venerdì 28 novembre 2025

L'Amaca

 

Ho visto anche politici felici
di Michele Serra
Bisognerebbe istituire un fondo di solidarietà e di recupero sociale per quegli esponenti politici che una pratica crudele costringe a esibirsi nei tigì Rai per dire ogni sera, se di governo, che il governo ha ragione, e se di opposizione che il governo ha torto. Un siparietto umiliante, mal pensato, mal preparato, mal inquadrato e mal detto, al cui confronto il più improbabile testimonial del peggiore spot pubblicitario sembra George Clooney.
Sono rarissimi i casi nei quali lo spettatore non prova disagio e rincrescimento nel vedere donne e uomini adulti sottoporsi a questa penosa corvé, che ci fa pensare alla politica come a uno dei mestieri più dequalificati del pianeta. Uno di questi casi, che riapre il cuore alla speranza, è il senatore di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon (nomen omen), ormai nel cast fisso dei tigì del sedicente servizio pubblico. Speranzon, unico nel mucchio, appare sinceramente felice di dire “il governo ha sempre ragione”. Lo fa con esuberanza sorgiva, accompagnando la sua frasetta con brevi gesti delle mani che ne confermano la giustezza (anche le mani di Speranzon sono governative) e si capisce già al primo sguardo che è al riparo da qualunque sospetto tipo: “Non starò dicendo una frescaccia?”. Oppure: “Ma non era meglio se me ne stavo a casa a mettere in ordine le cravatte?”.
Certo l’aspetto lo assiste: Speranzon è un bel signore sorridente e dalla voce tonante, alla quale il forte accento veneto aggiunge quel quid esotico che la Rai concede, per contrasto, a chiunque non parli come un figurante del Rugantino. Non sappiamo se lo sia davvero, ma nei tigì sembra felice, sicuro di vivere in un magnifico Paese ottimamente governato. Pur non essendo partecipi della sua contentezza, lo ringraziamo per l’impegno.

giovedì 27 novembre 2025

Pianificazione

 


Augurio

 


Faccio fatica a condividere lo stesso suolo di questo centinaio di bastardi che, pare, si dilettavano nel week end ad andare a Sarajevo a sparare ai civili, pagando centinaia di migliaia di euro. Vorrei tanto che uscissero i nomi di questi microbi dell’umanità, immaginando il viaggio di rientro, le loro discussioni sulle prede assassinate , i commenti sarcastici, le risate, l’arrivo nelle proprie abitazioni magari popolate di figli, ai quali chissà elargivano pure ramanzine e castighi da buoni padri. Questa spazzatura dovrebbe essere stanata e smaltita come differenziata. Saperli in giro, magari adulati, provoca dolore, vergogna, disprezzo. Gli auguro, come strenna natalizia, di soffrire tanto nel proseguo della loro vita di merda!

Constatazione

 



Natangelo

 



Pino e Maduro

 

Ahi, Tropical Maduro Caudillo petrolifero nel mirino di Trump
DI PINO CORRIAS
Tropical tempesta a stelle e strisce s’attende sulle coste del disgraziato Venezuela di Nicolas Maduro, il caudillo, che a Caracas cavalca malamente il potere da una dozzina d’anni, moltiplicando l’inflazione, la corruzione e i debiti con Russia e Cina, svendendo il petrolio, riempiendo le carceri di dissidenti e di stranieri, come il nostro Alberto Trentini, da usare come moneta di scambio per futuri ricatti, svuotando i banchi dei supermercati e delle farmacie, arricchendo i ricchi, mandando in malora il ceto medio, affamando e facendo fuggire la sua popolazione che un tempo gli aveva persino creduto.
Maduro, 63 anni appena compiuti, detto “il gallo combattente”, ama il potere, le fanfare e la forza. Con l’esercito, la repressione, le leggi e i giudici ad personam si è fatto padre-padrone del Venezuela. Lo ha demolito un po’ alla volta, fino alle macerie di oggi. Viene da una famiglia cattolica di Caracas. Studia quasi nulla. Diventa autista d’autobus. Ma la sua vocazione è il sindacato. Lo scala. Entra in politica nel Movimento Rivoluzionario Bolivariano. Diventa parlamentare. Lo scopre la stella nascente del socialismo Hugo Chávez, l’ex colonnello dei paracadutisti, che dopo un tentato golpe e il carcere, nell’anno 1998, diventa presidente. Maduro sarà il suo delfino e dal 2013, il suo erede.
Trump se lo è scelto come nemico perfetto: claudicante, con le spalle al muro nell’angolo più a Nord del cortile di casa, il Sudamerica, il continente che respira, controllato a vista dalla fraterna giurisdizione di Washington che fa e disfa regimi dai tempi della Dottrina Monroe, anno 1823. Tra i nuovi arredi barocchi dello Studio Ovale, Trump ha annunciato “azioni segrete della Cia già in corso” per rovesciarlo. E ha promesso: “Maduro ha i giorni contati”. Lo accusa di essere alla guida di un narco-Stato che attenta alla sicurezza nazionale dell’America spedendo il micidiale Fentanyl, la droga sintetica che ogni anno trasforma 80 mila americani in zombie. E anche se non è vero quasi niente – il Fentanyl viene prodotto in Cina, e i grandi trafficanti stanno in Colombia, Ecuador, Messico – ha spedito la più grande portaerei della Marina, la Gerald Ford, davanti alle sue coste, con i motori che ronfano al minimo. Mentre 10 mila marines sono sbarcati a ottobre sulle sabbie di Porto Rico a mimare una esercitazione militare e sono ancora lì, in attesa. Anche loro si godono lo spettacolo dei motoscafi venezuelani che gli F-35 americani ogni tanto intercettano e affondano, nelle acque internazionali. “Sono narcos”, recita l’accusa sulle immagini gentilmente concesse dal Pentagono alle tv del mondo, ogni missile un centro, come un videogioco, niente audio, niente sangue, solo uno sbuffo di fumo e un monito: ecco come trattiamo i nemici dell’America. Anche se nessuna legge lo consente, tranne quella della forza.
Maduro fa più o meno lo stesso sulla terraferma, in patria. L’ultimo World Report sui diritti umani è impietoso: niente libertà di parola, niente indipendenza della magistratura. I media sono controllati dal regime. La polizia abusa dei suoi poteri, arresta senza mandato e senza spiegazioni.
Le carceri sono un buco nero.
L’economia è al collasso: non c’è lavoro, non c’è cibo, non c’è futuro. Tre milioni di venezuelani sono in fuga verso la Colombia e il Perù. L’iperinflazione ha trasformato il Boliver in coriandoli. La disperazione ha moltiplicato i conflitti e la repressione.
E pensare che nel 1971 il Venezuela, 25 milioni di abitanti ai tempi, in gran parte meticci, classe dirigente bianca, per lo più spagnola e italiana, era lo Stato più ricco del Sud America. Galleggiava su 330 miliardi di barili del petrolio più pregiato al mondo. Lo avvantaggiava la dolcezza del clima, la fertilità della terra, le altre ricchezze minerarie. Il benessere faceva contenti tutti. Nessuno pensava a investimenti e riforme. Così che quando negli anni 80 il petrolio precipita da 106 a 32 dollari, il cambio di stagione diventa una voragine, il Pil si dimezza, la povertà raddoppia, i ricchi si prendono quel che resta.
Saltano le casse dello Stato.
Interviene il Fondo monetario internazionale che offre prestiti e chiede tagli sociali. Monta la protesta, fino alla strage del febbraio 1989, quando per arginare le manifestazioni di Caracas, esce dalle caserme l’esercito, spara, 380 morti.
Entra in gioco Hugo Rafael Chávez che predica socialismo, giustizia sociale per la popolazione meticcia. Stravince le elezioni. Investe in fabbriche, scuola, sanità. In 15 anni di potere raddoppia l’occupazione e il reddito pro capite. Poi arriva la malattia che in un anno si porta via Chávez e la quasi primavera del Venezuela. Maduro vince le elezioni del 2013 per un soffio e una ammissione che diventerà una minaccia: “Sono figlio di Chávez, ma non sono Chávez”. In una manciata di anni – dalla reggia presidenziale di Palazzo Miraflores – reprime ogni dissenso “con le buone o con le cattive” come dichiara nei suoi lunghissimi sermoni che la televisione nazionale ritrasmette. Esautora il Parlamento nel 2017. Nomina i giudici della Corte Suprema che lavorano al suo servizio. Sopravvive a un tentativo di omicidio. Minacciato dagli Usa, si lega sempre di più alla Russia con accordi militari e ai generosi prestiti della Cina. Apre alla Turchia e all’Iran. Oltre all’esercito, gli protegge le spalle la moglie Cilia Flores, avvocato penalista, parlamentare, sospettata a suo tempo di narcotraffico, titolare di molto potere, dura di carattere: “Cilia ti ama o ti odia, non fa negoziati”.
Per tre elezioni di seguito, la coppia presidenziale resiste a forza di brogli. Al suo primo mandato, Trump prova a buttare Maduro giù dalla torre, appoggiando il giovano deputato liberal Juan Guaidó che il 23 gennaio 2019 si autoproclama presidente. Tranne l’Italia che nicchia, lo sostengono apertamente l’Europa, gran parte dell’Occidente e del Sud America. Maduro reagisce: “Non torneremo al Ventesimo secolo dei gringos e dei colpi di Stato. Io sono il solo presidente legittimo”. È sempre più vero il contrario, visto che all’ultimo giro elettorale, luglio 2024, ha oscurato i risultati, limitandosi a dichiarare di aver vinto.
Sparito Guaidó, Trump ci ha appena riprovato con Maria Corina Machado, esponente dell’ultra-destra, che vive clandestina, minacciata da Maduro, protetta dalla Cia. Anche lei si prepara alla guerra, questa volta innalzando il premio Nobel per la Pace che ha appena incassato, grazie a uno di quei giochi di prestigio di cui si nutre la geopolitica. E promette: “La transizione è già iniziata”. Armi, finzioni e propaganda stanno apparecchiando la tavola dell’ultima cena. Il destino del Venezuela è di nuovo in gioco e non sarà Maduro a giocare.

Dimenticanze

 

Ah già, Gaza
DI MARCO TRAVAGLIO
Sparita dai radar dei media dopo l’accordo di Sharm el Sheikh, da un mese e mezzo la Striscia di Gaza è precipitata nel limbo. Tra la fase 1 del piano Usa-Paesi arabi (la tregua) e la fase 2 (l’improbabile disarmo di Hamas e l’arduo ritiro di Israele, da sostituire con una forza di stabilizzazione per avviare la ricostruzione), c’è l’inverno. Che i 2 milioni di palestinesi affrontano senza un tetto, al freddo, nel fango, tra liquami, detriti e rifiuti. I più fortunati hanno una tenda, quasi sempre sventrata dai nubifragi, ma le organizzazioni umanitarie ne hanno portate solo 3.600, più 129 mila teloni e 87 mila coperte. Servirebbero rifugi e prefabbricati, ma non se ne vedono. Il rapporto appena pubblicato dall’Unctad, l’agenzia Onu per i paesi in via di sviluppo, racconta che “è in gioco la sopravvivenza stessa di Gaza, sprofondata in un abisso creato dall’uomo”. Due anni di cosiddetta guerra hanno “eroso tutti i pilastri della sopravvivenza umana”: scuole, ospedali, forni, negozi alimentari, farmacie. E, “vista la distruzione sistematica subita, esistono seri dubbi sulla capacità di Gaza di ricostruirsi come spazio vitale e società”. L’economia della Striscia è decimata (-87%) e “serviranno decenni per recuperare la qualità della vita pre-ottobre 2023”. Intanto in Cisgiordania “la violenza, la rapida espansione delle colonie e le restrizioni agli spostamenti dei lavoratori hanno fatto regredire il Pil ai livelli del 2010”.
Solo chi è in malafede e non vuol dare a Trump quel che è di Trump può negare la svolta del 13 ottobre: fino ad allora Israele uccideva in media 100 palestinesi al giorno. Nell’ultimo mese e mezzo le vittime dei raid criminali dell’Idf sono scese a 345, cioè a 7 al giorno: un numero spropositato, ma pur sempre 1/14 di prima. Oggi però l’emergenza più urgente è un’altra: l’inverno all’addiaccio di 2 milioni di persone, per il 40% minori, prive di tutto. Interessa a qualcuno, ora che è finito il derby tra chi urlava al genocidio sionista e chi strillava all’antisemitismo filo-Hamas? Due mesi fa la Meloni, per polemizzare con la Flotilla, sentenziò: “Non c’è bisogno di rischiare la propria incolumità e infilarsi in un teatro di guerra per consegnare aiuti che il governo italiano potrebbe consegnare in poche ore”. Che aspetta a lanciare un ponte aero-navale a Gaza con la Protezione civile, che in tante calamità costruì in poco tempo villaggi di prefabbricati e case di legno? Si spera che non sia un problema di soldi, visti quelli che buttiamo in armi per noi (anche simpatici ordigni nucleari e al fosforo bianco) e per gli ucraini (inclusi quelli col cesso d’oro). E dove sono gl’intrepidi Volenterosi europei, sempre pronti a sperperare miliardi in bombe, missili e truppe? Guardino le immagini che arrivano da Gaza e si vergognino.