Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 9 novembre 2025
Leggere, leggere, leggere!
Resistenza è leggere libri infiniti
di Melania Mazzucco
I libri ci assomigliano.
Sono oggetti (forse addirittura creature) fragili, soggetti all'usura, vulnerabili all'acqua, al fuoco, agli insetti, alle malattie – e tuttavia persistenti e tenaci.
Sono mortali, e il loro ciclo vitale ripete quello delle piante – riposano, fioriscono, resistono, fruttificano, si rigenerano.
La loro esistenza ci accompagna durante la nostra: è silenziosa, ma emette un permanente brusio.
Li perdiamo di vista, ma possiamo ritrovarli, perfino molti anni dopo, come amici e fratelli.
Durare è la loro azione. Nel tempo, nella storia collettiva, nella memoria individuale.
Per questo, dopo mezzo secolo di appassionate letture, realizzo che i libri che hanno davvero contato, e tuttora contano, per me, sono quelli che mi hanno scortato a lungo, nei quali ho abitato come in uno spazio tanto fantastico e immaginario (che mi liberava e salvava dalle angustie del mio), quanto concreto e reale (una casa nella quale tornare, perché vi ero attesa).
L'attraversamento e la percorrenza di questi libri lunghi inevitabilmente e inestricabilmente salda il loro tempo al mio.
Ciò accade, per gli altri ricordi, solo per le catastrofi.
Tutti ricordiamo dove eravamo quando sono cadute le Torri gemelle di New York, così come altre generazioni ricordavano dov'erano l'8 settembre 1943 o il giorno di un'alluvione o del terremoto.
E io ricordo ancora dov'ero mentre nel 1979 leggevo Anna Karenina (sul sedile posteriore della Renault che mio padre guidava verso le vacanze in montagna, e poi, per settimane, nei prati delle Alpi), o V. di Thomas Pynchon (in treno, nelle tappe insonni dell'Interrail), o Notre-Dame de Paris di Victor Hugo (nelle aule studio del Centro sperimentale, fra una lezione e l'altra).
I personaggi, i luoghi, certe scene, e perfino alcune parole scoperte in quelle pagine per la prima volta, sono indelebili – vividi e pulsanti, come li avessi adesso sotto gli occhi.
Molti degli altri libri si sono invece smarriti – evaporati da me, lasciando nel setaccio della memoria appena un sedimento di sabbia.
Incontrandoli nella mia biblioteca, vellutati da una nera patina di polvere, mi chiedo perfino se io li abbia letti davvero – e solo un fiore secco, un biglietto, qualche orecchia, sottolineatura o scarabocchio che li sfigura me lo conferma.
«Non ho tempo» è il pretesto accampato oggi dai più per ammettere di leggere meno, o poco.
Il futurismo non è l'avanguardia estetica che gode di maggior prestigio culturale, ma ha lasciato l'eredità più duratura: il culto nefasto della velocità, che il trionfo di Internet ha inverato.
Però il tempo che un libro lungo, o interminabile, esige da noi, non è un tempo perduto, rubato o sottratto alla vita, ma aggiunto e moltiplicato.
Per questo la mia gratitudine di lettrice oggi va ai romanzieri (e a qualche saggista, penso a Johan Huizinga, Lev Trotzkij o Simon Schama), che mi hanno regalato un mondo.
Proust è l'esempio topico, e una sorta di pietra d'inciampo.
Citato e banalizzato quasi unicamente in relazione alle mille e più pagine della Recherche.
Ma anche l'Ulisse di Joyce, La montagna incantata (o magica) di Mann, I sonnambuli di Broch, o L’uomo senza qualità di Musil.
Leggere fino in fondo quei monumentali volumi – peraltro composti in asincrono, negli anni ruggenti del XX secolo, ritmati dalla brevità jazz – è come arrampicarsi su un sentiero impervio, talvolta scivoloso: ma comprendiamo fin dai primi capitoli che in cima godremo di un panorama ineguagliabile – e resistiamo alla fatica, persino alla noia.
Tuttavia più amichevoli risultano i classici francesi, inglesi e russi dell'Ottocento (Hugo, Balzac, Dumas, Dickens, Tolstoj, Dostoevskij) e del Novecento (Pasternak, Tynjanov, Pilnjak, Grossman, Šalamov, Solgenitzin, Tolkien, Céline, de Beauvoir).
La dismisura avvicina ciò che è distante: i postmoderni americani e non (Foster Wallace, Vollmann, Perec, Bolaño) e i narratori sud e centroamericani (García Márquez, Vargas Llosa, Cortázar, Fuentes, Galeano).
Il catalogo spesso trascura gli italiani, svantaggiati dall'equivoco critico che ci vuole piuttosto novellieri o versati nella brevità, e poi irretiti dalle lezioni (spesso fraintese) di Calvino su leggerezza e concisione.
Ma almeno Ippolito Nievo, Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli e Il male oscuro di Giuseppe Berto figurano nello scaffale.
Invece le scrittrici (da Bellonci, Banti e de Céspedes, a Morante e Ferrante), favorite dalla loro lateralità, hanno ignorato, e ignorano, la prescrizione e il tabù.
La sfida della lunga durata è stata del resto raccolta e vinta dai contemporanei:
lo dimostrano non solo i successi popolari delle saghe fantasy, di Donna Tartt, Hanya Yanagihara e Nino Haratischwili, ma anche romanzi estremi – storici, epici e labirintici – come L’uomo che amava i cani del cubano Leonardo Padura Fuentes, I libri di Jakub di Olga Tokarczuk, o Theodorus del romeno Mircea Cărtărescu.
La misura del racconto non è questione di genere, storia letteraria e tradizione, ma di respiro e di coraggio.
Solo un libro lungo ti permette di abbandonarti al flusso ipnotico della lingua, e di lasciarti trasportare dalla corrente del racconto come dalla musica.
Solo un libro lungo genera la gioia frizzante di avere un appuntamento – con pazienza e umiltà, ti attende sul comodino, in poltrona, in borsa, ovunque.
E via via alimenta la malinconia dell'imminente congedo.
Di solito, quando il peso del tomo si sposta sul lato sinistro, rallentiamo la lettura: le pagine mancanti si assottigliano, e siamo consapevoli che finirlo sarà comunque un addio.
Non vogliamo essere espulsi dal mondo nel quale il narratore ci ha invitato, e accolto, ma restarci dentro – perché è diventato anche il nostro.
C'è qualcosa di primordiale nell'avventura della lettura.
Ci riporta al cerchio intorno al fuoco nelle notti infinite dei nostri progenitori, quando la scrittura neppure era stata inventata, ma esistevano già l'incanto della parola e del racconto.
Serve la luce per leggere, ma anche il bianco da cui emergono le righe emana chiarore, come quelle fiamme ancestrali.
Pure le pagine di carta del resto "crepitano".
Il tempo di leggere è sempre un tempo ritrovato.
Ricordo di Peppe
Tutta la musica di Vessicchio
Maestro geniale del Festival
Di Angelo Carotenuto
Sulla bocca delle folle e negli hashtag dei social aveva un nome scisso in due, e lui diceva solo: fate voi.
Così davvero su Vessicchio abbiamo fatto noi, immaginandolo un pezzo omogeneo alla fauna di Sanremo, per via dei quattro che aveva vinto da direttore d'orchestra accanto agli Avion Travel, Alexia, Valerio Scanu e Roberto Vecchioni; per le incursioni stralunate con i Jackal, o per certe assenze che negli ultimi anni si sono accumulate in conseguenza di una dolorosa causa con la Rai.
Così come avevamo fatto noi immaginandolo nel laboratorio talent di Maria De Filippi, alla maniera di un Benjamin Shorofsky, l'insegnante del Bruno di Saranno famosi.
Un'icona pop — come si dice adesso — che ha usato il pop per andare dove, a un certo punto, gli interessava veramente: la ricerca, l'innovazione, il dialogo con la scienza.
Il maestro Vessicchio è stato una matrioska di mondi: quando le avevi aperte tutte, ce n'era sempre un'altra che conteneva una nuova scoperta inesplorata.
Parlava di camere acustiche e vasche sonore, andava con gli studiosi dell'Istituto di fisica nucleare sotto il Gran Sasso per registrare l'attività dei muoni e tradurla in una sequenza di note grazie a un algoritmo ("Per sentire come suona l'universo").
Alla sua esposta attività da musicista ha abbinato un percorso da indagatore del potere del suono.
Anzi, lui diceva: potenza.
"Perché il potere ti chiede qualcosa in cambio, invece la musica ha cambiato il mondo gratis."
È morto a 69 anni all'ospedale San Camillo di Roma per una polmonite interstiziale, precipitata in modo inatteso, rapidamente — proprio quei polmoni che gli avevano portato via un mucchio di amici d'infanzia.
Napoli, rione Cavalleggeri, quartiere Bagnoli.
La zona occidentale, l'area dell'acciaieria e dell'amianto, la spiaggia di catrame, il mare diventato di ruggine, il cielo che si faceva rosso all'improvviso per le colate di acciaio liquido.
Quando giocava a pallone al campo americano sotto l’Italsider, s’alzavano cumuli di lana che parevano neve. Anche quello si era messo a studiare.
"Dirige l'orchestra il maestro Vessicchio", si sentiva all'Ariston.
Ma il maestro leggeva di come le mucche nel Wisconsin facessero latte migliore ascoltando Mozart.
Si era messo a smontare e rimontare i meccanismi di quelle composizioni come fanno i bambini con i Lego, incrociando melodie e combinazioni di frequenze che chiamava armonico-naturali, il Metodo Freman, e scoprendo come le sequenze aiutavano i pomodori a crescere sotto le serre, oppure mutavano il vincolo tra le molecole del vino.
È nata così la cantina Musikè, e chi lo chiamava per arrangiare un pezzo o per averlo al festival doveva accettare che Vessicchio vestisse la canzone con quell’abito sonoro — quello e non un altro — perché in cima a ogni pensiero stava l’equilibrio, la concordanza con il mondo.
Questo respiravano i musicisti in casa sua: un senso di pace.
E questo chiedeva ai registi che lo cercavano per una colonna sonora, ai foniatri, agli oncologi, ai contadini con cui scambiava pareri e collaborazioni.
Chiedeva l’eufonia costruita in privato con sua moglie, la scrittrice Enrica Mormile, con sua figlia Alessia, la nipote Teresa, le pronipoti, e pure con Audrey — la cagnolina che annusava il temporale, lo sentiva.
Peppe o Beppe, adesso cosa importa.
La prima volta era andato a Sanremo con Zucchero, "da badante" diceva: portavano Canzone triste, venne la neve, arrivarono penultimi.
La più portentosa apparizione resta quella del 1996 con La terra dei cachi, quando il regolamento imponeva che una sera fosse eseguito solo un frammento di un minuto.
Con gli Elii ce la fecero stare tutta, suonandola al triplo della velocità.
Solo una volta è andato come autore, ma in incognito, con un pezzo non firmato nella sezione Giovani; e non è firmato un altro pezzo che nella storia della canzone italiana ha lasciato un segno.
Apparire non è mai stata una voce del verbo Vessicchio.
Era stato folgorato da ragazzo sulla via della musica da Giochi proibiti e Quando ti stringi a me, andando dietro a un fratello chitarrista e una sorella con una bella voce.
Il papà lo voleva architetto: si arrese a metà degli esami perché lo scopriva con il Manuale di armonia di Schönberg e lo vedeva uscire di notte per locali.
Ha fatto parte del gruppo comico Trettré: uno di loro suggerì il suo nome a Peppino Gagliardi, che stava cercando un giovane arrangiatore per il nuovo disco.
C’era la fila per quel lavoro.
Con Gagliardi aveva collaborato Bill Conti, quello di Rocky.
Presero lui, che al Conservatorio c’era stato da abusivo autorizzato — autorizzato dal custode che lo faceva entrare alle lezioni.
Eppure è bastato perché si sentisse figlio della grande scuola napoletana del ‘700: Scarlatti, Pergolesi, Cimarosa.
Il Mi minore era la sua tonalità preferita ("Mi dà serenità").
Ha lavorato con Bocelli, Ron, Francesca Michielin.
Ha conservato sui giovani uno sguardo aperto e mai banale, fino a credere che l’autotune serva a spostare l’attenzione dal virtuosismo tecnico al contenuto dei testi.
Fu in una stanza d’albergo a Firenze, in tournée con Paoli e Vanoni, che musicò Ti lascio una canzone.
Gino non ha smesso di cantarla a Ornella, Ornella non ha smesso di cantarla a Gino — uniti tutt’e due da quella ballata pensata per un dopo, per quello che sarà, per ogni misterioso viaggio che ci tocca con un addio.
E comunque era Peppe.
Dirige l’orchestra Peppe Vessicchio.
Parole costituzionali
Siamo in Russia
DI MARCO TRAVAGLIO
Articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Da due giorni non facciamo che rileggerlo, nel timore di aver capito male o di non esserci accorti che è stato abrogato. Invece è sempre lì e dice sempre la stessa cosa: non si possono discriminare cittadini per alcun motivo, ivi comprese le loro opinioni politiche. Strano, perché quasi ogni giorno viene discriminato qualcuno. Di solito si tratta di russi, ma anche ucraini del Donbass o della Crimea, perlopiù artisti bravi e famosi invitati a esibirsi e poi cacciati a pedate su richiesta di entità straniere (siamo o non siamo governati dai sovranisti?), tipo l’ambasciata di Kiev, o gruppi esteri filoucraini e antirussi. E sempre per opinioni politiche o financo per luogo di nascita, che li trasformano in “putiniani” o “amici” o “complici” o “propagandisti di Putin”. Un’equazione (governo=popolo) che ovviamente non vale su Israele. Si dirà: ma sono stranieri, mentre la Costituzione si riferisce agli italiani anche se non lo specifica (sarebbe bizzarro se gli italiani fossero liberi di discriminare gli stranieri, ma lasciamo andare).
L’altro giorno però è stato discriminato un cittadino italiano: lo storico Angelo D’Orsi, laureato con Bobbio, ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino dove ha insegnato per 46 anni, autore di oltre 50 volumi tradotti all’estero, biografo di Gramsci, Ginzburg e Gobetti, fondatore e direttore di riviste scientifiche e collaboratore dei principali giornali. Il 12 novembre D’Orsi doveva tenere una conferenza su “Russofobia, russofilia, verità” al Polo del 900 a Torino, fra i consueti strilli preventivi di nazionalisti ucraini e noti “liberali” tipo i radicali, Carlo Calenda e Pina Picierno. Poi l’altroieri ha appreso dai social della Picierno, eurodeputata “riformista” Pd e (che Dio perdoni tutti) vicepresidente del Parlamento Ue, che “l’evento della propaganda putiniana è stato annullato. Ringrazio il sindaco Lo Russo (si chiama proprio così, ndr) per la sensibilità, il Polo del 900 e tutti coloro che si sono mobilitati a livello locale e nazionale”. Nobile mobilitazione finalizzata a tappare la bocca a un prof che minacciava di dire cose sgradite ai mobilitati, anche se nessuno ancora le conosceva: cioè a censurare le sue opinioni politiche, come fanno le autocrazie e come la Costituzione proibisce di fare (mica siamo in Russia). Si attende ad horas il vibrante monito del capo dello Stato, massimo custode della Carta, e la dissociazione di Elly Schlein dalla sua eurodeputata e dal suo sindaco affinché D’Orsi possa parlare della russofobia. Senza più neppure il fastidio di doverla dimostrare.
L'Amaca
Dove sta lo scandalo
di Michele Serra
Per esempio, proviamo a dirla così: far pagare più tasse ai ricchi in modo da far pagare meno tasse ai ceti medi e ai poveri. Oppure: ripartire la pressione fiscale in modo più equo; prendere i soldi là dove si sono nascosti e smetterla di andare a prelevarli sempre nelle stesse tasche, soprattutto quelle dei lavoratori dipendenti; reintrodurre, sui redditi molto alti, quelle aliquote che erano abituali nelle democrazie del Novecento (per esempio gli Stati Uniti) e sono state via via smantellate dalla destra liberista (per esempio negli Stati Uniti) senza che poi la destra populista, amica dei miliardari e spesso loro diretta emanazione, abbia osato ritoccarle.
Così va meglio? È meno traumatico? Meno scandaloso che dire “patrimoniale”? Non solo non c’è alcun nesso consequenziale tra “tassare i grandi patrimoni” e “aumentare le tasse”: è vero semmai il contrario, cioè che sarebbe possibile allentare la pressione fiscale (cosa che il governo Meloni non si sogna di fare) solo costringendo i molto ricchi a pagare tasse in misura proporzionale. Chiedere a pochi facoltosi, ai quali non manca nulla, di contribuire al bene pubblico in misura proporzionale alla loro fortuna: dove sta lo scandalo? Qualcuno è in grado di spiegarcelo?
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