mercoledì 21 gennaio 2026

Sano sfottò!

 



Natangelo

 



Grande!

 


Non manifesti con loro? I “riformisti” ti insultano

di Daniela Ranieri 


Sensibili come sono ai diritti umani e all’autodeterminazione dei popoli, purché non si tratti dei palestinesi sterminati da Israele, delle minoranze russofone del Donbass, dei curdi (comunisti!) perseguitati da Erdogan, degli yemeniti bombardati dall’Arabia Saudita (anche con armi nostre, prima della revoca di Conte), i nostri liberal-moderati-riformisti si sono presi a cuore la rivolta degli iraniani contro il regime degli ayatollah e sono veramente arrabbiati contro chi non condivide la loro battaglia.

Il Foglio ospita in prima pagina un durissimo editoriale di Calenda, che accusa Pd, M5S e sinistra di essere un manipolo di “anime morte” e dei “codardi” per non essere andati alla manifestazione contro il regime iraniano indetta dai Radicali, a cui invece sono andati rappresentanti del centrodestra, e di essersi invece “rifugiati” alla manifestazione di Amnesty International, che a Calenda non piace. Con la stessa forza argomentativa dei suoi post su X, cioè l’insulto, Calenda bastona “la tribù degli antioccidentali”, predominante “nelle televisioni di area e dunque influente nella gestione del consenso”: Rovelli, Cacciari, Di Battista, D’Orsi, Montanari; filosofi, attivisti, docenti e rettori universitari che sarebbe meglio mettere a tacere e che Calenda accosta a Fabrizio Corona, “vedettes” di “un mondo un poco polveroso di reduci del movimentismo terzomondista anni 70 che oggi torna in grande spolvero grazie alla crisi dell’Occidente”. Calenda, che a volte si sente Spengler ma è Calenda, non si spiega l’anti-occidentalismo della sinistra (per lo stesso motivo per cui non si spiega perché uno Stato dovrebbe tutelare i più deboli); in fondo, l’Occidente ha solo invaso e/o bombardato Iraq e Afghanistan (1 milione di morti civili), ex Jugoslavia, Siria, Libia, e da ultimo l’Iran, preso a bombe da Netanyahu e Trump perché, secondo gli stessi Buoni che si sono inventati le armi di distruzione di massa di Saddam, stava costruendo il nucleare per annientare il sano e giusto Occidente che tanto benessere ha portato (specie a chi ha bazzicato fin da pargolo Ferrari, Sky, Confindustria, etc.). Non risulta Calenda sia sceso in piazza in solidarietà agli iraniani, quando sono finiti sotto le bombe prima del premier messianico di Israele e poi di Trump. Del resto lo aveva detto il nostro asserito ministro degli Esteri Tajani: il diritto internazionale vale fino a un certo punto; come tutti sanno, infatti, da un certo punto in poi vale la Bibbia, o il manifesto di Azione.

Sopra al pezzo di Calenda c’è una testimonianza altrettanto drammatica firmata dal senatore del Pd Filippo Sensi, già spin doctor di Renzi, dal titolo Eravamo quattro gatti in piazza, da cui si evince lo sconcerto per il fatto di non riuscire a convincere le masse a manifestare per cause che loro ritengono rilevanti; e sì che in piazza c’era pure il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, il quale ha para-citato Draghi: “Certe dittature vanno rovesciate, whatever it takes!” (davvero inspiegabile l’assenza di popolo nelle retrovie). Insomma, avevano appena finito di sbeffeggiare chi manifestava contro il genocidio dei palestinesi, perché secondo loro (furbi!) Netanyahu non si lasciava certo impietosire dai manifestanti italiani (come se le proteste non fossero contro il nostro governo che ha fornito appoggio morale e militare a Israele fino all’intervento di Trump), e adesso, invece di domandarsi perché gli italiani li ignorano (o, al limite, cambiare elettorato e candidarsi col centrodestra), insultano chi non va “davanti all’ambasciata iraniana a bruciare con la sigaretta la foto dell’Ayatollah Khamenei”, come da favolosa idea di Renzi.

Ricordiamo che al tempo della piazza di Roma del 7 giugno indetta da Pd, M5S e Avs, Calenda e Renzi “si rifugiarono” nel teatro Parenti di Milano, in una sala da 500 posti, invitando i partecipanti a portare sia bandiere palestinesi sia bandiere israeliane, un puro nonsense che infatti ha mobilitato giusto gli accoliti più fulminati e i cosiddetti riformisti del Pd: Quartapelle, Delrio, Fassino, Guerini, Picierno… La stessa gente che oggi sputa su chi non manifesta per l’Iran, in una crociata che sembra più una ripicca di cortile che una reale adesione alla causa della libertà reclamata dagli iraniani. Secondo Fassino, da parte del Pd ci sarebbe timidezza sull’Iran perché si ha paura di “avallare” un intervento di Trump, che Fassino invece esclude (siamo a posto: vediamo già il fungo atomico). È il motivo per cui il M5S si è astenuto sulla mozione bipartisan di condanna all’Iran: perché non si è voluto inserire il passaggio sulla contrarietà ad azioni militari unilaterali condotte fuori dal diritto internazionale.

Del resto, non tutti possono portare con disinvoltura la bandiera di uno Stato che bombarda case, ospedali, rifugi, e poi insultare chi non va alle loro manifestazioni da sfegatati esportatori di democrazia: ci vuole gente così.

Robecchi

 


Metal detector. A scuola bisogna stare attenti ai coltelli. Però anche ai soffitti

di Alessandro Robecchi 

Dunque, il peggior ministro dell’Istruzione dai tempi della battaglia di Teotoburgo (9 d. C.), apre all’introduzione di metal detector nelle scuole, che è un piccolo ma significativo passo per avvicinarsi a quella grande democrazia che sono gli Stati Uniti d’America. Potremmo coglierne al volo tutte le implicazioni ideologiche e securitarie, l’ansia di repressione, l’aplomb virile e mascelluto, e i probabili corposi investimenti. Per il momento, mi limiterei alle ricadute pratiche, la prima ora di lezione che comincia verso le undici e mezzo e le circolari dei presidi: “Presentatevi a scuola tre ore prima del decollo”. Discussioni infinite: “Lei non entra!”. “Ma maresciallo, è un compasso!”.

Naturalmente Valditara la leviga un po’, e dice solo in certe scuole, solo in certe zone, che è – se possibile – peggio ancora. Perché nel mulino che vorrei – che a pensarci bene è scritto nella Costituzione – la scuola dovrebbe fornire a tutti la stessa qualità, mentre oggi ci ritroviamo con scuole pubbliche di serie A1 Plus (esce la classifica ogni anno) e scuole pubbliche di serie inferiori, e presto avremo anche quelle col metal detector, i cavalli di Frisia e il posto di polizia con la squadra Swat pronta a intervenire.

Quando si dice combattere le diseguaglianze.

Una volta installati i metal detector nelle scuole, i ragazzini potranno accoltellarsi, fuori, nel parcheggio, e infatti Salvini chiede altri tremila militari per l’operazione “strade sicure”, forse proprio per metterli nel parcheggio, non so. Del resto, Valditara non si astiene dalla raffinata analisi: la scuola deve “ripristinare il rispetto verso l’autorità, un altro dei valori che sono stati devastati negli ultimi 50 anni”. Cioè prima che arrivasse lui, che d’altronde aveva esordito sul suo scranno chiarendo le sue linee pedagogiche: “L’umiliazione è un fattore fondamentale di crescita”. Si scusò maldestramente, voleva dire “umiltà”, non “umiliazione”. Non male per un ministro dell’Istruzione e del Merito. Divertente.

Ci conforta il fatto che il metal detector avrebbe a breve tutti i problemi che ha la scuola italiana, e che in poche settimane sarebbe fuori uso. Deve venire il tecnico. I caloriferi sono spenti. La caldaia non va. Il cancello è rotto, l’aula di Scienze si allaga quando piove, i computer sono del 1928, che poi è più o meno l’età del corpo docente, peraltro retribuito con due cipolle e un pomodoro.

Tra il settembre del 2024 e il settembre del 2025, i crolli nelle scuole italiane sono stati 71, record nazionale, battuti anche i 69 crolli dell’anno precedente. Il 60 per cento delle scuole italiane non ha certificazione di agibilità o prevenzione incendi, metà degli edifici ha più di sessant’anni. Controsoffitti, solai, tetti e pezzi di intonaco in caduta libera sono le tipologie di disastri più frequenti, ma per i più fortunati c’è ancora tanto amianto. Quando in famiglia si chiede al figlio “Tutto bene a scuola?”, ormai non si parla solo di voti e interrogazioni, ma di antinfortunistica.

Insomma, diciamola tutta: occuparsi della sicurezza nelle scuole non è una cosa tanto campata per aria. E anche fuori dalle scuole, direi, visto che all’Inail salgono vertiginosamente le denunce di infortuni sul lavoro che colpiscono studenti impegnati nei “percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento”. Traduco: in cantiere o in fabbrica. Intanto, parlare di metal detector, fa molto law and order, e indica le priorità ai tempi di Giorgia: meglio reprimere che ristrutturare.

L'Amaca

 

L'ingessatura è di destra? 

di Michele Serra 

Gli incidenti stradali a Bologna sono diminuiti per numero e per gravità; e per la prima volta in trentatré anni (da quando le rilevazioni di questo tipo sono complete e attendibili) non si registrano morti tra i pedoni. È la conseguenza, ovvia, dell'introduzione del limite dei 30 all'ora in molte zone della città, sulla scia di molte altre città europee: per esempio Berlino, Parigi e Bruxelles.

Questa non sarebbe una notizia — sarebbe semplicemente la presa d'atto di un rapporto di causa ed effetto — non fosse che contro l'introduzione del limite dei trenta all'ora nei centri storici delle città italiane è in atto una furibonda battaglia politica "di destra", con comitati, referendum, campagne di mobilitazione. Ho scritto "di destra" tra virgolette perché, pur essendo io notoriamente un elettore di sinistra, fatico ad attribuire a cuor leggero una etichettatura politica a una così sciocca e irriflessiva battaglia in favore delle lamiere accartocciate e delle corse in ambulanza. In altre parole, mi rifiuto di pensare, per dirla alla Gaber, che "l'ingessatura è di destra, la prevenzione di sinistra".

Eppure è questo che dicono, sull'argomento in questione, le cronache politiche d'Italia, con le piste ciclabili e i trenta all'ora diventati bersagli politici fissi di una specie di lobbismo dell'acceleratore che nel caso migliore è marinettiano fuori tempo, nel peggiore è menefreghismo organizzato.

Nell'ostinata attesa di una destra più decente, pregherei quella attiva di emendarsi, se possibile, di quest'aura mezzo ridicola mezzo detestabile di prepotenza stradale. Rallentare non è una sconfitta. Neppure un'offesa al tasso di virilità nazionale. È un punto a favore della gentilezza. È una conquista. Uguale per tutti.

Illuminante

 

Fuck checking 


Quelli del Sì, non trovando un testimonial autorevole per la schiforma Nordio (chi è autorevole, diversamente da loro, ha una faccia e una reputazione), si dedicano a screditare quelli del No. Dopo Gratteri ora tocca a Barbero, passato ai raggi X da presunti “fact checker” che lo accusano di mentire sulle due ragioni fondamentali del suo No: l’indebolimento del Csm e la strada spianata verso il controllo del governo, o della maggioranza parlamentare (che è la stessa cosa), sui pm. Sul Csm dicono: ma come, ne avremo addirittura due (uno per i pm e uno per i giudici), anzi tre con l’Alta corte disciplinare, e tutti composti per 2/3 da togati e per 1/3 da laici! Il problema è proprio questo: oggi il Csm difende l’indipendenza e l’autonomia della magistratura tutta e dei singoli magistrati sotto attacco. Se viene smembrato in due organismi, perde peso. E ne perde altro se è privato del potere disciplinare. E, nei due Csm e nell’Alta corte, perde peso la quota togata scelta col sorteggio secco e integrale, a vantaggio della quota laica scelta col sorteggio finto (il Parlamento vota una lista di nomi da estrarre a sorte, che può essere corta quanto il numero dei posti da coprire). I sorteggiati saranno monadi in ordine sparso, contro una falange di nominati dai politici (tutti del colore del governo, visto che la lista dei sorteggiabili si vota a maggioranza). Perciò il sorteggio ha un senso solo abolendo la quota laica. Ma poi è falso che venga rispettato il rapporto di 2 togati per 1 laico: nell’Alta Corte, su 15 membri, i magistrati sono 9 e i politici 6 (cioè 3 a 2: un politico in più e un magistrato in meno). Non solo: oggi nei procedimenti disciplinari il magistrato sanzionato dal Csm può ricorrere in Cassazione; con la schiforma potrà ricorrere solo alla stessa Alta Corte che l’ha punito, con tanti saluti alla terzietà del giudizio.

Quanto al pm sotto l’esecutivo, i fact checker dicono: ma nella riforma c’è scritto che pm e giudici restano indipendenti e ci vorrebbe un’altra legge costituzionale per sottometterli. Balle: una volta separate le carriere, basterà ritoccare Ordinamento giudiziario (legge ordinaria) per sottoporli al governo senza dirlo. E quelle norme ordinarie sono già depositate da vari partiti e pronte per il voto: la Cartabia che affida al Parlamento le priorità dei reati da perseguire o da ignorare; quelle che svincolano la polizia giudiziaria dal controllo del pm e dall’obbligo di riferirgli subito ogni notizia di reato, cioè la riconsegnano ai vari ministeri (la Polizia all’Interno, i Carabinieri alla Difesa, la Gdf all’Economia); e quella che vieta al pm di acquisire autonomamente le notizie di reato, riducendolo a passacarte delle forze dell’ordine, cioè del governo. Ma tutto questo, diversamente da Barbero, il fact checker non lo sa.