giovedì 23 ottobre 2025

Il Punto

 

Cane non morde cane
DI MARCO TRAVAGLIO
Non c’è niente da fare: è più forte di lui. Ci prova a manifestare per il giornalismo d’inchiesta, a empatizzare con Ranucci, ma poi torna sempre all’ovile del potere. Se ne sente parte e fa fronte comune. È il giornalista-tipo italiano: quando vede Report, o legge il Fatto, o gli parlano di Assange, chiama l’esorcista. Ora è sotto choc perché in Francia hanno osato arrestare Sarkòzy: un ex presidente, dove andremo a finire signora mia! Anziché lodare la Francia perché almeno lì, ogni tanto, la legge sembra uguale per tutti, e il sito Mediapart che svelò i finanziamenti di Gheddafi allo statista-delinquente che poi bombardò il colonnello tappandogli la bocca, giornaloni e giornalini lacrimano come viti tagliate per il Pellico transalpino rinchiuso “in una cella di 11 metri quadri” a “scrivere le sue prigioni”. Povera stella: per uno con tre condanne a un totale di 9 anni di galera, preferivano un attico e superattico.
Poi c’è l’altro Silvio: non Pellico, ma B.. Quanto hanno sofferto per quelle brutte accuse di rapporti con la mafia che pm e giornalisti deviati gli hanno scagliato addosso per 30 anni. Non vedevano l’ora di dire che non era vero niente e finalmente quell’ora è arrivata: la Cassazione ha dato ragione alla Corte d’appello di Palermo, che aveva rigettato la richiesta della Procura di sorvegliare Dell’Utri e sequestrargli i beni. Secondo i pm, B. lo riempiva di soldi per pagare il suo silenzio sui rapporti con la mafia e il riciclaggio. La Cassazione conferma la Corte d’appello (anche se non si sa ancora con quali motivazioni): non ci sono prove di riciclaggio di soldi mafiosi nelle aziende berlusconiane né di reati mafiosi da parte di B.. Un’ovvietà: altrimenti B. sarebbe stato condannato per riciclaggio e concorso esterno, invece fu archiviato perché quei rapporti B. li intratteneva e li sfruttava da par suo, ma da “utilizzatore finale” li faceva gestire a Dell’Utri. Che infatti la Cassazione condannò a 7 anni per concorso esterno per “l’accordo di reciproco interesse concluso nel 1974 tra Cosa Nostra, rappresentata dai boss Bontade e Teresi, e l’imprenditore Berlusconi… grazie alla mediazione di Dell’Utri… In cambio della protezione assicurata, Silvio Berlusconi iniziò a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di Cosa Nostra, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro… sino al 1992”, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Ora Corriere, Rep, Stampa, Giornale, Libero e Foglio, dopo tante atroci sofferenze, fanno dire alla Cassazione ciò che non ha mai detto (né poteva dire, avendo già accertato l’opposto): e cioè che B. “non aveva rapporti con la mafia”. Si limitò a finanziarla per 28 anni in comode rate semestrali tramite Dell’Utri in cambio di favori. Che brava persona.

L'Amaca

 

Quando Masianello entra nella City
di Michele Serra
Da quanto se ne capisce, non si direbbe che la politica economica di Meloni si discosti dal classico tran tran al quale ogni governo è più o meno costretto: cercare di tenere sotto controllo il deficit pubblico, tirare un pochino di qua o di là una coperta sempre troppo corta, limare il Welfare, elargire qualche briciola a questo o quello spacciandola per una torta intera. Il tutto avendo alle spalle l’innegabile, clamoroso vantaggio del Pnrr, una montagna di miliardi che sono serviti a rammendare parecchie ferite; e l’innegabile svantaggio di quella avventurosa elargizione che fu il 110 per cento.
Al netto di tutto questo, nell’affaticata gestione di una affaticata situazione economica non ci sarebbe niente di particolarmente biasimevole; non fosse che la propaganda populista che ha ingrossato il partito di Meloni fino a portarlo al governo era tutta un vociare contro i poteri forti, le banche sanguisughe, il ricatto delle agenzie di rating, lo Stato strozzino (roba che i grillini, al confronto, parevano funzionari della City). Poi, d’un tratto, ecco che le agenzie di rating diventano preziose alleate, lo Stato un sapiente amministratore, le banche un bene pubblico da tutelare, e le nozze con i fichi secchi (così fan tutti) una prova di sapiente realismo, con il Giorgetti che sa fare due più due né peggio né meglio di precedenti ministri.
Infastidisce questo doppiogioco permanente, demagogico, puerile, non rispettoso di un rapporto adulto tra elettori ed eletti, in virtù del quale quando sei all’opposizione tutto è una vergogna, un furto, un sopruso, e quando sei al governo tutto diventa una onorevole presa d’atto di come stanno le cose. Masaniella in campagna elettorale, prudente contabile al governo, Meloni non solo non fa eccezione, ma è una campionessa indiscussa di quel brutto gioco di ruolo.

mercoledì 22 ottobre 2025

E fatti un inchino!

 

La nomina del primo ministro giapponese, per la prima volta donna. Una cerimonia semplice, con poca riverenza…




Felicità

 


Ma allora è vero!

 

E quindi conduce davvero un programma su Rai Storia! Un po’ come affidare un programma di buon vicinato a Rosa e Olindo, o far redigere un percorso per alcolisti anonimi al ministro Nordio, o anche affidare una rubrica sul Sole 24 Ore alla ministra Santanché. Con questa infausta presenza Rai Storia si trasformerà in Istituto Luce!




Poveretti!

 



Natangelo