domenica 19 ottobre 2025

L'Amaca

 

La natura come shopping
di Michele Serra
Capita molto raramente di trovarsi in sintonia con un provvedimento di questo governo, e dunque cogliamo l’occasione al volo: la decisione di far pagare i soccorsi in montagna a chi si sia messo nei pasticci per manifesta imprudenza, con abbigliamento e calzature del tutto inadeguate, è da accogliere con entusiasmo.
E lo è non solamente nello specifico; anche come intenzione generale. L’idea che tutto sia alla portata di tutti, che tutto sia facile e disponibile, tutto compreso nel Catalogo Universale dei Consumi, è una delle massime sciagure dei nostri tempi.
La montagna (e il mare) sono luoghi magnifici e severi, non rispettarne la potenza e la mutevolezza, credere che bastino un biglietto di funivia e un paio di ciabatte per andare in vetta, non è solamente stupido. È il segno di quella stessa tracotanza che l’umanità usa nei confronti della natura, che poi la ripaga con noncurante durezza, sbalzando l’uomo di sella come una tigre che non si fa cavalcare.
Il grande speculatore che spreme il pianeta come se fosse un limone ha ovviamente maggiori responsabilità e crea danni ben più vasti dell’incauto turista convinto che visitare il Cervino sia come andare a fare shopping. Ma la molla è la medesima: la natura è a mia disposizione e ne faccio quello che mi pare.
Sarebbe bello che anche il grande violatore pagasse pegno come il piccolo turista incosciente. Ma ci vorrebbe ben altra scala di giudizio, e di sanzione, e forse non solo questo governo, anche altri, non ne avrebbero la forza.

Lucio lo stratega

 

DEVIAZIONI

Gaza, i molti buchi del piano Trump


DI

LUCIO CARACCIOLO


Il piano Trump è come il formaggio svizzero: pieno di buchi

che ognuno cercherà di tappare o ignorare a modo suo.

Nell'infinita e forse infinibile contesa israelo-palestinese è

sempre stato così. Perché né gli israeliani né i palestinesi

rinunciano all'idea che lo spazio conteso fra Mediterraneo e

Giordano sia casa loro. Tutto. Per entrambi qualsiasi

concessione è provvisoria.

La catastrofe in corso è l'effetto imprevisto e indesiderato della

rinuncia di Israele a considerare il fattore umano

nell'equazione di Gaza. La ferocia esplosa il 7 ottobre, che ha

sorpreso lo stesso Hamas, era anche figlia di decenni di

vessazioni subite dai gaziani costretti in gabbia quali "bestie

umane". Molto di più: esprimeva la rivolta delle masse

palestinesi che non ragionano secondo i parametri della

diplomazia internazionale ma della propria storia e dei propri

sentimenti.


Sull'altro fronte, altro che guerra di Netanyahu. Fino agli

ultimi mesi, quando l'evidenza del genocidio è parsa

innegabile anche a buona parte degli ebrei in patria e in

diaspora, la grande maggioranza degli ebrei di Israele ha

appoggiato la campagna militare voluta da Bibi anche contro

l'opinione di capi dell'Idf e del Mossad. Per i quali una

vendetta non è una strategia e può vendicarsi di chi l'azzarda.

Decine di migliaia di terroristi, tra cui donne, vecchi e

bambini, sono stati uccisi dall'Idf a Gaza, mentre i coloni,

protetti dai militari che dovrebbero controllarli, ne hanno

profittato per accelerare l'espansione degli insediamenti

cisgiordani. Caso mai qualcuno ancora pensasse a uno Stato

palestinese.


Un sobrio bilancio evidenzia che a oggi Israele ha perso. Ha

voluto perdersi. Perché ha accettato la guerra di Hamas, così

elevato a marchio globale. Nel sentiero stretto che divide il

genocidio dal suicidio, ovvero la guerra esterna contro i civili a

Gaza dalla guerra civile fra tribù e poteri israeliani. Non si

torna al pre-7 ottobre. La questione palestinese è diventata

mondiale in odio a Israele. Trump lo ha detto a Netanyahu:

«Bibi, Israele non può combattere il mondo». E il premier

israeliano: «Sì, lo capisco». Non ci scommetteremmo.

Tre punti sembrano acquisiti. Primo. Hamas, che Bibi

prometteva di liquidare sapendo di non poterlo fare, esiste e

resiste a Gaza. Né intende disarmare. Perfino Trump ha

invitato gli orfani di Sinwar a fungere da provvisori poliziotti

nella Striscia. Prossimamente affiancati dai turchi, protettori

di Hamas e "alleati" degli americani (ovvero di sé stessi), che

dovrebbero avere il privilegio di muoversi nei tunnel tuttora in

mano ai miliziani islamisti.


Secondo. Israele ha seriamente indebolito "l'asse della

resistenza" gestito da Teheran per ritrovarsi alle porte di casa

un avversario ben più potente. Altro che il "caro nemico"

persiano. I turchi sono a distanza di cannone dalle

avanguardie israeliane penetrate in Siria. Dalla moschea

damascena degli Omayyadi a Damasco i più disinibiti fra gli

artefici del nuovo impero turco guardano alla gerosolimitana

al-Aqsa (parola di Bilal Erdogan, figlio del reis).

Terzo e decisivo. Israele sta cominciando a pagare il prezzo

dell'errore compiuto elevando Hamas a minaccia strategica.

Contro ogni logica, Netanyahu ha imposto a sé stesso e alle

sue Forze armate di rispondere al 7 ottobre come se fosse un

super-Kippur, l'ultima volta che Israele ha davvero rischiato la

pelle. Quasi Sinwar potesse conquistare lui al-Aqsa. Quindi

mano libera per trucidare tutti i gaziani che capitino a tiro.

Così non solo ha compromesso la sua reputazione

(sopportabile), ma il vitale sostegno americano

(insopportabile). E lo sta pagando caro.

sabato 18 ottobre 2025

Sobrietà

 



Lo sapevate?

 



Cattiveria

 



Osho

 



Ancora su Sigfrido

 

Ranucci, altro che i fake di Meloni: l’odio vero fa esplodere auto
DI DANIELE RANIERI
Negli stessi minuti in cui Giorgia Meloni denunciava l’atroce violenza di essere stata definita “cortigiana di Trump” dal segretario della Cgil Landini, il quale secondo lei voleva proprio intendere che la presidente del Consiglio presta servizio come prostituta a Mar-a-Lago, un ordigno esplodeva sotto l’automobile del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci, già più volte minacciato e sotto scorta, noto per essere uno dei pochi giornalisti refrattari alla riverenza verso ogni potere. A volte la realtà sa essere didatticamente didascalica: sono mesi che i giornali di destra al servizio del governo denunciano un clima da strategia della tensione, in cui una fantomatica sinistra cospirerebbe con metodi sediziosi e antidemocratici contro il governo, e poi ti va a esplodere una bomba sotto casa di un giornalista della televisione pubblica. Il mondo fantasy costruito dai consulenti e fomentato dai servi della comunicazione governativa, nel quale i candidi ragazzi di Colle Oppio lottano contro i malvagi brigatisti di sinistra, si sgretola insieme al motore della macchina di uno dei pochi giornalisti liberi.
Erano quasi riusciti a farci bere la panzana che l’assassinio del trumpiano Charlie Kirk durante un comizio fosse per osmosi una specie di avvertimento da parte della sinistra ai trumpiani di casa nostra, in specie Meloni, che infatti ha ricominciato a ringhiare i suoi “non ci faremo intimidire” davanti ai cronisti usati come microfoni umani, dai quali non accetta domande. “Non abbiamo avuto paura ai tempi in cui potevi essere ammazzato a colpi di chiave inglese per aver scritto un tema sulle Brigate rosse e non abbiamo paura oggi. Non avremo paura domani perché tutto questo ci ha sempre e solo reso più consapevoli e più coraggiosi!”, ha urlato, esorbitando, alla festa di Gioventù nazionale. Il sottotesto di questa strategia di spin doctoring, per quanto incredibile, è: si inizia criticando il governo sui giornali e sui social, si finisce a sparare alla giugulare agli avversari politici. Pure la missione umanitaria e politica della Flotilla (500 persone di 44 Paesi pacificamente alla volta di Gaza) è stata fatta passare come un avvertimento ben orchestrato ai membri di governo (come no: in Nuova Zelanda non vedono l’ora di destituire Fazzolari).
L’intento dietro a questa operazione diciamo culturale è criminalizzare il conflitto sociale, marchiare il dissenso come potenziale incubatore del terrorismo e dell’attentato allo Stato. I giornali di destra hanno tenuto bordone a questa linea bislacca: il vero pericolo è rappresentato da chi manifesta per fare pressione sui democraticissimi governi europei che sostengono militarmente e moralmente lo Stato genocida di Israele, senza aver capito evidentemente che il vento è cambiato. Non a caso questo è il governo del decreto Sicurezza e dell’introduzione di 48 nuove fattispecie di reato per stroncare il dissenso (infatti sono aumentati tutti gli indici di criminalità); manifestare liberamente il proprio pensiero, diritto tutelato dall’anacronistica Costituzione, equivale a “odiare”, e i potenti non solo non vogliono essere disturbati, ma vogliono pure essere amati. Già Berlusconi, il cui profilo criminale è ben documentato, si professava capo del “partito dell’amore” per degradare il pensiero critico a passione irriflessiva, “l’odio” dei comunisti e dei magistrati nei suoi confronti (linea poi perseguita con minori fortune da Renzi, per il quale chi gli si opponeva era “gufo” e “rosicone”, invidioso dei suoi successi). Poiché alcuni manifestanti hanno spaccato vetrine (è lecito sospettare che si tratti sempre dei soliti soggetti, chissà se volontari o eterodiretti), la compagine meloniana ha evocato il fantasma di un’imminente marcia su Palazzo Chigi.
Di concerto, si è alimentata la fake news che ogni critica a Israele, e all’Occidente che ne ha sostenuto i crimini, fosse espressione di antisemitismo, una delle forme più infami di odio; uno degli effetti è stato che la ministra della famiglia Roccella si è prodotta in un imbarazzante carpiato logico, accusando le “gite a Auschwitz” organizzate dalle scuole di essere una mera strategia della sinistra egemone per mettere in cattiva luce il nazifascismo e sottovalutare il crescente (secondo lei) antisemitismo di sinistra; in fondo, fascisti e nazisti hanno solo costruito le camere a gas e i forni crematori in cui sono stati gassati e bruciati milioni di ebrei, vuoi mettere la violenza antisemita di scrivere su un muro “Palestina libera”? Intanto l’auto di Ranucci esplodeva, pochi minuti dopo che sua figlia vi era passata accanto, ed è difficile non collegare l’attentato con i temi che la sua trasmissione, più volte intimidita, querelata, diffamata e messa in pericolo da chi il potere lo detiene, affronta ogni domenica. Sarà stato qualche facinoroso della sinistra di piazza? O la colpa è di Ranucci che non si fa i fatti suoi?