giovedì 15 gennaio 2026

Il commento

 

Così il Quirinale danneggia il No per la “pax istituzionale”

Il presidente della Repubblica ha indetto, il 13 gennaio, il referendum costituzionale sulla riforma Nordio, recependo le date del 22 e 23 marzo deliberate il giorno precedente dal Cdm. Una decisione che chiude formalmente una partita, ma che sul piano costituzionale suscita non poche perplessità. L’indizione è intervenuta mentre è ancora aperto il termine di 90 giorni, previsto dall’art. 138, per la presentazione delle richieste referendarie da parte di tutti i soggetti legittimati. Il punto, però, resta uno: dal 22 dicembre è in corso la raccolta popolare delle firme per il No, avviata da 15 cittadini, che ha già quasi raggiunto le 500.000 sottoscrizioni. Il governo ha scelto di non tenerne conto, ritenendo la raccolta firme priva di effetti sul procedimento di indizione, imponendo un’interpretazione letterale dell’art. 15 della legge sui referendum (n. 352 del 1970).

In tutta la storia repubblicana si è sempre attesa la chiusura del termine di 90 giorni, riconoscendo pari dignità alle diverse iniziative intraprese e consentendo la verifica dell’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, prima di procedere all’indizione. Anticipare la data comprime già oggi i diritti del Comitato promotore, che – se e quando sarà formalmente ammessa la relativa richiesta – entrerà in una campagna referendaria già avviata, pur essendo titolare di specifici diritti, a partire da quello alla par condicio negli spazi tv. Forzare i tempi espone la procedura a seri vizi e frustra i diritti di chi democraticamente sostiene il No.

Il presidente della Repubblica avrebbe certamente potuto non adottare il decreto, ma non lo ha fatto, presumibilmente avendo esercitato la sua moral suasion per ottenere dal governo lo slittamento della delibera di indizione, inizialmente prevista per fine dicembre. Il controllo formale del capo dello Stato resta così impalpabile e il conflitto viene spostato ex post sulla giurisdizione, questa volta amministrativa, prima ancora di quella costituzionale: infatti, come preannunciato e come inevitabile, è stato presentato ricorso al Tar per chiedere la sospensione dell’indizione del referendum. Ancora una volta, a decidere sarà l’apparato giurisdizionale, esposto alle incurie del potere politico e all’evanescenza di un controllo preventivo di legalità costituzionale. In realtà, se si guarda all’operato del capo dello Stato, la preoccupazione di garantire una pax istituzionale avviene da tempo a discapito dell’affermazione netta del primato delle regole costituzionali. Alla lunga non è una prassi tranquillizzante.

I vantaggi dello Spritz

 

Nordio, sei tutti noi


Dio e Bacco ci conservino Nordio in buona salute, perché la campagna del No ha tanto bisogno di lui. Ogni volta che apre bocca, migliaia di elettori del Sì cambiano idea. Ora per fortuna ha pure scritto un libro e va in giro a presentarlo, quindi straparla anche più di prima. Ieri ha dichiarato che la sua schiforma “interviene perché il Csm non caccia i magistrati inadeguati”. Stava quasi per cazziare il ministro titolare dell’azione disciplinare che dovrebbe scovarli col suo Ispettorato e invece li lascia impuniti. Ma una badante pietosa deve avergli ricordato che il ministro è lui. Il Csm, fra il 2023 e il 2025, ha emesso 194 sentenze disciplinari: 80 di condanna (41%), 91 di assoluzione (47%), 23 di archiviazione (12%). Una media di condanne altissima, mai vista in altre categorie professionali (gli avvocati ne hanno un quinto) né tra le toghe degli altri paesi Ue. Nell’ultimo decennio è stato punito in media lo 0,5% dei magistrati l’anno, contro lo 0,2 della Spagna lo 0,2 e lo 0,1 della Francia. E non grazie a Nordio, che l’azione disciplinare contro il presunto esercito di “inadeguati” non la esercita quasi mai; ma al Pg della Cassazione. Iuei 194 procedimenti definiti dall’attuale Csm sono partiti per il 67% dal Pg e solo per il 33% da Nordio. Si dirà: ma il 47% degli incolpati il Csm li ha assolti. Sì, ma solo in primo grado. Contro le assoluzioni che ritengono ingiuste, il ministro e il Pg devono fare appello in Cassazione. Volete ridere? Nordio blatera contro il lassismo del Csm, ma le assoluzioni non le impugna quasi mai. Nel 2023 ne ha appellata una sola (il Pg invece 15), nel 2024 due (il Pg 22) e nel 2025 altre due (il Pg 20). Quindi, per Nordio, erano ingiuste solo 5 assoluzioni: per il Pg, 57. Cioè il Pg – magistrato requirente – è cinque volte più severo coi suoi colleghi rispetto al ministro che strilla contro gli “inadeguati” salvati dal Csm mentre li salva lui. Genio.

E non è mica finita. Sempre più generoso con le ragioni del No, il Guardagingilli annuncia che, se vincerà il Sì, lui avrà mano libera per radere al suolo quel poco di giustizia penale che gli è sopravvissuto. Comincerà smantellando il trojan, che purtroppo svela tanti delitti, caso Palamara incluso. Quindi è “una barbarie”. Ma solo per la corruzione e gli altri reati dei colletti bianchi. Infatti è stato “il delirio moralistico di un Parlamento semi-giacobino” a estendere l’uso del trojan alle tangenti: “con il risultato che oggi, se un pm ravvisa l’ipotesi anche di una modestissima mazzetta, può usare questo meccanismo diabolico”. Resta da capire a quanto ammonti, nel personale Tangentometro di Nordio, una “modestissima mazzetta”. Ma questa dev’essere la prossima riforma: la modica quantità di mazzette consentita per uso personale.


mercoledì 14 gennaio 2026

Similitudini

 

Quando dopo una mastodontica bagna cauda, inaffiata poderosamente da un rosso corposo, ti fermi fuori dal ristorante a chiacchierare dei massimi sistemi, agevolando sontuosi rutti liberatori…



Già al tempo...


Già allora, nella Russia di Dostoevskij, emergeva questa mostruosa tagliola sanitaria.
Il’juša sta morendo, ha bisogno di cure, ma la fine è vicina. Entra il “dottorone”, pagato da qualcun altro, nauseato dalla miseria della modestissima casa del ragazzo in agonia. Ed è impossibile non pensare che, pur dopo tanti anni, la situazione resti la stessa: chi è agiato può curarsi, gli altri no.

Quando al padre viene proposta Siracusa, per il suo clima favorevole alla tisi, egli allarga disperato le braccia e dice al medico:
«Ma voi avete visto come siamo ridotti?»
In quella frase c’è l’intera impotenza della maggioranza dell’umanità davanti a cure costose, tecnicamente esistenti ma socialmente irraggiungibili.

Questo pallino blu sperduto nel nero glaciale dell’universo continua a subire angherie e soprusi prodotti dalla disparità sociale, da una forbice che genera caste chiuse, inaccessibili.

È uno dei mali atavici che ci portiamo dietro da secoli, senza veri progressi morali. E c’è persino chi sogna una sanità privata, cioè un ulteriore peggioramento della cloaca degenerativa in cui siamo piombati per scelte scellerate, figlie di ambizione e perfidia.

Se fossimo progrediti nella sanità come siamo progrediti nella guerra, oggi vivremmo immensamente meglio.
E se pensare che tutta la sanità debba essere alla portata di tutti è considerato un discorso comunista, allora sì: lo confermo senza remore — sono comunista.

 

«Pre-pa-ra-te-vi a tutto», rispose il dottore incisivamente, scandendo ogni sillaba e, abbassando lo sguardo, fece per oltrepassare la soglia verso la carrozza. «Vostra eccellenza, per l’amor del cielo!», lo trattenne ancora una volta il capitano. «Vostra eccellenza!... Allora niente, proprio niente potrà salvarlo adesso?» «Non è da me che di-pen-de», rispose il dottore spazientito. «Tuttavia, hmmm...», e si fermò all’improvviso, «ma se voi poteste, per esempio... man-da-re il vostro paziente... immediatamente e senza indugio» (il dottore pronunciò le parole “immediatamente e senza indugio” non tanto con severità, quanto con ira, tanto che il capitano ebbe un sussulto) «a Si-ra-cu-sa, allora... in conseguenza delle nuove e migliori condizioni me-teo-ro-lo-gi-che... potrebbe forse ve-ri-fi-car-si...» «A Siracusa!», gridò il capitano come se ancora non capisse più nulla. «Siracusa si trova in Sicilia», tagliò corto ad alta voce Kolja per chiarire. Il dottore lo guardò. «In Sicilia! Batjuška, vostra eccellenza», il capitano era smarrito, «ma voi avete visto!» E allargò tutte e due le braccia per indicare le condizioni in cui viveva. «E la mammina e la famiglia?» «N-no, la famiglia non in Sicilia, la vostra famiglia sul Caucaso agli inizi della primavera... vostra figlia sul Cau-ca-so, quanto a vostra moglie... dopo un ciclo di acque termali, sempre nel Caucaso, per via dei suoi reumatismi... occorrerebbe mandarla subito dopo a Parigi dallo psi-chia-tra Le-pel-le-tier, vi potrei dare un bigliettino da consegnargli e allora... forse... potrebbe verificarsi...» «Dottore, dottore! Ma non vedete!», agitò un’altra volta le mani il capitano, indicando disperato le spoglie pareti di assi dell’andito.

«Questo poi non mi riguarda», sorrise il dottore, «ho riferito soltanto quello che poteva rispondere la scien-za alla vostra domanda sugli estremi rimedi, quanto al resto... purtroppo non mi...» 

Fëdor Michajlovič Dostoevskij. I fratelli Karamazov


Reportage con punto di vista

 

Questo blog protende a far sì che ognuno dei lettori si possa fare un'idea di questioni insormontabili come l'Iran. 

Certo non ospita sviolinate di nero vestite, appiccicaticci sermoni pro potere, penne peripatetiche al servizio di corsari della libertà. 
Elena Basile è andata in Iran e ci comunica la sua visione. Non commento nulla, lascio a voi di farvi un'idea, magari lontano da culture infarcite di hamburger cancerogeni... magari...


Il reportage di Elena Basile: Iran, viaggio nella repressione tra rivolte e infiltrazioni straniere 


Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il noi e il loro. Volevo sentirmi per un breve momento parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni. La contraddizione evidente in Iran è tra una società civile, sempre più laica e occidentalizzata, e i precetti coranici, divenuti con la Costituzione del 1979, obblighi istituzionali e sociali.

La grande insofferenza della borghesia occidentalizzata e delle giovani generazioni verso un immobile potere teocratico è ormai dirompente. Molti giovani con i quali ho avuto occasione di parlare e che partecipavano alle manifestazioni esibiscono un’ostilità non più contenibile. Non sembrano avere una visione politica. Hanno urgenza di insorgere contro il potere. Le rivolte sono state guidate dal malcontento dei poveri per un’inflazione insostenibile al 50% e dei giovani contro la pressione sociale della teocrazia. In Iran non si vendono bevande alcoliche.

Credo che un cambio politico reale, possibile con riforme interne e modifiche costituzionali, sia reso impossibile dallo stato di guerra perenne nel quale il Paese si trova. La repressione brutale della polizia è dovuta alla commistione tra rivolte interne e infiltrazioni straniere.

Un giovane mi ha chiesto: “Lei crede che io sia un terrorista? Così la Tv di Stato iraniana chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare”. Ho dovuto rispondergli che legalmente sì, se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e della Cia, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo Scià Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e da Netanyahu, possono essere considerati terroristi. A Londra, manifestanti pacifici che condannano il genocidio a Gaza sono stati arrestati in migliaia. Cosa accadrebbe se i pro-Pal venissero armati e addestrati dall’Iran e dalla Cina?

Un gruppo di giovani veterinari, incontrati in un albergo tipico di Kashan, un’ex casa della dinastia Qajar, uomini e donne, mi hanno colpito per la loro ignoranza e inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del pensiero unico, si lamentavano che il Paese investisse in difesa e difendesse il nucleare, anche solo per l’utilizzo a fini civili. Facevo notare che l’Iran è sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile che la sicurezza sia una priorità del Paese. Aggiungevo che in Europa non siamo sotto attacco di nessuno eppure sacrifichiamo lo Stato sociale alle spese militari. Rimanevano interdetti. Mi hanno confessato di non poterne più delle ristrettezze economiche. Di fatto erano ben vestiti, una borghesia che non vive la crisi economica dei poveri e dei piccoli commercianti dei bazar, che può permettersi gli alberghi costosi iraniani. Sognano tuttavia gli standard occidentali, poter viaggiare all’estero, essere più ricchi e pensano all’Occidente come al Paese della cuccagna. Quando sottolineavo che i dimostranti si appellavano a Israele, a uno Stato genocidario, pur di liberarsi del regime teocratico, sono arrivati a rispondere che i palestinesi hanno i loro problemi, gli iraniani non possono farci nulla e devono risolvere i propri.

Il film Barbie ha vinto anche in Iran. La borghesia occidentalizzata chiede standard di vita migliori, sogna una libertà mitizzata e abbastanza irreale, si nutre di Cnn, ed è disposta a svendere il Paese a Netanyahu e allo Scià, nell’ingenua speranza che anche in una colonia statunitense, il Paese conoscerà il progresso economico-sociale oggi calpestato dall’immobilismo del potere teocratico e dal- l’assedio occidentale.

In una casa a Yasd, tra iraniani benestanti, imprenditori, professoresse, guide turistiche, ho avuto modo di conoscere la corruzione morale di uno strato sociale che in fondo è molto simile a quello che un tempo sosteneva lo Scià. Un medico mi ha raccontato che il settore sanitario ha difficoltà a causa delle sanzioni in medicine e strumentazioni, ma che i dottori hanno un’ottima preparazione e un malato di cancro, anche se povero, può essere operato immediatamente in ospedali pubblici. Gli ho fatto notare che questa era una grande conquista, rara nelle sanità occidentali. Gli ho spiegato di come in Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino. Mi ha guardato con occhi vuoti e dopo poco, parlando di un cambio di regime offerto dall’intervento israelo-americano è sbottato con un “I love Netanyahu”.

Non è un’eccezione. Una parte della borghesia benestante e affarista vuole un’economia che funzioni, è stanca della mancanza di riforme e di futuro, detesta l’oppressione sociale della Repubblica islamica, è pronta a svendere il Paese ad attacchi stranieri, addirittura si prostra ai tradizionali nemici come Netanyahu e Trump. Secondo Marandi, si tratta tuttavia di minoranze nel Paese. Lo Scià è delegittimato. Il suo appello a nuove manifestazioni sabato 10 dicembre è stato poco ascoltato.

Ero a Shiraz, la sera e in macchina ho potuto perlustrare le aree nelle quali si dovevano riunire i manifestanti. Non c’era nessuno, pochi i poliziotti per strada. Di solito il picco delle manifestazioni si ha il giovedì , l’inizio del weekend , il venerdì già hanno un impatto inferiore, il sabato scemano.

Il confine occidentale del Paese è permeabile. Che gruppi armati penetrino nel Paese e che le insurrezioni divengano più cruente è probabile. La reazione governativa sta cambiando, la comprensione per la giusta protesta dei lavoratori contro la crisi economica che morde e la promessa di riforme, nelle dichiarazioni di Khamenei, del presidente Pezeskian, di politici ancora influenti come Zarif, o il riformista Kathami, si alterna a una intransigenza crescente contro le violenze terroriste guidate da agenti stranieri. Prevedo una maggiore repressione e misure di polizia che finora non ci sono state.

Ripeto, ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran, senza blocchi, strade chiuse, senza polizia, e con una vita che continuava in locali e ristoranti come in Occidente. Man mano tuttavia il clima sta cambiando. E potrebbe essere diversamente per un Paese attaccato militarmente dai nemici esteri? La signora Kallas, espressione di una burocrazia europea senza peso, vassalla e ipocrita come le marionette di una potenza colonizzata, giustifica la legge marziale in Ucraina, rimprovera il regime iraniano per le vittime civili senza far menzione dell’ingerenza straniera negli affari interni di un Paese in cui pullulano Mossad e Cia per ammissione di Netanyahu e Pompeo, nel tentativo illegale di un cambio di governo.

Lunedì 12 è il mio ultimo giorno nel Paese. Piango l’Iran dominato da un potere teocratico anacronistico e da un governo politico immobile. Piango la borghesia che paradossalmente si appella agli Stati nemici che hanno voluto schiacciare politicamente, militarmente ed economicamente il Paese. Piango una gioventù e una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano benessere economico e standard di vita occidentali e sono prive di visione politica. Guardo l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale caratteristico e di alto livello. Strutture nuove di zecca, che possono concorrere e superare quelle europee. Il turismo potrebbe essere una risorsa per il Paese ed è volutamente impedito dai nemici di Teheran.

Robecchi

 

E il Sudan? La destra sogna le piazze “on demand” (ma quelle degli altri)


Tra i pochi temi entusiasmanti dell’attuale dibattito (?) politico ce n’è uno abbastanza interessante dal punto di vista, diciamo così, della teoria della comunicazione. È una questione di metodo, ma anche una tecnica dialettica, ma anche una perenne provocazione: dire ai manifestanti per cosa dovrebbero manifestare. Di solito – anzi, sempre – è la destra che incita la sinistra a fare cose che alla destra piacerebbero, ma che la destra non fa. Non è solo un consiglio: è un’accusa precisa che cambia di volta in volta. Ecco! Non manifestate contro Maduro! Ecco, non scendete in piazza contro l’Iran! E il Sudan? Perché non dite niente sul Sudan?

Faccio notare che simili argomenti non li solleva la signora Pina al mercato rionale (non le verrebbe nemmeno in mente), ma fior di commentatori e direttori, e corsivisti e opinion maker e politici da talk show. I quali si guardano bene dall’organizzare una manifestazione per l’Iran, o per il Sudan, o contro Maduro – e quando l’hanno fatto sono andati in otto – ma passano gran parte del loro tempo a rimproverare chi non lo fa.

È un classico che si sta affermando fino a sfiorare il genere letterario. Esempio: si rimprovera alla Cgil di schierarsi per il No al referendum sulla magistratura con l’arguto argomento che in questo modo trascurerebbe il vero tema di cui occuparsi, cioè i salari. L’accusa viene da destra, ovviamente, da gente che di salari non si è mai occupata, che chiede alla Cgil esattamente quello che vorrebbe lei: che stia zitta sul referendum.

Per chiarire il concetto useremo il martoriato Sudan, mattatoio africano per civili inermi stretti tra due forze armate che si contendono le enormi ricchezze della regione. “Perché non organizzate una flotillaper il Sudan?”, dicevano i commentatori negazionisti del genocidio palestinese, ostili alla flotilla che veleggiava verso Gaza. Tradotto: perché non lasciate che Israele compia il suo genocidio e non vi concentrate su altri massacri? Nomi importanti, commentatori da prima serata (e seconda, e terza, e mattina e pomeriggio), gente che con qualche telefonata e raccolta fondi, contatti e volontà, potrebbe senza dubbio organizzare una missione umanitaria e pacifista in Sudan. E a nessuno degli interlocutori che sia mai venuto in mente di dire: “Ma scusi, perché non lo fa lei?”. Inutile dire che del Sudan non gliene fregava niente, serviva solo ad accusare chi si opponeva alla mattanza israeliana, e ora che il genocidio di Gaza è passato a una fase di bassa intensità, quei commentatori di Sudan non parlano più, non serve, uh, il Sudan, che seccatura!

Lo stato attuale del dibattito, naturalmente riguarda l’Iran, e il meccanismo è esattamente lo stesso: perché la sinistra non scende in piazza massicciamente contro gli Ayatollah? E le femministe che dicono, eh? Un’apoteosi di ditini alzati e severi ammonimenti. Molte energie, dispiegate, insomma, non a organizzare una manifestazione, no, ma a rimproverare chi non lo fa. Con tanto di esilarante campagna acquisti, che consiste, altro classico, nel prendere uno inspiegabilmente considerato di sinistra che rimprovera la sinistra di non fare quello che si guarda bene dal fare lui, e quando lo fa – come l’altro giorno i sedicenti riformisti del Pd più qualche galleggiante della politica – c’è meno gente che in una piccola pizzeria. È l’invidia della piazza, insomma, un’invidia fatta di irritazione: ma guarda quelle decine di migliaia di persone che manifestano per quello che vogliono loro e non per quello che voglio io! Maledetti!

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