lunedì 25 agosto 2025

Asinacci

 



Eccoli qui gli asinacci! Dopo un vomitevole mercato 2024 con l’acquisto del bidone per l’umido Gimenez, dopo aver comprato al mercato del Rutto (di cui possiedono la gold cart) Emerson Royal, inadatto pure a raccogliere le olive, miracolosamente poi venduto a dei babbei, quest’anno questi tre asinacci hanno fatto meraviglie in uscita, vendendo Coast to Coast agli arabi, Kalulu alla banda bassotti, Reijneders, pezzo unico, che solo degli acclarati idioti potevano vendere, per poi acquistare un quarantenne, forte ma sempre quarantenne, e paccottiglia assortita, solo per riempire caselle, mentre il Como, ad esempio, avendo un progetto, parola questa misteriosa per i Tre Asini, ha preparato una gran squadra con quel Nico Paz pagato 6 milioni, che sta incantando il campionato, pur se il Real Madrid ha l’opzione di riacquisto. Mentre Camarda è stato mandato a Lecce, prossima squadra che giocherà con il Milan, perché gli asini non concepiscono il fatto di poter far giocare qualcuno che abbia meno di 20/25 anni. Hi òò - Hi òò!

E dintorni

 

Anche a Gaza esiste un Dio e chi crede non può tacere
DI TOMASO MONTANARI
Mi sono chiesto a lungo perché papa Francesco ogni giorno chiamasse Gaza. Certo: per essere lì, per confortare, per condividere la prova, per portare nel modo più visibile la presenza della Chiesa. Ma nel vecchio papa che, in punto di morte, parla ogni giorno con questo enorme campo di sterminio dove è in corso un genocidio – un genocidio perpetrato anche dagli stati occidentali che si dicono cristiani, anche dall’Italia – c’è qualcosa di più. E io credo che fosse questo: Francesco sentiva che Dio è a Gaza.
Non solo nella parrocchia di Gaza: in tutto quel popolo. Mentre l’Occidente ricco e potente attraversa una lunga notte di Dio, mentre Dio sembra non farsi trovare nemmeno nelle nostre chiese, a Gaza con ogni evidenza Dio c’è. Nella passione e morte di Gaza, c’è il Dio dei vivi. Il Dio giusto giudice. Il principe della pace. Le parole di Giovanna, monaca della Piccola famiglia dell’Annunziata del Monastero di Ma’ in, in Giordania, risuonano in questa direzione: “Mi addolora profondamente vedere una Chiesa quasi silente. …Ma non può esserci neutralità davanti a un genocidio. O si è complici, o si sceglie la verità. E oggi, la verità urla dalle macerie di Gaza. Decine di migliaia di morti, bambini mutilati nel corpo e nell’anima, ospedali distrutti, famiglie cancellate. Tutto questo accade nel silenzio – o nella complicità – di molti poteri, anche religiosi. Non basta più dirsi ‘in preghiera’. Non basta condannare ‘la violenza in generale’. Dove siamo noi, mentre un popolo viene annientato? Dove sono le nostre comunità, le nostre diocesi? Dove sono le parole profetiche? Dove sono i gesti concreti? … E ancora vi ripropongo quello che da mesi mi sembra l’unico gesto possibile: radunare un centinaio tra religiose e religiosi, e andare a Roma, davanti al Quirinale, a pregare giorno e notte, a leggere i Salmi e il Vangelo. A chiedere con la forza mite della preghiera che il governo italiano interrompa ogni vendita di armia Israele, che si rompano i legami economici con chi porta avanti un’opera di annientamento. E poi, andiamo anche in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: – di andare a Gaza - di condannare pubblicamente Israele - di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio”. Sono parole che hanno due chiavi di lettura. Quella, urgente, di una mobilitazione piena della Chiesa nel mondo. Una mobilitazione che non c’è. Ma ne hanno anche un’altra, per così dire anagogica. Una chiave che porta in altro lo sguardo. Il senso spirituale di queste parole è: dobbiamo convertirci. Lo sguardo verso Gaza è uno sguardo di conversione. Uno sguardo di metanoia: di capovolgimento totale delle nostre convinzioni profonde, delle nostre priorità, del nostro modo di sentire e vedere. Gaza è il margine, la pietra scartata dal costruttore, la pietra d’inciampo. Cristo è a Gaza.
Scrive Gustavo Gutiérrez in Teologia della liberazione: “Convertirsi è sapere ed esperimentare che, contrariamente alle leggi della fisica, si sta in piedi, secondo l’evangelo, solo quando il nostro baricentro cade fuori di noi”. Ecco, il nostro baricentro non è a Roma: è a Gaza. Ecco perché papa Francesco, guidato dallo Spirito di profezia, chiamava Gaza; voleva andare a Gaza; non essere separato da Gaza.
Trovare Dio ad Auschwitz sembrò impossibile. Eppure, c’era. Fare teologia ad Ayacucho (dove la povertà assoluta è solo morte), pareva impossibile. Eppure, si è fatta. Oggi, una Chiesa che voglia riuscire ad annunciare la speranza a un mondo disperato, deve farlo da Gaza. Il teologo della speranza, il protestante Jürgen Moltmann, ha scritto che “se Paolo chiama la morte ‘l’ultimo nemico’, bisogna d’altra parte proclamare che il Cristo risorto, e con lui la speranza della risurrezione, sono i nemici della morte e di un mondo che vi si adatta. Pace con Dio significa discordia con il mondo, poiché il pungolo del futuro promesso incide inesorabilmente nella carne di ogni incompiuta realtà presente… Questa speranza fa della comunità cristiana un elemento di perenne disturbo nelle comunità umane. Essa fa della comunità la fonte di impulsi sempre rinnovati tendenti a realizzare il diritto, la libertà e l’umanità quaggiù, alla luce del futuro che è stato annunciato e che deve venire”. Non parlare di Gaza, in tempo opportuno e in tempo non opportuno (per usare le parole di Paolo); non essere a Gaza continuamente con il cuore; non desiderare andare a Gaza: questo significa peccare contro la speranza, cioè adattarsi al mondo com’è. Se abbiamo speranza, allora dobbiamo predicare che il Risorto è nemico del genocidio di Gaza: è irriducibile a questo scandalo di una morte violenta inflitta dai potenti sugli inermi, di questa strage di massa, di questo satanico trionfo del male. “Non è tanto il peccato che ci conduce alla perdizione – diceva Giovanni Crisostomo – quanto piuttosto la mancanza di speranza”. Ecco perché Francesco chiamava Gaza, ogni giorno.

domenica 24 agosto 2025

Nausea

 Crescono, si moltiplicano, abbondano ogni dove, tutte le facce di merda che alla sera, guardandosi allo specchio, non provano alcun rigurgito, nausea, conato di sé stessi! Una pletora nauseabonda, che pullula pure sul nostro suolo. Personaggetti, flautolenze umane, nullità cosmiche che al giorno manipolano, distorcono, falsificano fatti incontrovertibili, o stanno nel silenzio fascista mentre assassini compiono genocidi. E questa faccia di merda mandata dal sionista merdone ad alterare la realtà, questo idiota peripatetico, sono certo, gli specchi li avrà tutti tolti da casa, evitando di spaccarsi lo stomaco col Plasil. Coglione! 





Cugini!

 



Viva l'Italia

 



E andiamo!

 

Sul giornale unico, Draghi sferza tutti: anzitutto se stesso
DI DANIELA RANIERI
Riecco Draghi che va in giro col suo taser a folgorare la gente. Ma dai giornali par di capire una cosa: Draghi, al Meeting di Rimini di Cl, non ha dato tanto una “scossa”, come quella che a maggio, dal Portogallo, somministrò all’Europa parlando di dazi; stavolta si è trattato più di una “sferzata” (avrà deposto lo storditore elettrico, ultimamente molto discusso perché ammazza i cristiani, e ripreso la frusta dei tempi d’oro). Beninteso: nel dire che l’Ue è “ininfluente” nel processo di pace tra Russia e Ucraina, nel “massacro dei palestinesi” e nei confronti degli Usa che bombardano l’Iran, Draghi alterna la proverbiale fermezza e il noto calore umano perché ama l’Italia, dove pure c’è gente che evidentemente ha passato l’estate col condizionatore acceso, motivo per cui la guerra in Ucraina non è ancora finita. Grande dibattito sui giornali di ieri: “Draghi sferza l’Europa”, o per meglio dire dà “una sferzata all’Ue”, anzi “sprona l’Europa”, poi “spazza via le illusioni del passato”, ma “chiude con una speranza”, bontà sua. In tutti i modi dà “uno schiaffo europeista”, che si distingue da quello non europeista perché è da destra verso sinistra. Sarà che “è ancora molto pop tra gli stand”, fatto sta che “esce di gran carriera”, dice Repubblica. “Sferza l’Europa”, obietta il Corriere, “non fa sconti” e “indica la direzione”, come Mosè. Comunque, “dopo le sferzate, Draghi si apre all’ottimismo”; del resto “per Draghi l’applausometro del popolo ciellino fa registrare sempre picchi molto elevati”. Per La Stampa, invece, “Draghi sferza l’Europa”, “invita a non farsi illusioni multipolari” (per carità), tuttavia “non calca la mano”, infatti “il pubblico ride e applaude all’autoironia”, dote draghiana per antonomasia. Il Foglio ritiene che più che di sferzata si sia trattato di una “sveglia”, che ricorda gli scappellotti in testa che gli adulti rifilavano ai pargoli nel secolo scorso (sveglia che peraltro Draghi ritiene ci abbia dato Trump, per cui si cade dentro una mise en abyme di sveglie da uscirne rintronati), e pubblica il discorso integrale dell’ex premier che “indica la strada”, da ritagliare e incorniciare. Il Sole 24 ore ha un punto di vista originale: Draghi “sferza la politica”, e poi le “scatta una fotografia”, post sferzata, dicendo che i suddetti “eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico”, ma va’? “proprio lui, l’uomo del whatever it takes che ha salvato l’Euro” (eh: basta chiedere ai greci). Per Avvenire, Draghi “senza mezzi termini” e con la “felpata brutalità del banchiere” (brr, ndr) “suona la sveglia” e “archivia questa Europa”, al che viene in mente che poteva archiviarla prima, visto che tutto il suo inutile sforzo per farsi notare costerà la prevedibile fame dei suoi popoli sulla base anche dei principi dell’agenda Draghi, per dire. Domani va sul pulp: “Draghi fa a pezzi” l’Europa e poi la “striglia”, o forse viceversa. Comunque, La Stampa nota che Draghi ha raccontato, e “questo non lo aveva mai fatto (che onore, ndr), chi lo ha aiutato a scrivere il rapporto sulla competitività dell’Ue commissionato da Ursula von der Leyen. ‘… è stato realizzato grazie a tre gambe: i funzionari della Commissione di Bruxelles, diversi imprenditori europei, tre premi Nobel, fisici e ingegneri’” (e pensare che Dante scrisse la Commedia da solo); infatti l’Europa sta messa così bene da essere fatta a pezzi dal suo principale costruttore e consulente, che quindi in un certo senso si auto-sferza, ma questo non si può dire.

Dragonianamente

 

Il fallito di successo
DI MARCO TRAVAGLIO
Non che le standing ovation al Meeting di Rimini facciano testo: se avessero avuto una puntina di potere, ne sarebbero usciti in trionfo anche il canaro della Magliana e la saponificatrice di Correggio. Però questo Draghi è proprio nato con la camicia. Da tre anni passa la vita a pentirsi di tutto ciò che ha detto e fatto nei 75 precedenti, eppure continuano tutti a pendere dalle sue labbra come se fosse la Pizia di Delfi. E a rimpiangere la sua mitica Agenda, peraltro mai rinvenuta dagli archeologi e dagli speleologi addetti alle ricerche, ma già demolita dal suo stesso autore. Dopo aver smontato il neoliberismo, di cui fu il massimo alfiere nazionale, e il rigore di bilancio che ha impoverito gli europei e depresso salari e consumi rendendoci dipendenti dall’export, tant’è che adesso vuole “potenziare la domanda interna” (con quali soldi?) e “il debito comune” (ma solo quello “buono”, per comprare armi), Draghi si è pentito persino della sua tesi di laurea in cui sbertulava la moneta unica europea: in pratica non ne azzecca una fin dalla più tenera età. Poi ha fatto a pezzi l’Ue, “rassegnata ai dazi” di Trump e “spettatrice” sulle guerre, come se non ne fosse uno dei più ascoltati consulenti, ma uno sfegatato sovranista. E come se nel 2021-22, da premier, non avesse contribuito ad asservirci agli Usa. Forse che farsi dettare la politica estera da Rimbambiden fino a violare l’articolo 11 della Costituzione è cosa buona e giusta, mentre se arriva Trump non più? Resta da capire cos’abbia fatto Draghi da Premier dei Migliori sulla guerra in Ucraina, a parte spiegarci che dovevamo scegliere tra la pace e il condizionatore acceso, proporre in tutti i summit il price cap sul gas (sempre respinto con perdite) e dichiarare testualmente il 6.6.2022: “Non c’è alternativa per gli Usa, l’Europa e i loro alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra: accettare una vittoria russa o un pareggio confuso indebolirebbe fatalmente altri Stati confinanti e manderebbe un messaggio agli autocrati che l’Ue è pronta a scendere a compromessi. Vincere questa guerra per l’Europa significa avere una pace stabile”. Purtroppo gli diedero ascolto: infatti la guerra è persa e la pace stabile non è arrivata perché tutti, lui compreso, l’hanno sempre sabotata.
Qualche tempo fa Carlo Calenda, un Draghi che non ce l’ha fatta, confessò: “Ho sostenuto per 30 anni le cazzate dei neoliberisti”. Poi iniziò a scusarsi per tutte le altre, tipo quella di aver imbarcato Renzi. Ma tutti i media hanno continuato ad auscultarlo come un oracolo, senza pensare che ciò che dice oggi lo rinnegherà domani col capo cosparso di cenere. È la demeritocrazia italiota: più fallisci e più piaci. Come dimostra lo strano caso di Mario Draghi, un Calenda che ce l’ha fatta.