Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 20 ottobre 2025
Malta e dintorni
Il frate dei trust cura i conti dei cavalieri di Malta
DI THOMAS MACKINSON
“Sono impegnato, sono in riunione. Sto partendo.” Atterrato “Fra-Jet” decolla “Fra-Trust”. E chissà dove va così di fretta Fra Francis J. Vassallo, 76 anni, nuovo ministro delle Finanze del Sovrano Ordine di Malta, l’uomo che amministra un patrimonio di oltre 200 milioni di euro tra immobili, terreni e partecipazioni.
Alle sue mani è affidato il destino dei lasciti secolari di nobili e benefattori di tutto il mondo che volevano finanziare ospedali e opere di bene per l’aiuto e il soccorso in favore di poveri e di malati, e che invece – come ha documentato il Fatto – servono oggi solamente a mantenere lussi e privilegi del Sovrano Consiglio: jet privati, indennità d’oro, appartamenti di servizio con utenze e pulizie incluse e castelli che cadono a pezzi.
Forse stava partendo per Malta. A Qormi, sobborgo industriale a dieci minuti dall’aeroporto, c’è una palazzina beige e blu con una targa lunga come un autobus: FJ Vassallo & Associates Group. È la sede del gruppo di consulenza che porta il suo nome. Sul sito si legge: Helping you grow your wealth — “Aiutarti a far crescere la tua ricchezza”. Per farla crescere, il frate che ha fatto voto di povertà mette a disposizione tutto il suo know-how di ex banchiere: trust, fondazioni, pianificazione fiscale, immatricolazioni di yacht e residenze agevolate per chi cerca un porto sicuro – anche fiscale. Altro che opere di misericordia: qui si assiste solo i ricchi a restare tali, spiegando come evitare di pagare le tasse.
Eppure Fra Vassallo è un professo solenne, un frate a tutti gli effetti. Ha pronunciato i voti di povertà, castità e obbedienza nel 2021, nella cattedrale di San Giovanni a La Valletta, alla presenza dell’Arcivescovo. Lo stesso anno la sua società annunciava “una crescita significativa nel settore fiduciario e regolamentare”. Come in “Dottor Jekyll e Mister Hyde”, convivono in lui due vite parallele: una in abito corale con croce ottagona da Cavaliere Professo, l’altra in doppiopetto blu e gemelli d’oro da uomo d’affari.
Da giugno 2025 siede nel Sovrano Consiglio come Ricevitore del Comun Tesoro, cioè ministro delle Finanze. Ed è lui a gestire il “tesoro comune”: 919 immobili, 5 mila ettari di terreni, società agricole, contratti di locazione e partecipazioni. Un impero di lasciti che dovrebbe sostenere i poveri e i malati e che invece è diventato un labirinto di morosi, contratti scaduti e aziende in rosso.
Ex governatore della Banca Centrale di Malta, per 25 anni manager della Chase Manhattan Bank, poi fondatore di un gruppo internazionale che dal 1998 si occupa di finanza e diritto tributario. Il suo nome compare in una sessantina di società segnalate nei Paradise Papers: come “director”, “officer” o “rappresentante legale”. Tutto lecito, ma la fotografia è impietosa: un esperto di “ottimizzazione fiscale” chiamato a custodire il tesoro di un ordine che predica la povertà, ma il cui Gran Maestro Fra John Dunlap, avvocato canadese, è soprannominato “Fra Jet” per i suoi viaggi in business class con segretaria e maggiordomo: solo nel 2024 ha speso quasi 200 mila euro tra voli, hotel e ristoranti, inclusi 18 mila per un jet privato verso l’Ungheria.
Nulla a che vedere con la vita dei volontari del Corpo di Soccorso che comprano le ambulanze di tasca propria e fanno benzina con la loro carta, come ha raccontato al Fatto Vincenzo Lucisano, responsabile per la Lombardia. I frati professi del Sovrano Consiglio vivono invece a spese dell’Ordine in via Condotti: alloggi gratuiti con utenze, pulizie, domestici, maggiordomi e perfino abbonamenti a Sky. In più ricevono un’indennità mensile tra i 5 e i 10 mila euro, secondo il grado. E ora, a gestire quei conti, c’è un frate che nella vita si è arricchito insegnando ai milionari come pagare meno tasse nei Paesi dove i volontari portano medicine e cibo ai poveri.
La missione originaria dell’Ordine — servire i malati e gli ultimi — è stata sostituita da una logica di rendita che arricchisce chi sta in cima, mentre castelli e aziende agricole cadono a pezzi e le offerte d’affitto più redditizie vengono ignorate. “Terre dei Cavalieri” possiede 5 mila ettari, ma la società che li gestisce, S.Agri.V.It Srl, è in perdita e rischia il fallimento. Un imprenditore trevigiano racconta al Fatto di aver offerto 300 mila euro l’anno per affittare 200 ettari di vigneti in Friuli, inviando quattro proposte rimaste senza risposta. Finivano allo stesso indirizzo: quello di Giorgio Amodeo, direttore generale e fiduciario del Gran Magistero. Un’altra storia di occasioni sprecate e silenzi dorati.
Papa Francesco aveva provato a cambiare le cose: commissariamento nel 2017, riforma nel 2022, richiami continui alla “povertà evangelica”. Ma tre anni dopo il messaggio è rimasto appeso come un post-it sui muri del Palazzo Magistrale, dove i membri del Sovrano Consiglio continuano a vivere invece di ritirarsi in convento, come il Papa avrebbe voluto. La riforma scritta dal cardinale Gianfranco Ghirlanda, referente vaticano per gli Ordini religiosi, è lettera morta: alla prima domanda del Fatto, il porporato ha riattaccato. Così a vigilare sulle casse dell’Ordine non c’è un frate scalzo ma un ex banchiere con business center a Malta e un motto da private banker.
domenica 19 ottobre 2025
Frasi brevi
Così ci inganna il potere: Frasi brevi, identità forti
DI SIMONA RUFFINO*
Le parole hanno smesso di raccontare il mondo: lo stanno riscrivendo. In pochi mesi Trump and friends hanno abilmente saltato la staccionata e fatto saltare le categorie del Novecento attraverso un impianto di ingegneria percettiva che troppo spesso è stato liquidato come “stile comunicativo”, o peggio ancora, “carattere”. Invece si tratta di un fantasmagorico impianto scenografico della comunicazione e della messa in scena in cui il male diventa un valore e il crimine un vanto. Siamo nel tempo in cui la morale è superflua, non serve, la riflessione etica da Aristotele a oggi è andata a farsi benedire. Quello che ritenevamo fondante della nostra civiltà, l’interrogativo etico della nostra coscienza, è stato silenziato e dismesso come una cianfrusaglia inutile. E come ci ha avvertito qualche giorno fa Ezio Mauro: questa è una “anticipazione di futuro”.
Attenzione: tutto questo non è responsabilità esclusiva dei politici. È un sistema che funziona perché trova terreno fertile. Quel terreno fertile siamo noi, nessuno escluso: stanchi, sovrastimolati, ignoranti e alla continua ricerca di scorciatoie cognitive, di frasi brevi e identità forti. Per questo veniamo sedotti da una comunicazione che non racconta più il mondo: lo sostituisce. Guardiamo a tre esempi recenti per capire cosa accade. Il caso di Trump alla Knesset è emblematico. Con una frase – “Netanyahu mi ha chiesto tante armi, gli ho dato le migliori. Le ha usate bene” – il conflitto a Gaza viene rimosso. Non esiste più il dolore, la morte, la devastazione: esiste la performance. La guerra diventa tecnologia applicata. Un’operazione ben riuscita. Il frame non è giusto/sbagliato, ma efficiente/inefficiente. È un linguaggio che trasforma la violenza in risultato. Che scavalca il giudizio morale e lo sostituisce con la logica della prestazione. Il cervello, stimolato nei circuiti della ricompensa, applaude. Per fortuna, non fino al punto di dargli il Nobel per la Pace. Intanto a casa nostra, esaminandone una tra tante, Giorgia Meloni si è mossa sul piano dell’identità. “La sinistra è più fondamentalista di Hamas” non è una provocazione qualsiasi: è una manovra retorica chirurgica. Crea un cortocircuito cognitivo che sovrappone opposizione politica e terrorismo. Non esiste più l’avversario legittimo, ma il nemico da delegittimare. È la semplificazione come arma. La complessità viene eliminata, la polarizzazione assolutizzata. Chi è dentro è giusto. Chi è fuori pericoloso. Il potere così si blinda, si difende, e soprattutto non si spiega più. E poi c’è il terzo fronte, forse il più scivoloso. Quello della negazione morbida, della sospensione del giudizio spacciata per prudenza istituzionale. L’abbiamo vista con Incoronata Boccia, ufficio stampa Rai: “Nessuna prova che Israele abbia mitragliato i civili a Gaza”. Non è un’affermazione neutra: è una strategia. Si chiama gaslighting politico e va a spostare la soglia della credibilità. Si insinua che la realtà sia troppo confusa per essere afferrata, che ogni immagine sia propaganda, ogni accusa manipolazione. Il risultato? Noi, già confusi e saturi, rinunciamo al giudizio, cedendo a chi urla più forte o promette più ordine.
Ecco, tutto questo non accade per caso. È una comunicazione che sfrutta tre leve neuropsicologiche fondamentali. La prima: semplificazione emotiva. In un mondo complesso, il cervello cerca narrazioni semplici. E chi gliele fornisce vince. La seconda: rinforzo identitario. Il linguaggio non chiede di capire, ma di appartenere. Il consenso si trasforma in appartenenza tribale. La terza: dissonanza anestetica. Il bombardamento continuo di frasi contraddittorie, aggressive, ipersemplificate crea assuefazione. Il cervello, per difendersi, smette di percepire la contraddizione. È così che le destre estreme stanno costruendo il loro spazio cognitivo. E lo fanno viscidamente, una parola alla volta. E con successo, perché si muovono in un contesto sociale già predisposto. Una società impaurita, sfibrata, piena di ansie collettive e memoria corta. Una società che non ha tempo di leggere, di verificare, di distinguere. Una società che, per resistere allo stress informativo, cerca scorciatoie, slogan, certezze.
Il risultato è un rovesciamento dei codici. La violenza diventa difesa. Il crimine, efficienza. Il dubbio, colpa. La complessità, sospetto. È un mondo capovolto in cui il neuro-populismo si fa bandiera. Ed è in questa cornice sbilenca e distorta che ci si intesta la pace anche se si è contribuito alla morte di 60 mila civili, la bugia diventa metodo, l’autoritarismo si avvicina a passo svelto. La nostra libertà nasce dalla consapevolezza (anche) linguistica con cui cerchiamo di comprendere il mondo. La libertà non è un valore astratto, è un atto di lucidità. La libertà non è più nel diritto di parlare, ma nella forza di capire. E oggi capire, davvero capire, è l’atto più radicale, più politico, più rivoluzionario che ci resti.
*Neurobrand Specialist
& Brand Strategist
Sempre attorno a Sigfrido
Repork
DI MARCO TRAVAGLIO
Sono bastate poche ore dalla bomba contro Ranucci perché non se ne capisse più il destinatario, tale è la folla di politici, giornalisti e scrittori che sgomitano per rimpiazzarlo. Longanesi diceva di Malaparte: “È così egocentrico che, se va a un matrimonio, vorrebbe essere la sposa e a un funerale il morto”. Ora questi mitomani, se c’è un attentato, vorrebbero essere la vittima (ma a debita distanza e al calduccio, si capisce). Così la denuncia del gravissimo attacco al giornalista è subito scaduta a rissa da buvette fra Schlein e Meloni, leader di due poli che vantano decine di calunniatori e querelatori temerari di Ranucci. Strazianti le lacrime di Renzi, che denunciò Report e chiese ai giudici di perquisire la redazione che aveva osato mostrarlo in autogrill con lo spione; e del fido Nobili, che diede a Ranucci del “mentitore professionista” e portò alla Camera un dossier falso su di lui.
Poi ci sono i “colleghi” accalcati nel rito collettivo della solidarietà al valoroso giornalista che avevano non criticato, ma insultato, diffamato e chiesto di epurare fino al giorno prima. Di quelle infamie Rep ha stilato un’antologia, ma s’è scordata quelle targate Pd e Iv, e soprattutto le sue. Nel 2017 Sebastiano Messina, all’unisono con la band renziana, accusò Ranucci di essere “no vax” per aver parlato degli effetti avversi di un vaccino col “sinistro latrato degli spacciatori di bufale” e chiese a chi di dovere di “salvare Report da se stesso”. Per Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere, Report avrebbe dovuto sparire da anni: non è “servizio pubblico” né “informazione”, solo “mascalzonate”, “cialtronate”, “inchieste vergognose” di “Ranucci che s’incanaglisce con audio rubati” e “spazzatura spacciata per giornalismo d’inchiesta”, “tragicommedia del giornalismo complottista”, “finto giornalismo d’assalto (togliamo pure giornalismo)” che inventa persino “teoremi su Berlusconi” e la mafia e “scredita il servizio pubblico”. Lo diceva pure Libero: “Ranucci è il virus che divora la Rai” e fa “ricatti e dossier”, senza contare le “Nuove accuse a Report: la pista dei fondi neri”. E il Giornale: “Report, tribunale rosso a senso unico”, con tanto di “pizzini di Ranucci”. E il Riformista: “Esclusivo. Ecco Ranucci: fatture false, latitanti, dossier di fango e super 007 molto amici”, “Macelleria Report. L’agguato a Renzi: roba da America Latina anni 70”. E il Foglio, col dolce stil novo del lottatore continuo Andrea Marcenaro: “Ranucci da decenni mette quintalate di merda nel ventilatore… Fu tempestivamente inviato a Sumatra per lo tsunami dell’Oceano Indiano: giorno dopo giorno, 250 mila morti… Per Ranucci purtroppo sembrava fatta. È riuscito a tornare”. Anche l’altra notte sembrava fatta, invece niente. Dài, sarà per la prossima volta.
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