venerdì 24 ottobre 2025

Osho

 



Turnazione


 

Conoscendo oramai le mosse e da un pò di tempo tralasciato dai loro giochetti controllanti lo status di sobrietà mentale, ieri nel meriggio, dopo essersi riuniti nel quotidiano meeting “a chi rompiamo oggi gli zebedei”, Giove Pluvio ed Eolo non hanno avuto dubbi: era il mio turno che placidamente, supportato dall’audilibro dei Fratelli Karamanzov, stavo per scendere dal treno alla stazione di Migliarina, e a supporto di quanto appena asserito mi è parso pure di aver udito “eccolo è lui!”

Infatti appena sceso un ciclone si è abbattuto attorno a me, con l’acqua che subitaneamente è scesa per la canala delle terga, l’ombrello un inutile soprammobile che Mary Poppins avrebbe usato solo dopo sei pinte di cervogia, il vento di Eolo che squassava oltre la minkia anche le strutture della stazione, e io, sempre eroico più del Capitano Achab in questi frangenti, dopo averlo adocchiato, mi sono rifugiato dentro ad un taxi, il cui conducente, sognando mete lontane da estasi tassametro, dopo aver smorfiato per l’indecente destinazione, a non più di due chilometri, mi ci ha condotto forzatamente con una voglia accostabile a quella di un normodotato che per sbaglio finisce ad un comizio di Vannacci, rimanendo silente e muto più di un padre certosino il Venerdì Santo, chiedendomi, appena fermatosi, appena otto euro per il trasporto, che non avrei speso neppure se l’avessi percorso con una Bugatti scarburata. E appena sceso dal mezzo ecco la classica bonaccia post scherzetto, senza pioggia o alito di vento, a suggellare la certezza che a questo giro toccasse a me, e questa convinzione nel contempo ha agevolato la speranza che la turnazione sia divenuta più corposa e che almeno per un mese i due dei giocherelloni rivolgano lo sguardo altrove, verso altri lidi, esentando al solito ricchi e sonnacchiosi opulenti, vaccinati dalla Krana, autentico antidoto per ogni tipo di prolasso.

Grande Donna!

 



Natangelo

 



Grand'Elena!

 

Su Ucraina e Gaza, Meloni e Schlein sono allineate
DI ELENA BASILE
Sembra evidente che la polarizzazione sia la caratteristica delle società occidentali. Viviamo segmentati in mondi paralleli destinati a non incontrarsi. Unica eccezione: il ring degli spettacoli televisivi in cui il dibattito diventa insulto e violenza verbale. L’elettorato delle destre guarda le tv che portano acqua al mulino del governo, l’elettorato del Pd è spettatore di La7. Allo stesso modo si comportano l’accademia, il giornalismo, la diplomazia le cui analisi alla fine convergono in quanto la distanza tra la Meloni e la Schlein sulle guerre in Ucraina e a Gaza, nonché sulla politica economica, è esigua.
Il politichese utilizza gli eroi di ambo i lati per continui attacchi al fronte avverso. Il partito del non voto, primo partito in Italia e in Europa, si distanzia e si rinchiude nel privato. Il timore che i pochi rappresentanti di un pensiero politico alternativo, scegliendo di allearsi per questioni elettoralistiche e di potere al Pd, brucino anzitempo la loro credibilità e la possibilità di attrarre la “generazione Z”, scesa in piazza contro il genocidio, è una paura ben fondata di cui tutti coloro che hanno l’ambizione di fare politica dovrebbero tener conto.
Facciamo quindi il rituale riepilogo della propaganda in voga sula possibile mediazione in Ucraina cercando di non parlare soltanto a noi stessi ma facendo domande ai diplomatici, accademici e opinionisti che difendono alcune tesi ormai note circa l’imperialismo russo che vuole espandersi e conquistare tutta l’Ucraina, la Russia in grave crisi economica e in situazione di stallo nella guerra, il dovere occidentale di difendere la democrazia Ucraina contro l’autocrate aggressore.
Partiamo dalla democrazia. Potrebbero i nostri interlocutori spiegare come un Paese che ha abolito i partiti dell’opposizione, la libertà di culto, ed è governato da un presidente che ha prorogato sine die le elezioni, preferendo la legge marziale, possa essere considerato democratico. La Russia è intervenuta in Ucraina dopo tentativi diplomatici reiterati dal 2007 al 2021 nei quali chiedeva che l’Occidente considerasse le legittime preoccupazioni di sicurezza di Mosca, minacciate dall’eventuale ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato. La Russia ha violato l’integrità territoriale di un Paese per difendere le popolazioni russofone bombardate dal governo di Kiev dopo 8 anni di guerra civile. Ha invocato la “responsabilità di proteggere”, principio onusiano, coniato dall’Occidente. In questo contesto non si dovrebbe parlare di un aggressore strategico occidentale a cui risponde la Russia, aggressore tattico? Se la Russia fosse un Paese che ha bisogno di territori, perché non utilizza tutta la sua potenza? Un missile Oreshnik contro Kiev concluderebbe il conflitto rapidamente. Essendo poi in crisi economica e in situazione di stallo militare, un’azione dura, simile alla nostra a Dresda, dovrebbe tentarla. Mentre aspettiamo risposte che non perverranno, cerchiamo di illustre quanto sta avvenendo. Mosca da tre anni avanza lentamente per non sprecare le vite dei russi e per non radere al suolo l’Ucraina il cui popolo è apparentato, storicamente, culturalmente e in alcuni casi per vincoli familiari a quello russo. Da tre anni, a cominciare dal marzo 2022, la Russia si è detta disponibile a negoziare chiedendo la rimozione delle cause della guerra. Aveva accettato già nei colloqui di Istanbul nel 2022 la possibilità di un’Ucraina neutrale ma vicina all’Ue (quindi non di influenza esclusiva russa come i diplomatici ospiti di La7 affermano, ovviamente senza documentazione alcuna), ed era disposta quindi a rinunciare a territori aggiuntivi, addirittura a un negoziato sullo status delle Repubbliche autonome. Dopo tre anni di guerra, durante i quali Mosca ha contraddetto le aspettative della maggioranza degli opinionisti occidentali, diversificando la propria economia che cresce a un tasso maggiore di quella europea, i cantori del mainstream dovrebbero spiegarci perché il Cremlino sceglierebbe di suicidarsi, accettando un cessate il fuoco in grado di permettere all’Ucraina e all’Europa di rimettersi in sesto, di armarsi e di essere pronti al conflitto, come sostiene Sikorski. L’inquietante realtà è che la telefonata recente tra l’ondivago Trump e Putin ha riguardato la consegna dei missili Tomahawk di lunga gittata e in grado di portare bombe nucleari all’Ucraina. Il presidente Putin deve aver chiarito che una tale escalation avrebbe favorito i falchi i quali chiedono una reazione consona (Oreshnik a Kiev?) per frenare la hybris dei volenterosi. Trump è dunque ritornato a parlare di pace, senza peraltro aver preparato alcuna strategia diplomatica. Non ha interesse a farsi coinvolgere dai “volenterosi” in una guerra contro Mosca. Ma è troppo debole per opporsi ai potentati della finanza.

Solita radiografia importante

 

L’amaro calice
DI MARCO TRAVAGLIO
Per Einstein, “la follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati differenti”. È ciò che fa la Nato con l’Ucraina da 20 anni: scaraventarla contro la Russia e armarla fino ai denti perché la sconfigga al posto nostro (Kiev ci mette i morti, noi i soldi e le sanzioni ai russi, che danneggiano più noi che loro). Risultato: una disfatta via l’altra. L’Ucraina non entrerà nella Nato, è economicamente fallita, ha perso la Crimea, la guerra civile contro la resistenza del Donbass, l’intero Lugansk, il 75% del Donetsk, il 70% degli oblast di Kherson e Zaporizhzhia, ora pezzi di Sumy, Kharkiv e Dnipropetrovsk, oltre a centinaia di migliaia di uomini e a una montagna di armi Nato. Il consenso interno e internazionale di Putin è aumentato e l’economia russa, pur acciaccata, cresce molto più della nostra. Poi è arrivato Trump e ha sganciato gli Usa dalla linea suicida Nato-Ue: gli euro-folli lo considerano un idiota, intanto lui ci rapina con i dazi e ci vende a caro prezzo il gas che non importiamo più dalla Russia a buon mercato e le armi che compriamo da lui e regaliamo a Zelensky per continuare a perdere la guerra. Da 36 mesi esatti, sui 44 di invasione russa, Kiev non guadagna un metro 1uadrato di terreno: nell’ultimo anno ha perso in media circa 500 kmq al mese.
Ma la vera questione non è quantitativa. È qualitativa: da un anno i russi demoliscono la “cintura fortificata” di 50 km tra Sloviansk e Kostantinovka (Donetsk), creata da Nato e Kiev dal 2014 con trincee, campi minati e città fortificate. E sembrano ormai prossimi a sbriciolarla, con l’ingresso nello snodo logistico, ferroviario e minerario di Pokrovsk e di lì in altre roccaforti fino a Kupyansk (oblast di Kharkiv). Dietro quella linea fortificata non c’è più una trincea: solo steppa indifesa fino a Dnipro e a Kiev. Perciò Zelensky, mentre finge che i russi siano in stallo, continua a implorare gli alleati di “fermare Putin”. Ma può fermarlo solo lui con un’offerta che non possa rifiutare. Le nuove sanzioni gli fanno il solletico, anche quelle petrolifere Usa. E non sarà qualche Tomahawk o Patriot in più a ribaltare le sorti della guerra. Perciò Trump ha rinviato il vertice con Putin: tra un mese, con l’inverno, si saprà dov’è giunta l’offensiva russa e forse Zelensky sarà costretto ad arrendersi non a Mosca, ma alla realtà. In tre anni e mezzo è passato (e l’Ue con lui) dal “vinceremo recuperando tutti i territori” al “non recupereremo i territori ma non ne cederemo nessuno”. Ora s’illude sulla tregua, che è il rifugio dei disperati: nessun esercito vincente concederebbe mai settimane o mesi di respiro al nemico perdente. Presto o tardi dovrà decidersi a bere l’amaro calice, che tre, due e un anno fa era molto meno amaro. Ma gli euro-folli non hanno fretta: tanto paghiamo tutto noi.

L'Amaca

 

Non era presente Einstein Albert
di Michele Serra
Nella stupefacente presentazione al Senato della fantomatica “macchina di Majorana”, stringeva il cuore leggere, davanti agli oscuri convegnisti, l’apposito cartellino che li nominava con il cognome prima del nome. Ravelli Alfredo, Pieragostini Sabrina, altri non inquadrati. Non c’erano, pur trattandosi di fisica avanzatissima, Fermi Enrico e Einstein Albert, e per loro e nostra fortuna non sono neppure intervenuti, a dare il benvenuto delle istituzioni, Mattarella Sergio o La Russa Ignazio. Ma se fossero stati presenti, quelle meste generalità burocratiche, da lista d’attesa per un prelievo in ambulatorio, sarebbero toccate anche a loro.
Essendo sperabile che non siano gli uffici del Senato ad avere stilato quei cartellini, tocca attribuirli agli organizzatori. Il che ci riporta a uno dei grandi problemi dell’epoca: come si fa a spiegare a Ravelli Alfredo e Pieragostini Sabrina che a un convegno pubblico, per quanto scombiccherato, ci si chiama Alfredo Ravelli e Sabrina Pieragostini? È ancora possibile farlo notare senza essere bollati di discriminazione culturale, odioso classismo, puzza sotto il naso? Oppure no, non è più possibile, il tempo di imparare è scaduto per tutti, l’istinto di rimediare agli errori è l’esercizio di un sopruso, ogni rilievo in campo culturale è un abuso di potere e dunque, per non offendere alcuno, forse dovrei firmarmi Serra Michele, perché se mi firmo Michele Serra potrebbe sembrare che io voglia sottolineare la differenza?
Non so. Non è facile. La voglia è abbandonare quei convegnisti, le loro bufale e la loro goffaggine al loro destino (che — attenzione — è il destino di milioni di persone). Ma rinunciare a ogni tentativo di soccorso, non sarebbe forse la vera scelta di discriminazione? Chissà cosa avrebbe suggerito Einstein Albert.