venerdì 29 agosto 2025

La patacca

 

Piano casa, il bluff di Salvini&Meloni che fa felici i privati
DI LEONARDO BISON
Rulli di tamburo: il governo ha un piano casa. Lo ha detto, in realtà ribadito, la premier Giorgia Meloni alla platea di Comunione e Liberazione il 27 agosto e, a giudicare dalla reazione dei media, pare che il problema degli affitti, dell’acquisto di una casa e perché no, anche della natalità, sia a un punto di svolta. “Una delle priorità su cui intendiamo lavorare è un grande piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie, perché senza una casa è più difficile costruire una famiglia”, ha detto la premier alla platea plaudente, per poi aggiungere che secondo l’Ance, l’associazione nazionale costruttori, servirebbero 15 miliardi, e su questo il governo sta lavorando. A seguire il ministro Matteo Salvini ha ricordato che sì, per ora sono stati stanziati 660 milioni, ma si punta a fare di più: “Stiamo lavorando anche su risorse private da mobilitare”. Il clamore mediatico però non corrisponde a novità concrete: un “piano casa” è stato presentato a grandi linee (cioè con 10 slide) il 17 giugno dopo il quinto tavolo sulla casa tenutosi al ministero delle Infrastrutture. Salvini ne parla dal 2023, la legge di Bilancio 2025 ha messo i primi fondi. E, seppur i dettagli siano molto pochi, le linee guida del progetto sono piuttosto chiare: si rischia un bel favore ai privati, sulla falsariga del modello milanese che tanto ha prosperato in questi dieci anni e che oggi si trova al centro di un’inchiesta della Procura.
Andiamo con ordine. L’Italia ha un disperato bisogno di alloggi pubblici. Circa il 3,8% degli alloggi esistenti sono di proprietà pubblica, contro il 29% dei Paesi Bassi e della Danimarca, il 24% dell’Austria, il 16% della Francia. Il nostro paese però (vedi pezzo accanto) vive anche un unicum in Europa, dato che il prezzo delle case in vendita è sceso negli ultimi 15 anni mentre gli affitti continuano a crescere a ritmi sostenuti. Peraltro, il prezzo delle case già esistenti continua a calare, mentre quello delle case nuove cresce. Per questo l’idea di calmierare affitti e mutui per le giovani coppie è ben lontana dal cuore del problema. “L’idea di dare ai giovani la possibilità di comprare la propria casa è nobilissima – ha detto il segretario generale del Sunia Cgil Stefano Chiappelli – ma in un’Italia dove la precarietà lavorativa, i salari stagnanti e l’inflazione ormai sono la norma, per molti resta un miraggio. Per una vasta fetta di giovani, la vera sfida non è trovare il mutuo giusto, ma un affitto a un prezzo accessibile e con un contratto stabile”.
Nelle bozze del piano, che dovrebbe essere tradotto in un Dpcm, non ci sono solo affitti e vendite calmierati: c’è l’idea di procedure più veloci per sfratti e costruzioni, ma soprattutto la volontà di trasformare le varie società pubbliche che si occupano di case in aziende miste pubblico/private. E la ricerca di capitale privato per costruire alloggi, cioè per arrivare dai 660 milioni stanziati ai miliardi necessari. Detta semplice, il modello dell’“housing sociale” alla milanese, in cui una parte delle case costruite viene data in affitto calmierato, o in vendita calmierata, mentre un’altra resta all’investitore privato per farne quel che vuole. Non è un tecnicismo: se l’alloggio “sociale” deve garantire una rendita all’investitore, questo sceglierà famiglie o inquilini che possono offrire garanzie, insomma il “ceto medio” sempre più impoverito (complice il caro affitti) che potrebbe trovare soluzioni a un prezzo un po’ più basso di quello di un mercato fuori controllo. Per i bisognosi resta poco o nulla, con liste d’attesa da decine di migliaia di persone per una casa popolare.
Per questo il Piano, come sta nascendo, piace ai costruttori, ma anche ai fondi immobiliari e alle fondazioni bancarie, che hanno partecipato ai tavoli con il governo in questi mesi: Fiaip, Ance, Intesa San Paolo, Invimit, anche Legacoop e Confcooperative. “Confermiamo alla presidente Meloni e al ministro Salvini la nostra disponibilità ad affrontare insieme un tema, quello dell’accesso alla casa, che riveste un’importanza essenziale sul piano economico e sociale”, ha commentato a caldo Giorgio Spaziani Testa di Confedilizia. Ma a quei tavoli non sono stati invitati i sindacati degli inquilini, che notano anche come il governo stia procedendo senza attendere gli esiti della Commissione europea, che a gennaio 2025 ha avviato i lavori per un piano casa europeo che si prospetta ben finanziato. “L’esempio di Milano non ci ha insegnato nulla. Si prosegue su questo malinteso per cui il social housing, che in Europa vuol dire alloggi pubblici, da noi si trasforma in un favore alla rendita. Non è che Salvini non riconosce i sindacati, non riconosce l’esistenza di fasce di popolazione che quegli affitti, quei mutui, se li sognano” nota Silvia Paoluzzi dell’Unione Inquilini di Roma.
Un intervento da 15 miliardi, semmai dovesse vedere la luce, certo un effetto sul mercato l’avrebbe, aumentando gli alloggi (sono 86 mila quelli pubblici esistenti non abitati), ma anche con un impatto sull’edilizia quindi sul Pil, seppur non sulle fasce più deboli. L’ultimo piano casa nazionale risale al duo Renzi-Lupi, nel 2014, 1,7 miliardi stanziati. L’effetto più dirompente è stato quello di vietare di avere residenza e allacciamenti dei servizi a chi occupa una casa: nel pratico, da allora migliaia di persone devono convincere funzionari comunali a ignorare la legge, oppure si trovano a vivere senza luce e acqua, o per strada. “Ma per trovare un vero piano casa, strutturale, bisogna risalire a Fanfani, al 1949, è imbarazzante – spiega Filippo Celata, ordinario di Geografia economica urbana all’Università Sapienza – Qui veniamo da decenni in cui chiamiamo ‘regolatori’ dei piani edilizi. Non basterebbero decine di migliaia di alloggi pubblici, e comunque non pare si vada verso questa direzione. In un Paese in cui il 93% delle abitazioni sono di proprietà di persone fisiche, bisogna intervenire sul mercato privato” incentivando l’affitto, con garanzie e regole, oltre a costruire alloggi popolari. Invece, nota Celata, nel contesto attuale le agenzie regionali e il Demanio vendono gli alloggi pubblici esistenti per fare cassa. Sono circa 10 milioni le case non permanentemente abitate in Italia, il 27% del totale, circa 600 mila persone in lista d’attesa per un alloggio popolare. Ma più che un piano casa, sta per arrivare, forse, un ennesimo piano rendita e qualche bonus spot.

Che fare?

 

Gaza, che fare dopo
DI MARCO TRAVAGLIO
Nessuno sa cosa si siano detti Trump, il cognato Kushner, il segretario di Stato Rubio, il redivivo Blair e il ministro israeliano Saar nella riunione dell’altra sera sul futuro di Gaza. Ma gli orrori quotidiani nella Striscia dovrebbero indurre tutti a sperare che un piano esista. Uno qualsiasi. Nulla può essere peggio che lasciar gestire da Israele quel fazzoletto di terra: un decimo della Val d’Aosta, popolato da 2,3 milioni di palestinesi e lastricato di macerie e cadaveri. Qualunque soluzione è meno peggiore: anche un protettorato internazionale temporaneo con Usa, sauditi, emirati e Ue: Paesi che non sterminerebbero né affamerebbero i civili. L’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen non ha né la forza, né la credibilità, né i capitali per farsi carico di una ricostruzione da almeno 100 miliardi di dollari. Hamas si è messa fuori gioco con la mattanza del 7 ottobre. Israele – che con Sharon nel 2005 aveva saggiamente ritirato soldati e coloni da Gaza – con Netanyahu ha superato ogni limite di disumanità e impiegherà decenni per lavarsi le mani insanguinate. Ogni alternativa all’Idf è il male minore, anche se viene da personaggi come Trump e Kushner e da politici falliti e affaristi come Blair. Per attrarre capitali occorre offrire agli investitori privati lauti guadagni. E nessuno Stato ha i mezzi per finanziare una mega-operazione di bonifica, muratura dei tunnel, sminamento e riedificazione da zero. Moralismi e ironie sul Piano Riviera lasciano il tempo che trovano: con quel clima e quella posizione, Gaza può diventare uno splendido polo turistico e un centro agricolo d’avanguardia. Come il Libano prima della guerra civile. Ma a una condizione: che i palestinesi siano parte del piano, lavorando e guadagnando prima nella ricostruzione e poi nelle nuove attività economiche. La prospettiva di una vita finalmente normale potrebbe indurli ad accettare sacrifici, spostamenti e precarietà negli anni dei cantieri, mentre ora ne hanno una sola: se sono anziani fuggire coi bambini (nessuno sa dove), se sono giovani o adulti arruolarsi in Hamas.
Un progetto esiste già: l’ha elaborato un anno fa l’economista Joseph Pelzman della George Washington University. Prima del voto di novembre Trump se lo fece inviare, poi iniziò a farlo proprio, ma con una differenza fondamentale: l’esclusione dei palestinesi, senza peraltro precisare dove dovrebbero andare, visto che nessuno li vuole e i vicini arabi tengono le frontiere sigillate. Parlarne ora, a mattanza in corso, non è prematuro: è doveroso. Infatti persino Trump si pone il problema, mentre la famosa Europa non ne fa parola. Le guerre (anche a senso unico come questa) finiscono solo quando c’è almeno una vaga idea sul dopoguerra.

L'Amaca

 

L’applauso generalista
di MICHELE SERRA
Mi chiedo sempre, ogni anno da molti anni, da cosa dipende l’applauso indiscriminato che il Meeting di Rimini riserva a chiunque governi (avrebbe una cordiale accoglienza anche Gengis Khan). C’è un’ipotesi fausta: quell’applauso dipende da un lodevole sentimento di ascolto, molto cristiano, che in politica genera un atteggiamento super partes decisamente anticonformista in tempi di faziosità spinta.
Ma c’è un’ipotesi infausta: è che tutto fa brodo purché il sapore sia quello del potere, e dunque non contano le idee e le posizioni politiche, conta quella sorta di “centralità” inamovibile, ecumenica e un poco ipocrita che un tempo fu della Dc, oggi è di Cl. In questo senso, applaudendo tutti, quell’assemblea applaude se stessa, la propria eternità, la certezza di esserci sempre e per sempre perché a riunirla non è il tifo per questo o per quel politico, è sentirsi arbitro della partita. E l’arbitro non vince e non perde: arbitra.
Dev’essere una bella sensazione, sentirsi a proprio agio dentro qualunque temperie politica e di fronte a qualunque bandiera.
Però quelli non super partes (mi metto nel novero), oltre allo svantaggio di patire per le sconfitte fino a guastarsi l’umore, hanno anche il vantaggio di vivere le vittorie come se li riguardassero personalmente, come se fossero anche il frutto del proprio impegno — benché non sia un impegno, come dire, di tipo generalista.
Per i super partes non ci sono i gol fatti e quelli subiti, i gol sono tutti uguali e tutti meritevoli di esultanza, chiunque li abbia fatti. Dev’essere anche piacevole, perché mette al riparo dal senso di sconfitta. Però, non è un po’ comodo?

giovedì 28 agosto 2025

Piuttosto che…


Ho fatto un gioco: piuttosto che stare su uno yacht con Fedez, la Santanché, suo marito Dimitri e Ignazio La Russa, dove avresti voluto essere? 

- in casa a sparare raudi a mezzanotte avendo come vicini Olindo e Rosa 

- a parlare dell’informazione libera con Mario Sechi

- a fare un gavettone a Mike Tyson

- ad ascoltare un comizio di Vannacci

- ad aiutare Borghezio ad attraversare la strada

- a parlare di politica con Ben Gvir

- ad andare ad un concerto di Sfera Ebbasta

- a fare un Bartezzaghi con Donzelli 

- a chiedere informazioni sulla letteratura russa al ministro Giuly 

- al Meeting di Comunione e Liberazione

Tra le fobie

 Tra le fobie, le paure ancestrali spicca, come ovvio, quella di morire. È insita nell’animo umano e nulla può distoglierci dal pensarvici. Sembrano ovvietà ma, come tutti, anch’io ci penso non, per fortuna, ossessivamente, almeno per ora. 

Se da un lato la fede corrobora e sostiene i credenti, dall’altro, quello dell’ateismo, supporta il pensiero di non essere più, senza dolore, fatica, tristezze. 

E quando scompare qualcuno di conosciuto ci pervade la tristezza della sua mancanza, il non senso della dipartita, perché vorremmo che questa vita non finisse mai, vissuta però da giovani, come le varie tecniche di ringiovanimento ci portano a credere, da babbei quali siamo. 

Un aiuto importante a me personalmente viene dall’astronomia, una scienza che se assaggiata bene ti rende capace d’incastonarti nel posto giusto, nella tua piccolezza conclamata. Se le stelle che hanno il loro ciclo e poi esplodono innondando lo spazio di polveri ed elementi che una volta che si riassembleranno rigenereranno nuovamente vita, anche noi, che siamo fatti della loro stessa sostanza, un giorno contribuiremo con i nostri mattoni a formare chissà cosa. È un ciclo, misterioso, inarrestabile, sontuoso. Si dirà: si campa troppo poco, il male accorcia pure molte vite, la malvagità umana ancor di più. Vero, ma è nel flash vitale che è basilare correre. Chi scrive ha 64 anni e solo da poco ha compreso quanto tempo datogli è stato scialacquato senza alcun ritorno: quanti rimpianti nelle relazioni perse, nei libri non letti, in quelle giornate ad aspettare sera e poi mattina etc! 

Non torna più il tempo perso, ed Albert ci ha detto pure che può essere modificato, si può incurvare, può fermarsi attorno ai buchi neri ed è una sola cosa con lo spazio. Non conosciamo il 95% della composizione dell’universo, non sappiamo nulla e ci atteggiamo a grandi menti padrone del suddetto. Ecco quindi l’ennesimo supporto, la consapevolezza di essere pulviscoli sopra ad un pulviscolo blu, l’insensatezza dello spremerci per fetecchie senza dignità, la mancanza di comprendere la nostra nullità astronomica in questo sistema solare posto nella periferia di un’anonima galassia, in un antro infinitesimale di una qualunque porzione dell’universo. 

Riassumendo: 

Dobbiamo morire e non possiamo farci nulla!

Quello che ci sarà non lo sappiamo. Non serve flagellarsi quaggiù per sperare nella gioia futura. 

Siamo nulla e nulla saremo in eterno. 

Quest’anno non faremo la Champions (ma questo riguarda noi milanisti) 

Dai, sollevate i cuori e vivete il secondo attuale (che è già passato tra l’altro)






Mondo silente

 


Forse per incrementare l’acredine la Gioggia di tutti loro ha in mano lo shopping bag di Radio Maria, la radio che ovunque, pure sul monte Huascáran, mentre cerchi sano rock, s’intromette con le preghiere dedicate tipo “da un sacrista infervorato alla sua lady dicendogli - oggi accendo per te tre lumini a San Burgondio”, facendoti traballare molto riguardo al secondo comandamento; la bionda cameriera del Biondone, leggendo dai teleprompter (o anche gobbo) un discorso probabilmente costruito dai fratelli Grimm, ove le fregnacce più smargiasse (la casa per i futuri sposi - ciao core! - probabilmente costruita in legno con le cassette contenenti le armi che dovremo comprare dal suo padrone schizofrenico - la lotta contro la magistratura comunista, con applauso giunto direttamente dal Mausoleo arcoriano - miracolo! - che ancora tenta di ingabbiare i suoi amici tutti intenti a far del bene lobbysticamente, i riferimenti a libri e a fumetti che scoperto l’inghippo si sono autocombusti, il riferimento alla lotta contro i migranti clandestini - e a questo punto ci fosse stato un ciellino che alzatosi, si fosse prorotto in un’escamazione del tipo “a Giorgia ma che caxxo sta’ a dì! Qua dentro dovrebbero regnare le Beatitudini giusto? E allora leggile prima di dire cazzate!” ma, essendo ciellini, ciò non è avvenuto. Ed infine il coraggio da film epico di sfiorare, di riferirsi al genocidio palestinese, con quell’arroganza coatta di chi sa di essere stata silente e complice, ma attacca lo stesso, sodale a Casapound com’è, asserendo che lei salva i bambini, da brividi queste parole, soprattutto perché, essendo ciellini, nessuno ha obbiettato nulla in merito. Accendo la radio perché sono oltremodo incazzato “ciao fedele del rosario delle 18, ti ho vista pregare magnificamente, ti dedico questo Ave-Pater-Gloria!” Azzz!!!

Nataangelo