martedì 27 gennaio 2026

Giorno della memoria alla Natangelo

 


Ho chiesto ad AI di interpretarla. Questo è il suo commento: 

La vignetta è ironica e amara.

In alto c’è scritto “27 gennaio: Giorno della Memoria”, la giornata dedicata al ricordo della Shoah.

Nel disegno si vedono due pesci in una boccia:

  • uno continua a dire “Auguri”

  • l’altro risponde “Grazie”

Il senso sta proprio qui 👇
Il Giorno della Memoria non è una festa, quindi non si fanno gli auguri.

La vignetta prende in giro — con sarcasmo — l’abitudine superficiale di alcune persone che trattano anche una ricorrenza tragica come se fosse un compleanno o una festa qualsiasi, senza capirne davvero il significato.

I pesci, chiusi nella boccia, rappresentano anche:

  • la ripetizione meccanica delle frasi

  • la mancanza di consapevolezza

  • una memoria svuotata, fatta per automatismi

È una critica molto semplice ma potente:
👉 ricordare non significa dire la frase giusta, ma capire perché si ricorda.

Una vignetta nello stile di Natangelo: apparentemente leggera, ma con una stoccata molto netta.

Inaspettato

 

Oggi a te, domani a me

Quando iniziai a fare il giornalista, a metà degli anni 80, la censura praticamente non esisteva. Ogni testata aveva la sua linea editoriale, ma esibiva firme così autorevoli e prestigiose che nessuno si sognava di dire loro cosa dire o non dire. Le grandi firme erano un modello, ma anche uno scudo per noi giornalisti in erba. Oggi l’Italia, come tutto l’Occidente, anziché progredire verso una maggiore libertà, è un catalogo inesauribile di censure, autocensure, bavagli, museruole, divieti e gabbie da asfissia, sempre più simili a quelli delle autocrazie. Ci siamo arrivati con la tecnica della rana bollita, senz’accorgercene, rinunciando a un pezzettino di libertà al giorno in nome di questa o quell’emergenza, di questo o quel nemico vero o presunto. Il terrorismo islamico, il Covid, i populisti, i sovranisti, la Russia: taci il nemico ti ascolta. L’Ue ci oscura i media russi trattandoci da bambini scemi. Se l’Albanese documenta per l’Onu i crimini di Israele a Gaza e in Cisgiordania, viene sanzionata dagli Usa e non può più avere neppure un conto in banca. Si dirà: colpa di Trump. Magari: lo stesso fa la democraticissima Ue contro giornalisti e analisti stonati sulla guerra in Ucraina, come il colonnello svizzero Baud. Se un prof universitario spiega i danni della schiforma Nordio, il primo squinternato che si autoproclama fact checker è in grado di fargli oscurare il video sui social di Meta. Cosa che accade da 20 mesi a chi posta video sui serial killer dell’Idf a Gaza e non ha l’accortezza di affidarsi a X del puzzone Musk.

Ora siamo arrivati a Fabrizio Corona. Che non è un cronista, ma un ex galeotto, non usa le cautele del giornalismo, avrebbe bisogno di un consulente legale per non gettare il bambino con l’acqua sporca, ma col suo linguaggio da trivio sta scoperchiando certe simpatiche usanze del mondo Signorini-Mediaset. Ha diffamato o violato la privacy di qualcuno? Lo si denunci per diffamazione e violazione della privacy e si attenda la sentenza. Ma è curioso che prima lo si punisse perché i suoi scoop li usava per non pubblicarli, ricattando la gente, e ora lo si punisca perché li pubblica, facendo infuriare gente che pagherebbe oro per non vederli pubblicati. Ieri un giudice civile di Milano gli ha praticamente tappato la bocca, ordinandogli di rimuovere tutti i contenuti su Signorini e vietandogli di diffonderne di nuovi. E non per qualche reato già commesso, ma per quelli che potrebbe commettere in futuro. Cioè perché Signorini e Mediaset hanno chiesto che non parli di loro. Una bella pretesa, che però si chiama censura preventiva. Si dirà: ma Corona non è un giornalista. E di grazia, dove sta scritto che nel villaggio iperglobale dei social possono parlare di Mediaset e di Signorini soltanto i giornalisti?

lunedì 26 gennaio 2026

Astuzia

 



Il post prandiale

 

Tajani “reo confesso”: via la polizia giudiziaria dalla gestione dei pm


Dopo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, c’è un altro ministro “reo confesso” in merito al vero obiettivo della riforma costituzionale: le mani della politica sulla magistratura. L’ultimo, in ordine cronologico, è il ministro degli esteri Antonio Tajani che, fino a quando Marina Berlusconi non riuscirà a rottamarlo, è pure il leader di Forza Italia. Sabato sera, alla kermesse forzista per il Sì alla riforma, a Roma, Tajani si è lasciato andare.

“Adesso, ha detto, con la riforma della giustizia le cose cambieranno, ma dobbiamo continuare ad andare avanti. Non basta la separazione delle carriere, non basta la riforma del Csm. Serve completare: penso alla responsabilità civile (che esiste già, ndr), penso anche ad aprire un dibattito su se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati. Discutiamone”. Immancabile la dedica della riforma a Silvio Berlusconi, che l’ha sognata e non l’ha potuta realizzare.

Ovviamente l’apertura al dibattito sulla sottrazione della direzione delle indagini ai pm è un pro forma. Al governo aspettano solo che si voti per il referendum e che, è il forte auspicio, gli italiani facciano vincere il Sì, per mettere mani al progetto, già in lavorazione al ministero della Giustizia, di togliere il controllo della polizia giudiziaria ai pubblici ministeri, in modo da renderli, di fatto, dei sottoposti al governo. Il perché è presto detto. Attualmente, il pm indirizza e coordina le indagini della polizia giudiziaria, la quale deve rispondere solo al magistrato per cui sta lavorando. Se, come vuole il governo Meloni, cade questa garanzia di avere indagini indipendenti, sarà la politica a dare impulso o meno alle indagini e a supervisionarle. Ciascuna polizia giudiziaria, nei suoi vertici, infatti, risponde a un ministro: la polizia al ministro dell’Interno, i carabinieri al ministro della Difesa e la Guarda di Finanza al ministro dell’Economia.

La legge costituzionale Meloni-Nordio è la cornice di un piano articolato del centro-destra per avere una magistratura sotto il tacco del governo di turno. Quello che conta, se vinceranno i Sì, saranno i decreti attuativi e altre leggi ordinarie, che verranno approvati soprattutto se la maggioranza sarà rafforzata dalla vittoria dei Sì. D’altronde, già a marzo scorso sono circolate voci, mai smentite, del progetto del ministro Nordio di togliere ai pm il controllo della polizia giudiziaria. E sabato Tajani ha detto pubblicamente che è un obiettivo. Certo, non facile da raggiungere. L’ufficio legislativo di via Arenula si sta scervellando su come scrivere la norma senza che poi venga bocciata dalla Corte costituzionale: l’articolo 109 della Carta recita che il pm “disponde direttamente della polizia giudiziaria”. Ma l’idea del ministro Nordio sarebbe quella di modificare, senza bisogno di un’altra riforma costituzionale, l’articolo 327 del codice, secondo il quale il pm “dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria”. Si vedrà.

A ogni modo, la visione complessiva di questo governo è chiara, al di là del suo mantra sulla magistratura che resta “autonoma e indipendente”. Vuole, in realtà, le mani libere, con la riforma costituzionale che indebolisce le toghe ( doppio Csm e Alta corte disciplinare) e con progetti di legge. Lo ha detto la premier Meloni: “La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di Governo, sostenuta dal Parlamento”. Lo ha detto Nordio: si torna al “primato della politica”. Che la riforma costituzionale sia solo il prologo del progetto del centro-destra di assoggettare la magistratura alla politica ce lo dice chiaro e tondo ancora Nordio, quando ribadisce che vuole porre fine all’obbligatorietà dell’azione penale. E ce lo dice anche la proposta Zanettin-Stefani (FI-Lega) che, in maniera più stringente rispetto a quanto già introdotto dalla norma Cartabia, prevede che sia la “manona” della politica a dettare alle procure le priorità delle indagini.