martedì 26 agosto 2025

Piccola discussione

 


Ho risposto all'invito di partecipare a questa manifestazione per così dire dei Patrioti - mi scompiscio- con questo post

Se non avessi la presentazione del nuovo callifugo sarei stato presente. Peccato, alla prossima! Tanti saluti ai patrioti (ogni volta che pronuncio questa parola mi aumenta il dolore dei calli…mah!) 


Un signore P.C. ha così commentato:

Mauro Sciamanna Il termine patria deriva dal latino pater «padre» e indica in generale la terra natale, la terra dei padri, il paese, il luogo e la collettività cui gli individui si sentono affettivamente legati per origine, storia, cultura e memorie.
Se qualcuno non lo sente (come Lei), e’ apolide , senza patria .. il che è legittimo , basta esserne consci . Io invece mi sento “nato” dalla patria in senso assoluto , oltre ogni ideologia politica. Peraltro “patria” è un termine tanto amato dai presidenti della Repubblica, compresi quelli di sx. Pertini in primis usava spessissimo il termine patria. Però evidentemente a quel tempo non le dava fastidio ai suoi calli ..) . Nasce a fine 700 dalle rivoluzioni francese e americana sui principi di democrazia e unità del popolo. E’ nella prima frase dell’inno francese .. andiamo figli della patria … (più vecchio del nostro scritto a fine 700) ..etc. E’ eterno, senza tempo. (Spiace per i sui calli .. si documenti meglio sull’etimo delle parole)

Al che è scattata la risposta: 

La ringrazio per l'ottima spiegazione del termine patria, termine a me oscuro, visto che l'associavo, a causa dell'eclatante ignoranza da lei riscontrata, ad altri errati concetti, alcuni anche gastronomici. Non accosterei però a questa sua prosopopea il nome di Pertini visto che l'amato presidente aveva ben chiaro il concetto di patria, pagandolo pure con il lungo arresto per mano fascista. E siccome la fiamma che brillava nel simbolo dell'emanazione del fascismo, leggasi Movimento Sociale, è la stessa che ancora è impressa nelle bandiere di FdI, le assicuro che girerò alla larga dalla passeggiata Morin, avendo già studiato percorsi alternativi. Io non sono apolide Sig Paolo Cozzani, sono antifascista convinto e fiero. E visto che in questo regime urlare "W l'Italia Antifascista" provoca bollori alle forze dell'ordine, mentre stendere la mano al grido di "Presente" viene visto come normalità, la invito a rileggersi meglio il significato di patria. Termino con un passo che più m'aggrada riguardo alla situazione attuale: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!” (me lo ha consigliato il lavascale. Credo che sia di un certo Dante. Ma è quello dell'olio?)


Contrito

 



Natangelo

 



Sapevate?

 

La Fiat in Serbia paga poco e importa operai dal Nepal
DI PATRIZIA DE RUBERTIS
Se non fosse l’ennesimo dramma per Stellantis e per la crisi dell’automobile, ci sarebbe anche un retrogusto sarcastico. Ma resta solo l’amaro. La notizia brutale è questa: la Fiat Grande Panda, modello simbolo di riscatto per il marchio italiano, ma fabbricata in Serbia, va troppo bene nelle vendite che ora Stellantis si ritrova in ritardo nella produzione. Il motivo è che nello stabilimento di Kragujevac c’è poco personale. Gli operai, infatti, vengono retribuiti talmente poco (circa 700 euro al mese contro uno stipendio medio in Serbia di quasi 1.000) che in molti si rifiutano di lavorare per Stellantis, che si è spinta a richiedere nuova forza lavoro – 800 persone – in Nepal e in Marocco. A denunciarlo, due settimane fa, il consigliere comunale di Kragujevac, Radomir Eric, ripreso dai siti locali, spiegando che in città ci sono 9.000 disoccupati che non hanno intenzione di lavorare con un salario così basso.
Una situazione paradossale visto che il colosso automobilistico – che nei primi 6 mesi dell’anno ha registrato 2,3 miliardi di perdite – ha deciso di produrre la Grande Panda in Serbia spinta dagli sgravi fiscali promessi e dal minor costo del lavoro, abbandonando così l’Italia dove, nel frattempo, gli stabilimenti di Mirafiori, Cassino e Pomigliano registrano una crisi senza fine. Mentre ieri a Termoli, dopo l’ennesimo rinvio per la gigafactory e una conclamata emergenza occupazionale, è stato firmato un nuovo contratto di solidarietà che riguarderà i 2 mila dipendenti dello stabilimento dal 1° settembre fino al 31 agosto 2026.
Dopo la denuncia di Eric, è arrivata anche quella del leader storico del sindacato indipendente di Kragujevac, Jugoslav Ristic, secondo il quale “la gente di Kragujevac non è interessata a quegli stipendi, che sono leggermente superiori ai 70.000 dinari, perché non ci si può sopravvivere”.
Attualmente nella fabbrica di Kragujevac gli unici operai stranieri sono quelli italiani trasferiti in Serbia per supportare l’avvio delle linee produttive e fornire il know-how. Con non poche peripezie. A inizio luglio, una quarantina di italiani provenienti dallo stabilimento di Melfi sono stati costretti a tornare a casa per un errore amministrativo di Stellantis nella gestione dei visti.
Il Gruppo starebbe però puntando soprattutto sul reperimento di lavoratori marocchini “ai quali fare formazione e assistenza in vista della possibile nuova produzione della Grande Panda anche in Marocco”, spiega Samule Lodi, segretario della Fiom-Cgil . Il riferimento è al recente annuncio dell’investimento di 1,2 miliardi nello stabilimento di Kenitra per produrre presto nuovi modelli, alcuni dei quali trasferiti dall’Europa. E chissà se uno sarà proprio la Grande Panda.

Disamina scanziana

 

Regionali, il bestiario dal bizzoso Calenda agli autogol del M5S
DI ANDREA SCANZI
Nelle prossime settimane si andrà a votare in molte Regioni. La destra litiga, ma come sempre fa squadra: le basta vincere. Il centrosinistra (vero e presunto) fa esattamente il contrario: si spacca, sbaglia rigori a porta vuota e si complica indefessamente la vita. Borsino rapido dell’opposizione, Regione per Regione, con considerazione finale su scala nazionale.
Calabria. Alla fine è stato scelto Tridico, che ha unito tutti o quasi. Il “quasi” ovviamente è Calenda, che in ogni Regione va in ordine sparso e a volte si scontra persino con i suoi. Tipo in Calabria, dove Azione dice di appoggiare Tridico ma parallelamente Calenda fa sapere non è vero e che lui, prima di appoggiare qualcuno dei 5 Stelle, diventa il bassista dei Måneskin. Tridico è un ottimo nome e una bella persona. Ed è pure quello che ha meno chance di perdere. Due problemi. Tridico si è fatto eleggere appena un anno fa europarlamentare e ora ha già cambiato treno in corsa (roba che i 5 Stelle fino all’altroieri odiavano). E poi Occhiuto, nonostante tutto quel che ha combinato (o forse proprio per questo), nei sondaggi è ancora in testa. E questo dice moltissimo sugli italiani, nonché (temo) sul clientelismo.
Campania. Si profila un altro nome 5 Stelle, stavolta quello di Fico. Okay, ci sta. Solo che, per essere accettato dalla coalizione, Fico dovrebbe ingoiare due rospi (oltre al solito Renzi): due liste civiche targate De Luca e la promessa (del Pd) di dare il partito regionale in mano al figlio di De Luca. Se così fosse, il M5S realizzerebbe il più grande suicidio della sua storia, ex aequo con l’aver appoggiato Draghi (ciao core). Capisco la realpolitik, ma qualcuno si ricorda chi è De Luca, cosa ha detto De Luca e cosa ha fatto De Luca in questi decenni? Ci stiamo rincoglionendo tutti o cosa? Il M5S che appoggia De Luca (e viceversa) è davvero roba da vomito. Pornografia politica pura. Molto meglio mangiare un mattone intero a digiuno.
Puglia. Anche qui il centrosinistra sta facendo di tutto per sabotarsi da solo. Decaro è un nome che va benissimo, solo che lui non vuole Emiliano e Vendola in Consiglio perché vuole cambiare tutto sul serio (o perché teme che gli facciano ombra). Fratoianni, giustamente, rilancia che i candidati di Sinistra Italiana li sceglie Sinistra Italiana. E nel frattempo una partita che sembrava già vinta si complica.
Toscana. I 5 Stelle hanno accettato a fatica Giani, dopo un voto che ne ha sancito la dolorosa spaccatura. Renzi, nella sua Regione, qualche voto – anzi potentato – ce l’ha ancora. La destra non sa ancora a che santo votarsi. Sia come sia, l’eterno Giani vincerà facile e credo in ciabatte, probabilmente canticchiando pure La vie en rose a Dicomano.
Marche. Acquaroli, assai caro a Meloni e assai potente dentro quella simpaticissima congrega di insigni statisti che è Fratelli d’Italia, era già (inspiegabilmente) favorito anche prima del “caso Ricci”. Figurarsi adesso. Se però sbaglio, mi iscrivo al fan club di Achille Lauro a Ripatransone. Auguri e buona catastrofe.
Veneto. Qui il centrosinistra ha le stesse chance che ha Gasparri di diventare il nuovo James Bond, e direi di chiuderla qui.
Considerazione finale su scala nazionale. Vedo, sento e leggo sempre più spesso riflessioni diversamente lucide in cui si dà per scontato (anzi per obbligato) il rientro di Renzi nel centrosinistra. Ormai lo teorizzano anche non pochi ex (finti) anti-renziani. Bravi geni! L’amichetto di Bin Salman ha meno voti di un capibara in coma, sta più sulle balle agli italiani di Parenzo, ha idee quasi sempre identiche a Forza Italia e se te lo metti in casa lui la rade al suolo in un amen, però ve lo volete ripigliare. Daje! Fate pure: per me l’unica alleanza su scala nazionale è quella tra Schlein, Conte e Fratoianni, e se vi riprenderete quello lì col cavolo che recupererete i delusi e gli astenuti. Continuate così, fatevi del male.

Puntuto al punto giusto

 

Aspettando Gadot
DI MARCO TRAVAGLIO
Di questo passo l’Italia vincerà il Nobel per la Censura. E pure l’Oscar, trattandosi di cinema. Gli attori Gerard Butler, scozzese, e Gal Gadot, israeliana, diserteranno Venezia dopo che il collettivo di artisti Venice4Palestine ha chiesto di ostracizzarli perché “sostengono ideologicamente e materialmente la condotta politica e militare di Israele”. Ora, è comprensibile il senso di impotenza che attanaglia tutti sul massacro impunito di Gaza. Ed è giusto chiedere spazi alla Biennale per condannare Israele e solidarizzare con i palestinesi. Ma additare colleghi come nemici da cacciare per le loro idee, fossero anche le più aberranti, è illiberale. Valeva per Gergiev e tutti gli artisti, atleti e intellettuali russi discriminati a causa del loro governo. Vale per Woody Allen collegato col Festival di Mosca e scomunicato da Kiev. E vale per Butler e Gadot. Lei è la nipote di un superstite di Auschwitz che perse l’intera famiglia e si rifugiò in Israele, dove è nata e ha prestato il servizio militare obbligatorio. Choccata dal 7 ottobre, solidarizzò col suo Paese e si batté per gli ostaggi, incontrandone i parenti molto critici con Bibi. Nel 2019, popolarissima per Wonder Woman , aveva attaccato Netanyahu in campagna elettorale: “Quando diavolo sentiremo un membro del governo dire davanti alle telecamere che Israele è il Paese di tutti i suoi cittadini, inclusi gli arabi? Siamo tutti uguali, anche gli arabi sono esseri umani”.
Butler invece partecipò a raccolte-fondi per i soldati israeliani con altre star di Hollywood, da Schwarzenegger a De Niro a Larry King, nel 2016 e nel ’18: che colpa può avere in uno sterminio iniziato 7 e 5 anni dopo? E, posto che Butler e Gadot non hanno ucciso o torto un capello ad alcuno, che c’entrano i loro pensieri, parole e omissioni con una rassegna di cinema? Niente: come il putinismo di Gergiev invitato e disinvitato a Caserta non per un comizio su Kiev, ma per un concerto. Perché mai i due attori non dovrebbero sfilare sul red carpet per presentare un film sulla Divina Commedia girato in Italia, con le altre star del cast, da Scorsese a Pacino? E se fosse invitato De Niro, qualcuno gli urlerebbe di starsene a casa perché 9 anni fa era alla raccolta-fondi con Butler? Netanyahu teme sanzioni economiche ed embarghi sulle armi. Se Butler e Gadot non vanno a Venezia se ne frega. Anzi, siccome la Gadot aveva osato criticarlo, ne sarà felice. Nel 2022, appena l’Ucraina fu invasa, il Festival della fotografia europea di Reggio Emilia rispedì indietro Alexander Gronsky, celebre fotografo russo, dunque certamente putiniano. Quello rientrò a Mosca, manifestò in piazza contro la guerra di Putin e fu arrestato dalla polizia di Putin. Cose che capitano quando si confonde un popolo col suo governo.

L'Amaca

 

Propaganda tra i cadaveri
di MICHELE SERRA
Alla luce dell’ennesimo ammazzamento di giornalisti a Gaza, la recente mossa del governo israeliano (sguinzagliare tra quelle macerie, comodamente scarrozzati, una decina di influencer amici per smentire che ci sia fame, che ci sia terrore, che si spari nel mucchio) suona così assurda, e al tempo stesso così oscena, da sembrare, lei sì, “propaganda di Hamas”, escogitata per screditare il governo Netanyahu e fugare le residue illusioni che la democrazia, che Israele vanta come suo unico sensibile vantaggio etico sui vicini, possa sopravvivere a questo momento di scervellato furore.
L’informazione così come la conosciamo, e così come si dispiega per il mondo, ha i suoi difetti, le sue distorsioni e le sue lacune, i suoi padroni e i suoi servi; ma è, nel suo complesso, un elemento strutturale — appunto — della democrazia. Scrollare sui social e fare zapping tra i tigì di mezzo mondo, no, non è la stessa cosa: la differenza tra le due fonti è quella che separa il cazzeggio dal lavoro. Tra i post di un influencer e la formazione di un notiziario c’è una differenza abissale in termini di controllo delle fonti, di discussione collettiva, di elaborazione formale della notizia. Pensare di “fare informazione” con un manipolo di esaltati, o di prezzolati, è da folli o da despoti, perché la massa delle informazioni mondiali, per quanto carente e/o faziosa, è pur sempre qualcosa di molto meglio della fuffa propagandistica.
Si dubita che uno solo dei ciarlieri influencer di Netanyahu sia in condizione di spendere qualche parola di cordoglio per la soppressione violenta dei giornalisti quelli veri. E tutto sommato è meglio così: il rischio è che si sentano “colleghi” delle vittime, usurpando un mestiere del quale non hanno la benché minima idea.