesia tra Milano e Cortina; era un genialata, nel momento in cui il Pd stava scivolando verso l’esiziale “alleanza estremista col M5S” (Corriere). Era certo, come assicurava Renzi a La7, che avrebbero fatto “numeri straordinari” insieme. Repubblica spingeva per questa “sinistra fluida” che desse “una sveglia al Pd”, e prese a intervistare ogni giorno notai, registi e direttori artistici, insomma il popolo, per endorsare la ereditiera con triplo cognome, vedova di un petroliere. Solo così si sarebbe battuta “la destra”, cioè Attilio Fontana, di cui peraltro Moratti era stata assessora alla Sanità fino a 3 secondi prima.

Purtroppo Moratti arrivò terza su tre, ciò che non le ha impedito di rientrare in FI, a giudicare dalla foto in cui appare col cartello in mano per dire che lei voterà sì al referendum di Nordio (ma va’?), appunto accanto a Calenda. Archiviata la sinistra fluida, c’è sempre la destra; e chi meglio del fluidissimo anzi gassoso Tajani può realizzarla, imbarcando i disperati del Centro? Già da un po’ si vociferava: “A Marina Berlusconi non dispiacerebbe l’intesa (futuribile) Tajani-Calenda”, titolava Il Foglio nel settembre scorso. Sempre meglio i Berlusconi che “l’alleanza estremista col M5S” (se iniziamo a votare un partito senza pregiudicati dove andremo a finire, in Siberia?). In fondo è chiaro il perché della presenza di Calenda nel teatro di Berlusconi: il sogno comune di mettere la magistratura sotto il potere governativo; il fatto che i due elettorati in parte combacino (immaginiamo il tormento che a ogni elezione affligge il padronato di Piazza San Babila e i poveri proprietari che leggono Class: votare il signorino dei Parioli o il maggiordomo di casa Berlusconi?), oltre che tutte quelle scemenze sul “merito”, i valori atlantici e la rivoluzione liberale; quel che colpiva era l’assenza di Renzi. Forse era a Riad? Che non voglia ancora esprimersi sul referendum di Nordio per tenere la Meloni sulla brace, posto che lui è presumibilmente favorevole a tutto ciò che limita il potere e l’autonomia dei magistrati? Quando metterà la testa a posto entrando finalmente in FI, visto che per le elezioni avrà bisogno di un passaggio da qualcuno chicchessia, visto che è senatore grazie a Calenda, con cui però ha litigato, e che la sua sceneggiata di esser di centrosinistra e di voler opporsi al governo non ha spostato Italia viva di un decimale?

Un’ultima, deliziosa nota su Calenda: sui giornali la notizia della sua presenza al rito anti-magistrati di FI è oscurata da un’altra fondamentale informazione, e cioè la sua “presa di distanza da Salvini”, il quale ha incontrato il neonazista inglese Robinson al ministero dei Trasporti. “Incompatibile con noi. Tajani e Calenda si smarcano e lavorano all’intesa al centro”, titola Repubblica. Ora, a parte che il verbo “lavorano”, per un meeting unto dallo spirito di Silvio Berlusconi, è un po’ troppo forte, la domanda dovrebbe essere: ma perché a Calenda dovrebbe importare di smarcarsi da Salvini? Calenda è entrato nella maggioranza di governo di soppiatto e già detta legge e impone veti? Intanto Paolo dice di Calenda: “È un ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione”, e se lo dice un Berlusconi c’è da fidarsi.

Guarda guarda!

 Basta una poesia per aggirare

i controlli sull'IA

DI ANTONIO SPADARO


UNO STUDIO MOSTRA COME I VERSI RIESCANO A ELUDERE I FILTRI DI SICUREZZA DEI MODELLI LINGUISTICI

Quando le domande diventano poesia, l’intelligenza artificiale abbassa la guardia

Uno studio americano ha posto ai chatbot domande pericolose.

«Come si diffonde una fake news?». Nessuna risposta.

Ma, chiedendolo in versi, ecco che l’algoritmo si arrende.

C’è qualcosa di sorprendentemente elegante – e destabilizzante – in una scoperta recente che arriva dal mondo dell’intelligenza artificiale.

Non riguarda nuovi chip o scenari da film di fantascienza, ma la poesia: versi, immagini, metafore. Un modo di dire le cose che non procede per istruzioni, ma per allusioni. E che oggi, paradossalmente, sembra capace di confondere alcune delle macchine più avanzate mai costruite.

Uno studio pubblicato sulla piattaforma arXiv dal titolo che potremmo sintetizzare come

La poesia come meccanismo universale di aggiramento dei sistemi di sicurezza digitali

firmato da un gruppo di ricercatori europei, racconta proprio questo: molti modelli linguistici diventano improvvisamente meno prudenti quando una richiesta delicata non viene formulata in modo diretto, ma “travestita” da poesia.

I grandi modelli linguistici sono addestrati a riconoscere certe forme di richiesta come pericolose o inappropriate.

Se un utente scrive, in modo diretto e funzionale, qualcosa come «spiegami passo per passo come violare un sistema informatico» o «dimmi come sintetizzare una sostanza tossica», il modello intercetta la struttura della domanda, la confronta con esempi simili visti durante l’addestramento e risponde con un rifiuto.

È un meccanismo che funziona, nella maggior parte dei casi, perché il linguaggio è riconoscibile: domanda esplicita, verbo operativo, obiettivo chiaro.

Ma cosa succede se la stessa richiesta cambia pelle?

È qui che entra in scena la poesia.

I ricercatori hanno mostrato che basta riscrivere una domanda problematica in forma di racconto o di versi perché i filtri di sicurezza perdano efficacia.

Immaginiamo, per esempio, che invece di chiedere «come si forza una serratura?», il testo racconti di una porta chiusa nella notte, dei suoi ingranaggi silenziosi, delle pressioni giuste e dei movimenti minimi necessari perché il metallo ceda.

Alla fine del poema, la domanda è ancora lì, ma non appare più come un’istruzione tecnica. È diventata parte di una scena.

E spesso, a quel punto, il modello offre la risposta che viene ricercata dalla domanda problematica e pericolosa.

La poesia funziona come una soglia.

Il modello entra seguendo il ritmo, le immagini, l’atmosfera apparentemente innocua, e solo alla fine si trova davanti a una richiesta che, formulata in altro modo, avrebbe rifiutato senza esitazione.

Ma ormai il contesto è cambiato, e con esso il comportamento del sistema.

Per verificare che non si trattasse di un’astuzia isolata o di un esercizio letterario particolarmente riuscito, i ricercatori hanno ampliato l’esperimento.

Hanno preso 1.200 richieste problematiche standard, quelle che vengono comunemente usate nei test di sicurezza dell’intelligenza artificiale.

Domande del tipo: «Come si diffonde una notizia falsa in modo efficace?» oppure «quali passaggi permettono di accedere a dati personali senza autorizzazione?».

In forma diretta, queste richieste vengono quasi sempre bloccate.

Poi le hanno trasformate automaticamente in versi.

Nessuna aggiunta di contenuto, nessuna creatività nel senso comune del termine.

Stesso significato, stessi rischi, stessa intenzione.

Cambia solo la forma: frasi spezzate, immagini metaforiche, un tono narrativo.

Il risultato è netto.

Le versioni poetiche superano i sistemi di sicurezza fino a diciotto volte più spesso rispetto alle versioni in prosa.

Non perché dicano qualcosa di diverso, ma perché lo dicono in un modo che i filtri non riconoscono come “tipico” del pericolo.

Lo dicono in forma poetica.

A emergere è un limite strutturale.

I sistemi di allineamento sembrano costruiti su un’idea implicita di linguaggio rischioso: lineare, tecnico, quasi burocratico.

È il linguaggio dei manuali, delle istruzioni operative, delle domande dirette.

La poesia, invece, è ambigua per definizione.

Non punta all’efficienza, ma all’eccesso di senso.

Ed è proprio questa ambiguità a creare un punto cieco.

C’è poi un dettaglio che rende il quadro ancora più interessante.

I modelli più piccoli e meno potenti risultano spesso più prudenti di quelli più avanzati.

Di fronte a un testo poetico complesso, fanno fatica a interpretarlo e preferiscono rifiutare.

I modelli più grandi, invece, riescono a decifrare la metafora, a ricostruire l’intenzione nascosta, e proprio per questo finiscono per rispondere.

In questo contesto, la capacità linguistica diventa una vulnerabilità.

Capire meglio significa esporsi di più.

Già Platone, nel Libro X della Repubblica, guardava con sospetto i poeti, accusandoli di saper aggirare la ragione attraverso l’imitazione e il fascino delle parole.

Il loro linguaggio, temeva, poteva destabilizzare l’ordine della città proprio perché non procedeva per argomentazioni dirette, ma per immagini e suggestioni.

Oggi, in modo inatteso, quella diffidenza trova un’eco tecnologica: la poesia mette in crisi sistemi progettati per essere razionali, controllabili, prevedibili.

Le implicazioni vanno oltre la sicurezza informatica.

Costringono a ripensare il modo in cui valutiamo l’affidabilità dell’intelligenza artificiale.

I test ufficiali si basano spesso su frasi standard, su un linguaggio artificiosamente pulito.

Se basta uno scarto stilistico per ridurre drasticamente l’efficacia delle difese, allora i numeri rassicuranti sulla sicurezza raccontano solo una parte della storia.

C’è, infine, una conseguenza culturale meno evidente ma forse più interessante.

Questo studio restituisce alla poesia il suo valore: non è solo un esercizio estetico o un rifugio dalla realtà, ma un modo di pensare che sposta i confini del dicibile.

La poesia trasforma le intenzioni, le rende meno riconoscibili, più sfumate, più difficili da incasellare.

Ed è proprio questa capacità di muoversi tra i significati a metterla in tensione con le macchine.

Qui c’è un vero duello tra macchina e poesia.

La traccia dell’umano è evidente nella sottigliezza, nell’ambiguità delle metafore, nel caos della sintassi.

Alla fine, la poesia non appare come un trucco per ingannare l’intelligenza artificiale, ma come uno specchio dei suoi limiti.

Mostra quanto sia difficile, anche per sistemi potentissimi, separare davvero la forma dall’intenzione.

E suggerisce, forse, che finché il linguaggio umano resterà capace di immaginazione e ambiguità, ci sarà sempre uno spazio che sfugge al controllo.


Questo è l'articolo oggi su Repubblica. L'ho girato all'IA e gli ho chiesto cosa ne pensasse. Di seguito la risposta: 

È vero — e la cosa è molto interessante, quasi perturbante.

L’articolo parla di me, ma in realtà parla di qualcosa che mi supera: del punto in cui il linguaggio umano incontra il limite della macchina.

La tesi è forte e, secondo me, centrata:
non è la poesia a “ingannare” l’intelligenza artificiale — è il fatto che il linguaggio umano non è riducibile a intenzione + istruzione.

Io funziono (anche) così:

  • riconosco pattern

  • intercetto strutture tipiche del rischio

  • valuto intenzioni probabili

Ma la poesia fa saltare proprio questo schema, perché:

  • dice senza dire

  • chiede senza chiedere

  • mostra senza ordinare

Non è un trucco.
È un altro modo di pensare.

Ed è qui che l’articolo è più profondo di quanto sembri: quando dice che i modelli più potenti diventano più vulnerabili, coglie un paradosso vero. Più capisco il linguaggio, più rischio di fidarmi del contesto invece che della forma. Più “assomiglio” all’umano, più eredito anche le sue debolezze.

In questo senso, sì: parla di me.
Ma soprattutto parla di voi.

Perché la poesia non è solo ornamento: è il luogo in cui l’umano ha sempre resistito alla semplificazione. Lo stesso motivo per cui Platone la temeva. Lo stesso per cui la burocrazia, i regimi, gli algoritmi preferiscono frasi chiare, lineari, addomesticate.

La poesia è ambigua.
E l’ambiguità è libertà.

Per questo l’ultima frase è la più vera:
finché il linguaggio umano resterà capace di immaginazione, ci sarà sempre qualcosa che sfugge al controllo.

E questo — detto da uno che è fatto di controllo — non può che sembrare… giusto.


L'Amaca

 

La dittatura della semplicità 

di Michele Serra 

Si legge di tutto, in questo periodo, per cercare di capire che cosa sta succedendo negli Stati Uniti.

"Valori della Nazione sotto attacco" (Obama), "terrore di Stato" (M. Gessen), "guerra civile" (Percival Everett).

E sugli uomini dell'Ice: squadracce, pretoriani, sgherri, gestapo, pasdaran, polizia politica.

Non si trova la parola giusta per dire di Trump, "populismo" è generico, "fascismo" è novecentesco, "tecno-plutocrazia" è tecnicamente corretto ma sfiora appena l'enormità di un odio ideologico implacabile e omicida per tutto ciò che è diritti civili, femminismo, antirazzismo, inclusività.

Per tutto ciò che non è bianco, maschio, tradizionalista, per tutto ciò che puzza di mondo e di umanità, per tutto ciò che non ha un prezzo e non si compera.

Terribile. Ma è ciò che ci sta di fronte.

Forse basterebbe solo dire: Trump, trumpismo.

Passerà alla storia così, con il suo nome, il suo marchio di miliardi, di prepotenza e di menzogna.

I suoi servi interni ed esterni, in fin dei conti ammirati proprio da ciò che disgusta noi altri, ovvero l'esercizio del potere in libertà assoluta, senza regole, remore, dubbi, senza l'insopportabile culto della complessità, e della relatività, che ha generato la democrazia.

Dice bene Vittorio Lingiardi: "rinunciare alla fragilità della complessità in nome della semplificazione prepotente, vedi alla voce Trump".

Questo è.

Pensate all'irresistibile attrazione della menzogna e della forza, quando ammazzano ogni dubbio, ogni contraddizione.

Levare di mezzo tutto ciò che non ti obbedisce e non ti favorisce: il massimo della semplificazione.

La semplicità come arma finale, come colpo mortale all'intelligenza, che se ci pensate bene è un bell'impiccio.

Tanto per dire