domenica 23 novembre 2025

Il giudizio di Elena

 

Il piano su Gaza: una farsa. Quello su Kiev è razionale
DI ELENA BASILE
Il piano di pace a Gaza è una farsa tragicomica che diviene emblematica della politica internazionale odierna, pilotata da un Occidente in declino economico e tracollo morale che ha trasformato la democrazia in demagogia, il diritto in forza, la libertà di stampa e di espressione in censura sistematica del pensiero diverso. Così ritorniamo alla Società delle Nazioni e ai mandati coloniali. Gaza, avulsa dallo Stato palestinese, pur ben definito dalle risoluzioni dell’Onu, viene governata da un Consiglio di pace il cui presidente, Trump, deciderà le fasi di un improbabile autogoverno palestinese, demandato alle calende greche. Anp e arabi moderati sembrano sostenere il progetto che appare soprattutto una iniziativa plutocratica per il bene delle multinazionali.
Difficile comprendere come una forza internazionale composta di eserciti dei Paesi arabi moderati potrà mai installarsi su un territorio ancora sotto il controllo di Hamas. L’organizzazione ha comprensibilmente rifiutato di disarmare, data la sfiducia nei patti con Israele e la scarsa lungimiranza del piano di pace. Mentre l’aspirante al Nobel si diletta con mediazioni che sembrano scritte per un copione hollywoodiano, Netanyahu agisce, continuando a eseguire il progetto del grande Israele, seminando distruzione e morte in Palestina, rendendo il genocidio visibile e concreto per tutti coloro che hanno l’onestà di guardarlo in faccia. Le complicità occidentali non sono terminate, nonostante le denunce documentate di organi internazionali e associazioni umanitarie. L’Onu nel piano non esiste eppure il Consiglio di sicurezza lo ha approvato grazie all’astensione di Russia e Cina. Molti, a ragione, affermano che di fronte all’alternativa – mano libera a Israele per continuare la sua azione violenta e costruire l’inferno biblico di Gaza – ben venga anche il piano trumpiano. Per motivi politici Mosca e Pechino hanno avuto il loro tornaconto e hanno preferito non divenire i sabotatori dell’apparente cessate il fuoco. La diplomazia trumpiana e occidentale è divenuta un negoziato mafioso, con aut-aut governati dalla forza.
Una vera pace a Gaza dovrebbe implicare ben altro. Il rispetto da parte di Israele delle risoluzioni Onu, una forza internazionale composta da palestinesi, da arabi sunniti e sciiti, una conferenza di pace con tutti gli attori in campo inclusi Iran, Russia e Cina. Chiedetelo a uno studente di politica internazionale del primo anno universitario e vi saprà rispondere. Peccato che alti diplomatici e analisti, coccolati dai guru delle televisioni del mainstream, non vi siano invece ancora arrivati.
Allo stesso modo si pensa di negoziare con Maduro puntandogli la pistola sulla tempia. Eppure non si vedono i politici europei, troppo occupati a stigmatizzare il killer, il macellaio, l’orco Putin, minimamente sorpresi da quanto accade a Gaza o in America Latina. Sanno bene di essere i depositari del giudizio morale: tocca a loro stabilire chi sono i cattivi della Terra, cioè coloro che si oppongono ai loro interessi.
Invece il piano di pace sull’Ucraina elaborato da Witkoff quando, dopo il disastro di Pokrovsk, è stato chiaro al Pentagono (ma non alle lobby delle armi europee) che l’Ucraina ha definitivamente perso la guerra, contiene alcuni elementi interessanti. La neutralità di Kiev che può invece accedere all’Ue (se i suoi membri lo vorranno, cosa improbabile). La fine dell’espansionismo Nato. Elezioni da un mese dal cessate il fuoco che cacceranno un governo fantoccio sotto ricatto Nato e neonazisti, nazionalisti ucraini. Fine delle sanzioni contro la Russia. Crimea e Donbass russi. Linea del fronte congelata nei territori restanti. Patto di non aggressione tra Russia, Nato, Ucraina. Esercito ucraino dimezzato. Garanzie Usa a Kiev in caso di aggressione russa, che sarebbero invalidate da un’aggressione ucraina contro la Russia. Utilizzo di 100 miliardi russi per la ricostruzione ucraina. Cooperazione Usa-Russia in Ucraina per progetti di interesse comune. Ho sempre affermato che si poteva pervenire a una vera pace soltanto se fossero state sconfessate le politiche neo conservatrici americane (ereditate oggi da Kaja Kallas e da Ursula von der Leyen, soprattutto dai popolari, liberali e finti socialisti europei, asserviti allo Stato profondo, alle lobby finanziarie e delle armi), mirate a infliggere una sconfitta storica alla Russia attraverso il buco nero dell’Ucraina (come già suggerito da Brzezinski nel libro La Grande Scacchiera nel 1997), tentando un regime change e uno smantellamento della Federazione Russa. Preghiamo – per la pace in Europa, per il destino di questa Europa corrotta, per i ragazzi ucraini al fronte, per i nostri figli e nipoti – che il piano di pace (se le notizie di stampa trapelate corrispondono al vero), vada in porto.

In ricordo

 

Ornella
DI MARCO TRAVAGLIO
“Marcolinooo!”, “Travagliucciooo!”. Chiamava puntualmente nell’ora più impossibile, 19.30 o 20.30, quando le persone normali stanno per cenare o hanno appena cenato, mentre qui al Fatto si titola la prima pagina. Ornella voleva sempre commentare le notizie dei tg e sapere in anteprima cos’avrei scritto il giorno dopo. “Ma hai visto Trump?”, “E Putin?”, “Ma l’hai sentita la Meloni?”, “Mi spieghi questa cosa?”, “Che possiamo fare?”, “E ora che succederà?”, “Mi annoiavo e ti ho chiamato: dài, fammi ridere”, “Hai notizie di Renatino (Zero, ndr)? Sta bene? Sono due giorni che non riesco a parlargli”, “Ma quegli obbrobri dei grattacieli di Sala li scoprono oggi?”, “Questi davvero ci portano in guerra? Bisognerà proprio che io muoia prima”. Ogni tanto lanciava insulti terribili in falsetto. “Ornella, dici a me?”. “Ma va, a Ondina, la mia barboncina”. Che poi tanta confidenza non me la meritavo. Ci conoscevamo da cinque anni, non di più, da quando Renato le rispose al telefono, le disse di essere con me a pranzo e lei mi si fece passare: “Sei troppo pestifero perché io non ti conosca. Ma come fai a restare calmo in tv davanti a quel Bocchino? A noi ci salva l’ironia, che è la parente nobile del sarcasmo”. Voleva sempre sapere tutto, del presente e del futuro, della vita. Progettava nuovi dischi, concerti, canzoni. Del passato parlava controvoglia: “Mamma che annoia”.
Di solito, quando diventi intimo di un coetaneo dei tuoi genitori che rimpiange i bei tempi andati e dell’oggi e del domani vede solo il buio, lo senti come un altro papà o un’altra mamma. Ornella no, si imponeva come una sorella, addirittura una figlia: una ragazzina curiosa, capricciosa e impertinente che chiede sempre perché-perché-perché. Una monella dispettosa e leggera che fa le marachelle e poi se ne vanta. “Questa si potrà dire? Magari la dico da Fazio, così poi non mi invitano più”. Femmina fin sulla punta dei riccioli, ma femminista sui generis, anticonformista e indipendente: “Nella mia vita mi hanno punita più le donne che gli uomini, ma le ho perdonate tutte: io sono sempre qui, loro invece dove sono?”. Della ragazzina aveva anche la voce, a 90 anni suonati: cantava anche quando parlava.
L’ultimo tour Le donne e la musica, nel 2022, con una band tutta al femminile, fu una delizia: alla Conciliazione di Roma, siccome due mesi prima si era rotta il femore, il sipario si aprì su di lei in abito bianco seduta su una poltroncina di design, dorata come i riccioli. Ma, dopo il brano d’esordio Ornella si nasce (un autoritratto firmato Renato Zero), si arrampicò sul cavalletto porta-microfono e restò quasi sempre in piedi, accennando ogni tanto addirittura qualche passo di danza.
L’ultimo concerto, a Caracalla, fu un incanto: lei a piedi nudi sul palco che volava come una libellula senza più un’età, capace di fermare anche il tempo.
“Lo sai che a giugno mi danno la laurea alla Statale di Milano? Pensa: a 90 anni, a una somara come me! Vieni? Qualche amico lo vorrei, se puoi. Laurea Magistrale Honoris Causa in Musica, Culture, Media, Performance”. Ornella entrò nell’aula magna fra la rettrice Marina Brambilla e il trombettista Paolo Fresu: l’eleganza, la leggerezza, la libertà, la curiosità, l’ironia, l’anticonformismo, la spudoratezza, insomma la vita, tutto concentrato nella stessa persona sotto i riccioli biondi, meno rosseggianti del solito, che spuntavano dal tocco nero portato con fierezza lieve. Nella chiacchierata tra amici, detta pomposamente “lectio magistralis”, si dipinse “cialtrona che non ha mai studiato”, disse che i suoi genitori “sarebbero impazziti” a vederla lì, poi sintetizzò in un breve racconto antiretorico la sua divina carriera come una passeggiatina di casualità (“io non ho mai avuto l’ego degli artisti, e ormai, a furia di aspettarlo, credo che non mi arriverà più”). Gino Paoli “ragazzo bruttino che suonava malino”. Strehler: “Ero la sua compagna – scandalo! – e mica poteva farmi recitare, solo cantare”. Poi Albertazzi, Gaber, Fo, Jannacci, Toquinho, De Moraes, Benson, Lavezzi, Bardotti, Conte e tutti gli altri grandi, fino a Mahmood e Gabbani. La samba danzata con Ungaretti, la musica alta e quella pop, i brani immortali “da cantare a piedi nudi per sentirne le vibrazioni”.
Il suo cruccio era di finire come la zia, vissuta fino a 107 anni, lucidissima ma prigioniera di un corpo inerte. Però, sulla morte, ci rideva sopra: “Spero che non mi facciano monumenti o roba del genere. Potrebbero dedicarmi qualcosa al Piccolo Teatro, ma mi sa che lì è tutto già preso. Tranne forse qualche aiuola: ecco, potrebbero intestarmi un’aiuola…”. Pur essendone un simbolo, non amava più Milano: “È diventata così brutta. Se avessi qualche anno di meno, scapperei”. E tornava subito alla vita: “Dove vai in vacanza? Avevo prenotato in Sardegna, ma ho letto che da quelle parti sta bruciando tutto. Magari ti raggiungo. Se no ci vediamo in Versilia, io vado lì con Renatino a rilassarmi”.
Leggeva il Fatto. Un giorno mi mandò la foto dell’abbonamento digitale appena pagato: “Adesso che sono socia, ho diritto a chiamarti tutti i giorni”. Alle sue spalle, l’adorata assistente Veronica ridacchiava. Nel 2022 doveva essere alla nostra festa alla Casa del Jazz, poi fu trattenuta a Milano da un acciacchino, ma si collegò col nostro palco. Da allora provammo sempre ad averla con noi in carne e ossa. E quest’anno sembrava fatta per il Circo Massimo: “Voi mi fate le domande, io faccio la pagliaccia, come sempre, ma canto anche un po’. Due o tre brani, però, non di più se no ti schiatto sul palco”. Le chiesi Un sorriso dentro al pianto e le dissi che poi saremmo andati a mangiare insieme. “Meglio se mi fai trovare un whiskino e una cannetta”. Due settimane prima della festa chiamò con un fil di voce: “Ho preso un batterio polmonare, sono in ospedale, devo fare riabilitazione per la voce. Sai, sono una cantante”. Infatti tornò presto quella di prima.
Se n’è andata senz’accorgersene, in poltrona, dopo aver chiesto un gelato e una cannetta. Che bella fine, far sorridere anche la morte.
“Se il Cielo concedesse un po’ di grazia a ogni anima quaggiù, io sarei una santa, anima che canta, che canta in equilibrio sopra un’emozione, che capovolge l’esistenza alle persone, che non si può spiegare fino in fondo, ma che resta in fondo al cuore”.

L'Amaca

 

Il derubato ha torto
di Michele Serra
È come se il derubato fosse invitato a dimenticare la refurtiva; e il ladro autorizzato a tenersela, e amnistiato di tutti i suoi crimini. In cambio, il derubato avrà salva la vita e dunque deve pure ringraziare la sedicente “comunità transatlantica” per la sua gentile intercessione.
Questa è la pace che Trump offre a Putin e impone agli ucraini, che nessuno potrà biasimare se dovessero accettare: avere i cingoli dei carri armati alle porte di casa e vivere sotto le bombe (in buona parte su obiettivi civili) per quattro anni non è una condizione che possa essere protratta all’infinito. La pace di Trump per l’Ucraina assomiglia dunque a quella per Gaza, il più debole si arrenda, il più forte canti vittoria, poi ci penserà la ricostruzione a far brillare gli occhi della speculazione che, bontà sua, è transnazionale, non conosce frontiere, non si attarda in inutili patriottismi: dove c’è da fare quattrini si va. E si pretende, per giunta, la gratitudine dei bombardati.
Le macerie sono un business formidabile, specie se chi le ha prodotte (vedi Gaza) chiede una partnership nella ricostruzione: ne ha diritto, no? Distruggendo, ha gettato le basi dei nuovi cantieri. Dunque non ci stupiremo se un giorno anche gli oligarchi russi, come Netanyahu, dovessero ricavare un vantaggio economico dalla sedicente pace: già la sospensione delle sanzioni è un bel gol a porta vuota.
Non credo ci siano stati tempi favorevoli ai deboli. Ma questo è il tempo in cui l’esultanza dei forti non ha neppure bisogno del velo dell’ipocrisia. Putin tornerà a sedersi al tavolo dei vincitori. Altre domande?

sabato 22 novembre 2025

Altro scompiscio

 



Dove sarà il giusto?

 



Natangelo

 



Storicamente

 

94 morto che mente
DI MARCO TRAVAGLIO
Siccome dicono che bisogna lasciar stare i morti, FI ha arruolato, oltre alla buonanima di B., anche quella di Tortora in una sceneggiata napoletana per Cirielli in Campania e il Sì al referendum, 31 anni dopo quello che Tajani chiama “un episodio molto grave e triste”: “L’avviso di garanzia a Berlusconi, impegnato a presiedere a Napoli un vertice mondiale contro la criminalità organizzata… consegnato non all’interessato, ma al Corriere della Sera… per reati inesistenti da cui anni dopo fu regolarmente assolto”. Purtroppo, come spesso gli accade, non sa quel che dice. Non era un avviso di garanzia, ma un invito a comparire per interrogarlo. I carabinieri inviati dal Pool di Milano a notificarlo il 21 novembre ’94 (dopo aver aspettato le elezioni amministrative) raggiunsero B. a Roma, dov’era atteso dopo il primo giorno del vertice. Ma cambiò idea e restò a Napoli. Così gli telefonarono e gli lessero l’atto fino al secondo dei tre capi d’imputazione: tre tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza. B. mise giù senza dar loro il tempo di leggere la terza. E decise di presiedere il summit anti-crimine anche l’indomani, pur sapendo di essere indagato e di esporre l’Italia alla berlina mondiale. Non cambiò idea neppure il mattino dopo, quando il Corriere (con Avvenire) uscì con lo scoop: “Milano, indagato Berlusconi”. Ma il Corriere riferì solo “due pagamenti alle Fiamme gialle” e non il terzo, che il Pool aveva inserito nell’atto, ma i carabinieri non avevano fatto in tempo a leggere a B. È la prova che la notizia (peraltro nota all’indagato e non più segreta) non la passò il Pool, ma B. o uno dei suoi per scatenare l’Operazione Martirio.
“Reati inesistenti”? Magari: per le tangenti alla Gdf furono condannati i manager Fininvest corruttori e i finanzieri corrotti. B. fu condannato in primo grado, ma assolto in appello e Cassazione per “insufficienza probatoria”. La prova doveva fornirla il testimone David Mills, che gli aveva creato le società estere per fondi neri e tangenti. Ma mentì ai giudici e anni dopo scrisse al suo commercialista di aver incassato una mazzetta Fininvest di 600 mila dollari per “tenere Mr B. fuori dal mare di guai in cui l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quel che sapevo”. Condannato in primo e secondo grado, Mills fu prescritto in Cassazione. B. invece, tra una legge vergogna e un finto impedimento, fu salvato già in Tribunale dalla prescrizione che aveva appena dimezzato per legge. Che c’entra in tutto ciò la separazione delle carriere? Nulla. Ma le Regionali c’entrano: la prescrizione-lampo fu un gentile omaggio della norma che porta il nome di Cirielli. Non avendolo ringraziato da vivo, B. rimedia da morto tramite il suo medium personale: Tajani. Che però, quando entra in trance, non ne esce più.