martedì 20 gennaio 2026

Vicenda umana



 di Andrea Scanzi 

Ve lo ricordate l’air force one del poro Renzi? È stato venduto a UN EURO. La boria del mister Bean di Rignano ci è costata parecchio, visto che quel giochino ci era costato 168 milioni di euro.

Oggi Vincenzo Bisbiglia ricostruisce la vicenda sul Fatto Quotidiano. Leggete e imprecate (però con garbo).

“La Procura di Civitavecchia aveva archiviato lo stralcio penale e le motivazioni, senza indagati, restano riservate. La Corte dei Conti non risulta abbia mai concluso la sua istruttoria. E poi c’è lo Stato, che come svelato dal Corriere, regala la carcassa dell’Airbus agli ex commissari Alitalia alla cifra simbolica di 1 euro, dopo averci investito almeno 168 milioni. Finisce in cavalleria la storia dell’“Air Force Renzi”, l’aereo governativo da 300 posti preso a “sub-noleggio” nel 2016 da Etihad – già socia al 49% di Alitalia – e fatto volare solo 88 volte in 2 anni, alla media di 23 passeggeri per volta.

Tu vuo’ fa l’americano

L’idea di un aereo di Stato nel 2014

Partiamo dall’inizio. Con l’arrivo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi nel 2014, nasce l’esigenza, per lo Stato, di dotarsi di un aereo per missioni istituzionali, che da un lato abbia la stessa capacità e autonomia di un grande jet intercontinentale, ma dall’altro possa evitare le perdite di tempo di un volo di linea. Serve un apparecchio civile ma “esclusivo”. Sul modello dell’Air Force One americano, ma più capiente. Tra il 2015 e il 2016 viene individuato un Airbus A340 quadrimotore da 300 posti, un modello pensato per il lungo raggio ma già allora considerato complesso e costoso da gestire. L’aereo proviene da Etihad Airways, da poco entrata in Alitalia con il 49%. Il cuore dalla storia però è il modello economico: non un acquisto diretto, ma una struttura contrattuale articolata. Una specie di triangolazione, visto che Etihad mette l’aereo a disposizione, Alitalia entra come “intermediario” contrattuale e lo Stato italiano, non potendo firmare un leasing con una società extra-Ue, opta per un “sub-noleggio” tra Ministero della Difesa e Alitalia, firmato il 17 maggio 2016.

Il contratto

- Leasing, lavori e addestramento: 168 milioni

C’è poi un secondo accordo, tra Alitalia ed Etihad, firmato il 9 giugno 2016 a Dublino, strutturato in quattro principali voci di spesa: leasing (81 milioni), manutenzione (31 milioni), handling (12 milioni) e addestramento dei piloti (quasi 4 milioni). Per il noleggio dell’Airbus A340, Alitalia versava a Etihad 512.198 dollari al mese, ma incassava 590.889,60 dollari dalla Direzione degli armamenti aeronautici e per l’aeronavigabilità (Armaereo), l’ufficio della Difesa responsabile anche della gestione degli aerei di Stato. La spesa finale sarà quantificata in 168 milioni in 8 anni.

“Aereo blu”

Il volo esclusivo di Alfano e gli 88 decolli

L’A340 viene usato per missioni istituzionali, ma resta costantemente al centro di critiche per costi/efficienza e viene etichettato mediaticamente come “Air Force Renzi”, anche se alla fine dei conti pare che l’ex premier non ci abbia mai viaggiato. È proprio il Fatto, due anni dopo, con Toni De Marchi e Carlo Tecce, a recuperare attraverso un accesso agli atti a Palazzo Chigi il resoconto degli 88 viaggi effettuati. Ce ne sono alcuni piuttosto eloquenti: il volo Roma-Marsiglia, andata e ritorno, 600 km in tutto, con a bordo 7 persone tra cui l’allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. Oppure il Roma-Abu Dhabi-Algeri-Bruxelles-Roma del 21 gennaio 2018, con a bordo un solo passeggero, l’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano, che ha usato l’aereo di Stato per una ventina di missioni istituzionali. In totale una media di 23,1 passeggeri a tratta.

Lo stop

Nel 2018 Conte blocca tutto: l’airbus resta al palo

Con l’arrivo del governo Conte I, la scelta è di bloccare l’operazione. Il 22 agosto 2018 i commissari straordinari cancellano l’intesa con Etihad, mentre il 31 agosto il ministero annulla l’accordo con Alitalia. Qui, secondo quanto riportato ieri dalla Verità, lo Stato versa circa 54 milioni ad Alitalia, una parte dei quali finisce nelle casse degli emiratini e l’Airbus A340 – nonostante i suoi 67 metri di lunghezza – rimarrà parcheggiato a Fiumicino.


Le inchieste

Civitavecchia indaga e poi archivia

Nel frattempo però il caso finisce sulla scrivania dei pm. Quando l’11 maggio 2017 viene dichiarata l’insolvenza di Alitalia, la Procura di Civitavecchia apre un’inchiesta per bancarotta, a carico di vari ex amministratori e sindaci della compagnia di bandiera tra il 2014 e il 2016, fra cui Luca Cordero di Montezemolo, Roberto Colanino e Giovanni Bisignani. In tale contesto, Etihad viene considerata dai pm “responsabile civile”. Ma uno stralcio del fascicolo principale riguarderà proprio l’ “Air Force Renzi”, che secondo vari soggetti avrebbe dato il colpo di grazia ad Alitalia. Tuttavia, questo filone non porterà ad ulteriori sviluppi giudiziari se non, nel 2024, all’archiviazione dell’indagine dei pm laziali.

Eccoci dunque ai giorni nostri. O meglio, al 2023. Mentre infatti l’Airbus marcisce nell’hangar di Fiumicino, come svela il Corriere, nel silenzio più totale l’aereo viene rivenduto da Etihad Airways ai commissari straordinari di Alitalia alla cifra, simbolica, di appena 1 euro. L’ennesimo affare-flop di questa storia: anche vendendola come rottame, dalla carcassa dell’Airbus A 340 sarebbe potuta rientrare nelle casse pubbliche una cifra di certo superiore a 1 euro”.

Daje Matte’!

Se molti lustri fa

 


Se molti lustri fa avessi ricevuto una letterina di questo stampo da qualche mio compagno di elementari, incavolato perché mi avevano appena assegnato un premio di bontà, avrei senz’altro commentato con “ma guarda che coglione che è questo!” 

Per fortuna però non avevo in classe sociopatici di questa risma, tra l’altro l’autore è attualmente ed inopinatamente presidente degli Stati Uniti e possiede la famosa valigetta in grado di estinguerci da questo pianeta. Circondato da un’accozzaglia di fanatici tradizionalisti di una misteriosa religione alla caxxo&campana, questo energumeno si rivolge al premier norvegese Jonas Stone in un mix vomitevole di finta amicizia e crassa ignoranza geografica, supponendo che Norvegia, Svezia e Danimarca siano un tutt’uno visto che giacciono tra i ghiacci. In questo mondo impazzito piano piano per fortuna molti Stati iniziano a prenderne le distanze, come quando ad un party ci si allontana impercettibilmente da uno che ha appena avuto una scarica diarroica. Ad eccezione della più devota, la nostra maxima equilibrista bionda, portatrice insana ed infausta di “disciamo.”

Semplice quesito personale

 



Natangelo

 



Grande pezzo Prof!

 


Dalla Giustizia al riarmo, la destra Pd è con Meloni

di Tomaso Montanari 

Di fronte a ogni situazione spartiacque, quando bisogna decidere da che parte stare, il Partito democratico, puntualmente, si spacca in due: e una parte sta con la destra. Non è questione di libertà di pensiero, ricchezza di sfumature, complessità culturale: no, è che in quel corpo politico convivono due anime, irriducibilmente opposte perché fornite di visioni opposte dei valori fondamentali, del mondo e del Paese.

Il referendum sulla riforma della magistratura, rectius sul controllo della magistratura da parte del potere esecutivo, non fa eccezione. In questi giorni, Fratelli d’Italia, il Foglio e l’Unione delle Camere Penali hanno lanciato una campagna sulle dichiarazioni di Marco Minniti, che ha detto che voterà ‘sì’ perché “la riforma aumenta la certezza della pena, e il Paese sarà più sicuro”: dove non colpisce tanto la caricaturale ossessione securitaria e manettara del padre del Memorandum con la Libia, quanto semmai l’assoluta inconferenza dell’argomentazione (tanto varrebbe sostenere che la riforma fa aumentare il latte alle vacche rosse). Alcune delle immagini di questa avvincente campagna mostrano Minniti sotto un grande simbolo del Pd, e lo definiscono “senatore del Partito democratico”. Ora, Minniti non rinnova da qualche anno nemmeno la tessera del partito (dettaglio che francamente era sfuggito anche a me), ma se una campagna come questa viene comunque messa in atto è perché, anche se non è più vero, è comunque verosimile che posizioni come le sue vi trovino ancora accoglienza. E infatti esponenti Pd come Pina Picierno, Graziano Delrio, Stefano Ceccanti e altri ancora sono schierati entusiasticamente per il Sì. Dopo che ho fatto notare che sarebbe sano che costoro facessero la stessa scelta di Minniti, uscendo dal Pd, Picierno ha risposto passando alle offese gratuite (dall’alto della sua laurea in ‘Marketing e comunicazione’ sulla lingua di Craxi e De Mita, mi ha attribuito una “cattedra in fuffologia”…), secondo questa singolare prassi italiana per cui gli eletti, protetti dall’usbergo dell’immunità parlamentare, insultano personalmente gli elettori che criticano le loro posizioni politiche. Ma la questione è grave, anche se non seria. L’obiettivo reale di questa ‘riforma’ non è la separazione delle carriere (già realizzata), quanto la distruzione dell’autogoverno della magistratura come era disegnato dalla Costituzione del 1948. L’introduzione nei futuri Csm del sorteggio aperto della componente togata (un’idea che appare per la prima volta nel 1970 in una proposta di legge del Msi di Giorgio Almirante) a petto di una componente laica sorteggiata, sì, ma sulla base di una lista votata dal Parlamento ha l’unico scopo di sottomettere visibilmente i magistrati ai politici, ricordando a tutti chi comanda. Un movente tutto squisitamente politico, espresso del resto senza veli dalla stessa Giorgia Meloni: “La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di governo sostenuta dal Parlamento”.

Quale sia il passo successivo lo si evince pacificamente da alcune riforme costituzionali e ordinarie “in sonno” in Parlamento per abolire di diritto o di fatto l’obbligatorietà dell’azione penale, affidando al governo la decisione dei reati che i pubblici ministeri dovrebbero prioritariamente perseguire (e trascurare). Il fine è evidente: fare saltare la divisione dei poteri e le “forme e i limiti” (art. 1 Cost.) nei quali si esercita la sovranità popolare. Meloni ha scritto che il suo “movimento di patrioti serve a interpretare autenticamente lo spirito della nazione”: e di fronte allo spirito della nazione quale magistrato oserà essere ‘invadente’? Se poi passasse anche il premierato, lo spirito della nazione non dovrebbe sopportare più nemmeno l’invadenza del Presidente della Repubblica, della Corte costituzionale e degli altri organi di garanzia.

Con ogni evidenza, non si tratta di dettagli: si tratta della sopravvivenza delle libertà costituzionali, dell’eguaglianza stessa dei cittadini di fronte alla legge. Se anche di fronte a questa enormità una parte del Pd si schiera con Fratelli d’Italia e contro la Costituzione, come è possibile che non si arrivi a una separazione definitiva? Come è possibile, per Elly Schlein, chiedere voti che andranno a eleggere anche quinte colonne dell’estrema destra, sostenitori del genocidio di Gaza, pasdaran del riarmo nazionale europeo, corifei della guerra, propugnatori di leggi liberticide che strumentalizzano la lotta all’antisemitismo per stroncare la libertà della scuola e dell’università? In queste ore Pina Picierno chiede a gran voce che Elly Schlein pronunci “parole di chiarezza”: è davvero l’unica cosa sulla quale sono d’accordo con lei.

L'Amaca

 

Invaderà

anche la Norvegia? 


di Michele Serra 

La lettera di Trump al presidente della Norvegia non sarebbe stata concepibile nemmeno dal più geniale sceneggiatore di film comici di tutti i tempi. Per dire: neanche Mel Brooks, neanche Monty Python. È un capolavoro di nonsense, una parodia feroce (quanto involontaria) della megalomania del potere, un esercizio di scuola sulla instabilità psichica che si attribuisce ai dittatori.

Partiamo dalla forma: lamentarsi con il presidente della Norvegia per non avere ricevuto il Nobel per la Pace è come protestare con la Casa Bianca perché il proprio film non ha vinto l'Oscar. La Norvegia in quanto Stato c'entra zero con il comitato indipendente, e di composizione internazionale, che assegna i Nobel.

Passando poi al contenuto, spero che abbia già fatto il giro del mondo per quanto è esilarante: siccome non mi avete dato il Nobel per la pace — dice quasi esplicitamente Trump, ma alla persona sbagliata — allora non potete pretendere che io non invada la Groenlandia. Alla stessa stregua, gli scienziati non premiati dal Nobel potrebbero dire, per ripicca: siccome non mi avete dato il Nobel per la fisica, allora mi rimangio tutti i miei studi e vi dico che l'atomo non esiste e la materia è fatta di marzapane.

Viene perfino il sospetto che Norvegia e Danimarca, nella mente rudimentale dell'attuale presidente degli Stati Uniti, in questo democraticamente simile a quella di molti suoi elettori, siano su per giù la stessa cosa: paesi molto freddi del Nord Europa, tutta roba che con la Groenlandia c'entra sicuramente.

So bene che cosa state pensando: il momento è gravissimo, cosa c'è da ridere? Che una persona di zero cultura e di smisurata prepotenza sia il padrone del mondo, dovremmo considerarla una cosa buffa? La risposta è sì. Il fatto che un buffone possa mettere in ginocchio il mondo non significa che non sia un buffone.

V

 

Addio Valentino

l'eleganza del genio 


DI BRUNELLA GIOVARA

Dovete pensare a cos'era Voghera nel 1932, quando nasceva Valentino Garavani, da padre commerciante di articoli elettrici, e cos'era ancora nel 1949, quando se ne staccò per volare altrove, finalmente libero dalla provincia più bassa, pesante come il fango d'inverno.

E dovete quindi considerare la successiva magnifica carriera, forse primo stilista italiano, poi incoronato imperatore della moda, data una sua naturale attitudine al bello e l'amore per il lusso, acquisito nel tempo e sempre rischiarato da certi lampi rossi, tra i mille colori che ha usato resterà famoso per quel punto di rosso. Ma era un uomo nato nella nebbia, e quindi attirato dal fuoco, dalla creazione, dalla fama, dalla opulenza evidente, mai nascosta nelle pieghe degli abiti, ma esibita, con eleganza, ma immediatamente riconoscibile, in quella sua cifra sontuosa.

E bisogna anche ricordare le parole di Giorgio Bocca, quando raccontò quella stessa provincia ormai volgarmente ricca, "fare soldi, per fare soldi, per fare soldi". L'incipit famoso si riferiva a Vigevano, ma la sostanza non cambia, Vigevano e Voghera distano un'ora di macchina. Il figlio del commerciante la abbandonò ai suoi traffici, e ci ripassò raramente. Roma, era la sua casa. E prima, Parigi, e poi anche Londra, ma mai più Voghera.

Ci è tornato una volta nel 2022, e quasi di nascosto. Il Comune gli porgeva finalmente omaggio con una grande mostra delle sue opere più belle, nel vecchio Teatro Sociale chiuso da anni. E lì, davanti a quei manichini, il couturier famoso nel mondo ha versato molte lacrime, sicuramente pensando ai tempi passati. L'anno dopo il Teatro è stato restaurato e finalmente riaperto, e a lui dedicato.

Mandò un messaggio: "Il teatro è una forma d'arte meravigliosa che ha avuto un'influenza incredibile sul mio lavoro e sulla mia carriera". Aggiungeva che "tanti giovani avranno la possibilità di avvicinarsi a questo mondo senza allontanarsi troppo da casa".

Lui, se ne era proprio andato, adieu! Nel '49 a Parigi, alla École des Beaux Arts. Ragazzino, ma così bravo da essere preso da Jean Dessés, a imparare i fondamentali, e poi da Guy Laroche, il perfezionamento. Poi Roma, nel 1959, in una sfida con l'alta moda italiana, perché Milano ancora non c'era, c'era praticamente solo la Biki che vestiva le dame e anche la Callas.

A Roma c'erano già le sorelle Fontana, c'era Schuberth, c'era Capucci. Tutti vestivano le dive di Cinecittà, la Lollobrigida, la Gardner e le altre che erano testimonial senza sapere di esserlo, della moda all'italiana, non più francese ma fatta a Roma, nelle modisterie con le sarte in camice bianco. Artigiane, mani d'oro, ricamatrici bravissime, una solida struttura su cui Valentino fondò il suo impero personale, e a cui rese anche un onesto omaggio, con una foto che lo ritraeva al centro del gruppo delle "sue" sarte, sulla scalinata di piazza di Spagna.

C'è un'altra foto famosa, della lunga vita professionale valentiniana, ed è quella scattata a Milano nel 1985, con i 12 big del Made in Italy, Versace, Armani, Missoni e Moschino, Krizia, Ferrè, Soprani, Mario Valentino, Mila Schoen, e i romani: Biagiotti, Fendi, Valentino. Nell'immagine prevale il pret à porter, che lui sdegnava, preferendo clientela più alta, anzi altissima.

Regine, in subordine principesse. Semi regine, anche vedove, Jackie Kennedy, in nero Valentino e veletta al funerale del marito. Ma in bianco corto, giacchino di pizzo e maniche lunghe (e fiocco tra i capelli cotonati belli alti), dalla collezione Bianca, già strafamosa.

Quante dive ha vestito? Migliaia. Liz Taylor, nelle ultime e ottave nozze, con l'operaio Fortensky, pizzo a balze, scollatura molto generosa (e c'era al suo fianco l'amico Michael Jackson).

E c'era al fianco di Valentino, ma da molto tempo prima, il bel Giancarlo Giammetti, conosciuto a Roma nel 1960 e subito amato, forse per sempre, visto che i due hanno convissuto per anni anche dopo la separazione, assieme alle rispettive mamme, in un palazzo che lasciava abbondante respiro ed eleganza a tutto lo strano (per molti) menage. E come viveva, il serissimo Valentino, la sua non nascosta relazione gay? Con discrezione elegante, va da sé.

Coppia professionale, non solo amorosa. A lui la parte creativa, a Giancarlo quella di imprenditore. E questo fin dalla prima sfilata, a Pitti 1962, quando il debuttante esce in passerella per ultimo, ma uno strano tam tam convince giornalisti e buyer a fermarsi (forse era stata la Vreeland, a convincere tutti).

Quel tardo pomeriggio, lì è cominciato il successo, lì è decollato il marchio vincente, nei 45 anni in cui ha fatto sognare e desiderare a molte uno dei suoi inarrivabili capi, a poterseli permettere. Fino all'addio (professionale) al mondo, con la festa di 3 giorni davanti al Colosseo, gli ospiti vip, la grande pompa che ha segnato l'uscita.

Fino a ieri, Giammetti c'è stato. Coppia raffinata, impeccabile, nel taglio delle giacche e nell'accostamento dei colori, dovendo e volendo apparire insieme nella sede di Place Vendôme, e a Palazzo Mignanelli, a Gstaad e anche nel castello di Wideville, sempre con gli amati cani carlini, che ormai non se li filava più nessuno da secoli, e in altre meravigliose dimore, nel senso barocco del termine.

E si può ben dire, adesso, che la sua è una generazione a finire. E che nelle successive evoluzioni dello stile Valentino, resta ancora visibile il marchio di origine (non il logo, che è un'altra cosa) ma proprio il segno tracciato da un uomo, in volant, rose di tulle, sete, ricami, e non era solo una V.