domenica 25 gennaio 2026

L'Amaca

 

Alla conquista della Jacuzia 

di Michele Serra

Da giovane ho giocato molto a Risiko, eppure non mi è mai venuto in mente di arruolarmi in qualche esercito per conquistare la Jacuzia. Avevo ben chiara la differenza tra giocarsi il mondo a dadi e bombardarlo per davvero. Umberto Eco scrisse che da bambino giocava molto alla guerra, con spade di legno e fionde, ma crescendo non ha fatto il mercenario e ha sempre detestato la violenza fisica.

La simulazione dell'aggressività (nel gioco, nello sport) e la sua codificazione in forme incruente dovrebbero servire a far sfogare senza danni, soprattutto senza danni per gli altri, l'istinto di prevaricazione, o anche soltanto di autoaffermazione: entrambi molto presenti nei maschi giovani per un mix di ragioni ormonali e culturali.

Pare invece che i videogame di strategia militare abbiano avuto una enorme influenza nella formazione culturale e politica della nuova destra americana. Per esempio l'attuale capo del Pentagono, Hegseth, è pieno di tatuaggi ispirati a Crusader Kings 2. Da guerriero da divano è dunque poi diventato, nel più istituzionale dei modi, il capo dei guerrieri americani, con una preoccupante continuità tra gioco e realtà.

In particolare i videogiochi che esaltano le crociate e la sottomissione degli altri popoli da parte degli europei avrebbero avuto un ruolo decisivo nell'educazione politica, chiamiamola così, del nuovo suprematismo bianco americano. È un ottimo tema per gli psichiatri. Possiamo limitarci, da non addetti ai lavori, o meglio alle terapie, ad avanzare un'ipotesi: se affiancato da qualche buon libro e buon film, anche Crusader Kings avrebbe avuto effetti meno rilevanti sulla psiche dei suoi fan.

In aggiunta, aiuta molto anche avere in famiglia qualcuno che ti dice:
«Non importa se non sottometti gli Ottomani. Io ti voglio bene lo stesso».

Antonio il Saggio

 

Quei fantozziani lecchini a Davos

Appollaiato di traverso, incurvato quasi ad angolo retto, trasudante soggezione e ossequio mentre l’altro non lo degna neppure di uno sguardo, con l’occhio fisso e onnisciente di una divinità. Nell’osservare in tv la postura a tappetino di Mark Rutte al cospetto dell’egolatria boriosa di Donald Trump sorge un’elementare domanda: perché mai il presidente degli Stati Uniti non dovrebbe trattarlo come una pezza da piedi? Quando da quel buffo signore che ricopre pur sempre l’incarico di segretario della Nato, non di una confraternita dedita all’autoflagellazione, il ciuffo arancione viene accuratamente umettato e celebrato (“Ciò che hai realizzato oggi in Siria è incredibile, userò i miei impegni mediatici a Davos per mettere in luce il tuo lavoro lì, a Gaza e in Ucraina”, slurp), quale considerazione il tycoon potrà mai avere dei partner europei che si fanno rappresentare da una sì ridicola marionetta? Il format dei sottomessi prevede alcune varianti. Quella del “qui lo dico e qui lo nego”, in puro stile Emmanuel Macron che, opportunamente occhialato, in pubblico dà del bullo a Trump mentre in privato si illumina di incenso: “Amico mio, siamo totalmente allineati sulla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran”, doppio slurp). In coda alla sviolinata la domandina sottovoce (“Non capisco cosa tu stia facendo sulla Groenlandia”), che si vorrebbe ammorbidita dalla vasellina di cui sopra. Abbiamo poi il salamelecco a futura memoria modello Meloni: “my darling”, purtroppo non posso entrare nel tuo strepitoso “board” causa fastidioso intralcio costituzionale ma speriamo che ti diano il Nobel.

Chi considera Trump il peggio del peggio che poteva capitare agli americani, che tuttavia lo hanno fortemente voluto per la seconda volta alla Casa Bianca, dovrà interrogarsi sulla sindrome da servitù che dilaga nei consessi internazionali. Con poche reazioni degne di questo nome, a cominciare e per finire dalla battutona del primo ministro canadese Carney (“Se non siedi al tavolo dei potenti sei nel menu”), celebrata come memorabile dal virilissimo consesso. Nel frattempo i Fantozzi di Davos gonfiavano il petto al cospetto dell’ardimentoso “buuu” di Al Gore e della fuga di pochi altri eroi stanchi di prendere ceffoni dal Segretario americano al commercio, Howard Lutnick. Visto l’andazzo ci permettiamo di suggerire ai sottomessi poche altre regolette di sopravvivenza, tratte da un classico del genere: “Le 48 leggi del potere” di Robert Green. L’adulazione manifesta può essere efficace ma ha i suoi limiti, se troppo diretta e ovvia sarà malvista dagli altri che si produrranno in adulazioni ancora più sperticate. Se si è più intelligenti del proprio capo, bisogna cercare di apparire all’opposto, facendolo sentire più intelligente (questa è facile). Se le vostre idee sono più creative di quelle del vostro capo non dovete esitare ad attribuirgliele il più pubblicamente possibile, facendogli sentire il vostro parere solo una ripetizione del suo giudizio. Frenate l’umorismo e trovate il modo di rendere il capo il vero autore del buonumore e delle migliori battute del momento (roba vecchia stile Berlusconi). Ma, soprattutto, il capo deve apparire come un sole verso il quale i presenti si rivolgono, che irradia potere e splendore (forse per questo Macron indossava occhiali specchiati da 659 euro). Perché è lui, the Donald, il centro dell’attenzione (ma su questo punto i sottoposti europei sembrano ferratissimi).

Mescolano per spaesare

 

I garantisti manettari 


I giuristi per caso del governo e dei media italiani urlano e strepitano per la scarcerazione di Jacques Moretti, arrestato il 9 gennaio dai giudici svizzeri per la strage colposa di 40 ragazzi nel suo locale di Crans Montana e liberato su cauzione l’altro ieri per cessate esigenze cautelari. Il governo si copre di ridicolo convocando l’ambasciatore per sentirsi rispondere che in Svizzera (come del resto in Italia) sugli arresti decidono i giudici, non il governo, quindi Meloni, Tajani&C. sbagliano indirizzo. Poi il presidente Parmelin pronuncia una frase a prova di coglione: “Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri, la politica non deve interferire con la giustizia”. Come a dire: non è così anche da voi? No, da noi si separano le carriere dei magistrati per violare la separazione dei poteri. Il governo pretende di dettare le indagini ai pm e le sentenze ai giudici e punire i disobbedienti. E ora protesta col governo svizzero pensando che anche lì si usi così. Siccome siamo sempre in bilico fra tragedia e farsa, gli alti lai contro la scarcerazione giungono dai “garantisti” che hanno trascorso gli ultimi 30 anni a strillare contro la barbarie della custodia cautelare e a renderla sempre più difficile (Nordio fa persino avvisare gli arrestandi, che così fuggono e minacciano i testi). E ci fracassano i cotiledoni sulla “presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva” (che poi è di “non colpevolezza”, cosa ben diversa).

Ora questi somari in malafede dovrebbero informarsi e informare i parenti delle vittime, anziché ingannarli con fake news, su cos’è la custodia cautelare: non un’anticipazione della pena, ma una misura eccezionale che priva il cittadino della libertà prima del processo solo se ricorrono gravi indizi di colpevolezza (e lì ricorrono eccome) e almeno una delle tre esigenze cautelari: pericolo di fuga (molto improbabile, anche perché Moretti fuggendo perderebbe la cauzione), o di reiterazione del reato (impossibile: il locale è bruciato), o di inquinamento delle prove (assurdo: le prove sono tutte in mano agli inquirenti, fra video della festa, testimonianze dei superstiti e carte del Comune che non ispezionò mai il locale). Quindi Moretti sarebbe uscito anche in Italia (e senza neppure la cauzione), anzi probabilmente non sarebbe mai stato arrestato. Ma la scarcerazione non attenua minimamente la gravità del fatto né la colpa dei responsabili, come si fa credere ai familiari delle vittime moltiplicando il loro dolore: riguarda esclusivamente la possibilità o meno di giudicare Moretti e la sua compagna a piede libero senza compromettere il processo. Dopodiché si spera che i due siano condannati al massimo della pena e in carcere ci vadano (dopo la condanna). Intanto i nostri famosi “fact checker” sbugiarderanno i politici e i giornali. O no?

sabato 24 gennaio 2026

Flash

 



Il momento in cui gli organizzatori dello Slam australiano cercano di alzare la temperatura per far chiudere il tetto e interrompere per dieci minuti l’incontro con Jannik in difficoltà per crampi contro Spizzirri che poteva qualificarsi per gli ottavi, con previsione di sei canguri come spettatori…

Lei è comunista?

 




La Speranza Mamdani

 


Il Sindaco di New York in piedi con a fianco lo Psicopatico. Tradotto: la Speranza Mamdani

Peter Gomez

 

di Peter Gomez


C’È STATA UN’AMERICA in cui una parola poteva distruggerti la vita: comunismo. Bastava una compagnia sbagliata, una poesia, una firma su un appello per la pace. Nel 1947, davanti alla House Un-American Activities Committee, comparve persino Bertolt Brecht. Rispose a tutte le domande con calma, con lo stesso tono che si usa davanti a un bimbo un po’ tonto. Disse di non essere mai stato comunista e il giorno dopo tornò in Europa. Le fotografie lo ritraggono con un sorriso appena accennato: l’espressione sorpresa di chi aveva capito che gli Stati Uniti avevano smesso di essere la patria delle libertà.

Quelle immagini oggi sembrano provenire da un’altra epoca. La parola socialista, è vero, resta un insulto usato nei talk show e nelle campagne elettorali, ma ha smesso di essere impronunciabile. Perché nell’America di Trump per milioni di persone il socialismo non è più una colpa da espiare. È invece una bandiera, un programma amministrativo, una proposta politica che cammina sulle gambe dei sindaci, dei sindacati, delle piazze.

Il segnale più evidente è arrivato da New York. Zohran Mamdani, self-described democratic socialist, ha prima messo in crisi l’establishment democratico vincendo le primarie e poi ha conquistato la carica di sindaco. La città simbolo del capitalismo globale è diventata un laboratorio politico nazionale.

Mamdani non ha parlato di rivoluzioni né di modelli alternativi di società. Ha parlato di affitti, di trasporti, di sanità. Reuters ha spiegato la sua vittoria con un’agenda centrata sull’affordability e con la mobilitazione di giovani e progressisti nel solco aperto da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.

Politica ridotta all’essenziale: quanto resta in tasca dopo aver pagato l’affitto, la spesa, il biglietto dell’autobus. Cose concrete che rendono la sinistra socialista negli Stati Uniti un arcipelago. Ci sono sindaci, consiglieri comunali, amministratori locali legati alla galassia dei Democratic Socialists of America.

Dopo l’elezione di Mamdani, la Dsa ha parlato della “più monumentale vittoria elettorale del movimento socialista americano nell’ultimo secolo”. È un’espressione militante, certo. Ma fotografa una realtà: una parte della sinistra americana ha smesso di percepirsi come pura testimonianza.

Oggi la Dsa conta circa 90 mila iscritti – erano poco più di seimila dieci anni fa – e ha oltre 250 eletti a livello locale e statale. In Europa sarebbero numeri modesti. Negli Stati Uniti sono un’anomalia storica.

Accanto alle istituzioni, ci sono le piazze. Il movimento “No Kings” nasce contro l’idea di una presidenza che si comporta da monarchia. Il messaggio è elementare, quasi didascalico: America has no kings, and the power belongs to the people.

Per il 18 ottobre 2025 gli organizzatori parlano di oltre 2.700 eventi e più di sette milioni di partecipanti. Numeri da prendere per quello che sono – autorappresentazione politica – ma utili a capire la funzione del fenomeno: costruire un rito di massa, riconoscibile, replicabile.

Le fotografie mostrano famiglie, studenti, lavoratori. Non sono cortei socialisti. Sono cortei democratici, nel senso più antico e letterale del termine.

Tutto questo non nasce nel vuoto. Nasce nella contabilità della diseguaglianza. Nel 2024 il reddito mediano familiare negli Stati Uniti ha raggiunto gli 83.730 dollari. Il dato, isolato, sembra positivo. Ma è un numero che va smontato.

Guardando dentro quella cifra, emerge che la crescita non è distribuita. Tra il 2023 e il 2024 il reddito del 10% più ricco è cresciuto di oltre il 4%. Per la classe media – l’insegnante, l’impiegato, l’infermiere – tutto invece è rimasto fermo.

Wall Street festeggia nuovi record, mentre milioni di famiglie vivono un paradosso quotidiano: lavorano, ma non accumulano; guadagnano, ma non risparmiano. Lo stipendio entra ed esce, divorato dall’affitto, dalla sanità, dall’istruzione, dal debito.

Così riemergono anche i sindacati. I numeri restano bassi: nel 2024 il tasso di sindacalizzazione è al 9,9%, circa 14,3 milioni di lavoratori. Ma la temperatura sociale è più alta delle statistiche.

Tra i giovani, organizzarsi sul lavoro diventa il modo più concreto di parlare di potere e redistribuzione, senza aspettare che Washington cambi rotta.

A rendere tutto più visibile è un altro dato: l’impopolarità di Donald Trump. Un sondaggio Reuters/Ipsos di dicembre 2025 colloca la sua approvazione al 39%. Solo il 33% giudica positivamente la gestione dell’economia, appena il 27% quella sul costo della vita.

Il centro di ricerca Ap-Norc registra un calo di circa dieci punti nelle valutazioni economiche rispetto alla primavera. Non significa che l’economia sia percepita come in crisi. Significa che sempre meno americani sentono che quella crescita migliori la loro vita.

Gli intellettuali fanno da traduttori. Meno retorica rivoluzionaria, più beni pubblici. Meno slogan, più casa, trasporti, sanità, scuola.

Questo numero di MillenniuM, prevalentemente fotografico, racconta proprio questo passaggio. Dalle immagini cupe del maccartismo – microfoni, sospetti, liste nere – ai volti ordinari delle piazze di oggi.

Allora facevano paura le idee. Oggi fanno paura i conti. L’onda rossa che riaffiora non è un feticcio ideologico, ma una risposta pratica a un Paese che si sente ricco in Borsa e povero al supermercato.

E le fotografie, come spesso accade, lo spiegano meglio di qualsiasi editoriale.