sabato 23 agosto 2025

Saccente di stokkaxxo!

 



Dubbi

 


Ah si, dunque…

 Di cosa stavamo parlando? Ah si! 

Dunque la piaggeria…





Ok, ma…


 D’accordo che il tifoso fondamentalmente è un coglione, non ci sono dubbi. Ma forse Dazn si è spinta oltre il limite oltre il quale anche il più coglione avverte un disagio dettato forse dai neuroni sani: sbandierata come una novità ecco arrivare la madre di tutte le proposte: vuoi guardare solo le partite della tua squadra? 329 euro all’anno! E per vedere invece tutte le partite della serie A e B? 359 euro. Quindi risparmiando ben 2,5 euro al mese ti privi di 342 partite. Avrebbero potuto anche inserire una postilla recitante “se scegli solo la tua squadra oltre a risparmiare 30 euro all’anno riceverai prima dell’inizio della partita della tua squadra anche un calcio nei garretti da un nostro incaricato che verrà a casa tua!” 

Ed infine la lotta alla pirateria: giusto lottare contro questo malaffare, inutilmente però. Siamo o non siamo il paese dove chi paga le tasse oramai è un coglione? E di conseguenza: le tasse non le pagheranno solo i tifosi?

Driiiing!

 



Ha perfettamente ragione!

 

L’amico terrorista
DI MARCO TRAVAGLIO
Che ingenui: speravamo che l’arresto in Italia dell’agente ucraino, ricercato dai giudici tedeschi per il più grave attentato degli ultimi decenni a un’infrastruttura strategica europea (i gasdotti Nord Stream), aprisse gli occhi a qualcuno sul terrorismo di Stato made in Kiev. Tantopiù che per la magistratura italiana è un “terrorista” e i pm di Genova lo sospettano pure per l’attacco a una delle quattro petroliere sabotate di recente in acque italiane. Invece niente. Silenzio di tomba da Ue, Nato, governo, Quirinale, politici, esternatori e twittatori compulsivi su ogni stormir di fronda dal fronte ucraino. Volete mettere il “contenitore per le feci” che Putin avrebbe portato in Alaska per nasconderci le sue 70-80 malattie mortali? Quella sì che è una notizia, mica il fatto che il regime ucraino, come profetizzato da Biden, fece saltare il gasdotto più lungo del mondo che forniva il gas russo all’Europa. Cioè decise con un atto terroristico la politica energetica dell’Ue, fece schizzare prezzi e bollette e ci costrinse a spendere il quadruplo col gas Usa. E le vittime dell’atto di guerra, per punire l’Ucraina, continuano a riempirla di soldi e di armi perché “combatte per noi” (figurarsi se combattesse contro). E a invitarla a entrare in Europa (non più via mare, si spera).
La stampa di regime tiene bassa la notizia, come se il capitano Kuznietsov, capo di un’unità d’élite ingaggiato dai Servizi ucraini con altri sei per l’Operazione Diametro contro i gasdotti, avesse fatto tutto di testa sua e si fosse arruolato da solo. E come se un anno fa il governo polacco non avesse ospitato e poi fatto fuggire sull’auto diplomatica dell’ambasciata di Kiev un altro terrorista ucraino ricercato, Zhuravlov, ora ben protetto nel suo Paese dal mandato di cattura tedesco. Nell’imbarazzante e imbarazzato silenzio generale, il ministro della Giustizia tedesco Hubig, che dovrebbe pretendere da Roma e Kiev l’estradizione dei due fuggiaschi, comunica: “Restiamo fermamente dalla parte dell’Ucraina, ma siamo anche uno Stato di diritto che indaga i crimini fino in fondo” (manca poco che aggiunga “purtroppo”). Ma certo, in fondo l’Ucraina ci ha solo chiuso il rubinetto del gas a suon di bombe e ci manda solo i suoi spioni a farci gli attentati in casa, che sarà mai. Immaginate se – come sostennero comicamente Usa e Ue – i gasdotti li avessero distrutti i russi. Ora i governi e la stampa al seguito sarebbero in assetto di guerra (più di quanto già non siano) per sanzionare e bombardare il nemico che ha attaccato un socio della Nato. Invece tutti zitti, sennò dovrebbero dichiarare guerra all’amico, cioè all’unico Paese che finora ha attaccato l’Ue: l’Ucraina. Chi invoca l’articolo 5 Nato e le altre garanzie di sicurezza per difendere Kiev dovrebbe invocarli per difenderci da Kiev.

Michele sul Leonka

 

Dal Leoncavallo un’opportunità per il nostro futuro
di MICHELE SERRA
Chi, per comodità o per ottusità, volesse considerare la faccenda del Leoncavallo come una pura bega legale-burocratica, può sbizzarrirsi leggendo la relativa voce su Wikipedia. Tra ordinanze, sfratti, sgomberi, accordi fatti e disfatti, promesse e minacce, benevolenze private e pubbliche poi passate in prescrizione, non ci si raccapezza; e la sola morale che se ne ricava è che non basta mezzo secolo di scartoffie, tanto meno di gipponi della polizia, per risolvere una questione politica grande come un grattacielo. La questione è se e come la città di Milano possa garantire a se stessa, oltre che a una parte tutt’altro che marginale della sua cittadinanza, una identità sociale e culturale non compresa (in tutti i sensi) dal modello di sviluppo che l’ha resa al tempo stesso “più moderna”, più simile alle altre metropoli del mondo, e però meno inclusiva, in un processo centrifugo che edificando benessere in centro spinge all’esterno chi non riesce a pagarsi il biglietto.
E non solo: nell’omogeneità anche estetica del suo vivere, miliardi di localini con dehor ai piedi di una cordigliera di acciaio e di cristallo, i milanesi rischiano di non riuscire ad immaginare più niente di sorprendente, o di nuovo. Di diversamente urbano — essendo la città, per definizione, un insieme plurale e anche inatteso di condizioni umane. Non è in gioco, sia chiaro, la nostalgia della “Milano di una volta”. Ho già scritto, da milanese di lungo corso, che la Milano di una volta era peggiore di questa, più triste e sdrucita, come se strascicasse oltre il lecito un infinito dopoguerra. Né l’idillio delle vecchie “case di ringhiera” (edifici malsani e promiscui ora riattati da fior di architetti, e abitati da sciure abbienti che sperimentano l’incompatibilità tra le ruote di bicicletta e gli acciottolati di quei cortili), o dei Navigli che Delio Tessa metteva in poesia per dire quanto puzzavano, e Ivan Della Mea malediceva come “acqua marcia”, basta a far dubitare del presente.
È il futuro che è in discussione, e lo è anche alla luce di una vicenda, quella del Leoncavallo, che può sembrare “di nicchia” solo a chi conosce poco e male Milano. C’è una “produttività”, nella storia del Leoncavallo, che è parecchio milanese. Produrre socialità e cultura non è un piatto pronto, è un lavoro, in genere un lavoro lungo. La riottosità improduttiva e ombelicale che viene facile imputare a molte manifestazioni del cosiddetto mondo antagonista, al Leonka ha avuto vita breve. La storia politica di questa grande e anomala bottega milanese è, da quasi subito, inclusiva prima di tutto nei propri confronti: aperta al quartiere, ai movimenti e ai partiti della sinistra radicale e non extraparlamentare (leader del Leonka sono finiti, meritatamente aggiungo, in Parlamento), alla galassia della sperimentazione artistica, teatrale, musicale, letteraria. La mozione “aprire le porte” ha sempre avuto la meglio, e se pensate al settarismo mortifero che ha ammazzato in culla tanta sinistra ultrà, viene quasi da dire che il Leonka, nel vasto e difforme campionario dei centri sociali, è una specie di eccezione “riformista”, ancora una volta molto milanese.
Certo il Leoncavallo, nelle sue varie fisionomie e rinascite, e in virtù della sua natura “di quartiere”, poteva sempre rimandare in qualche maniera a una fisionomia popolare milanese classica, come se il dna della bocciofila e del circolo Arci si rigenerasse nelle forme tatuate e graffitare delle nuove generazioni urbane di tutto l’Occidente. Una capacità mutagena che dovrebbe far sobbalzare urbanisti, sociologi e soprattutto politici: quanto è preziosa, quanto utile la differenza? Quanto ci piace immaginare una Milano senza o con Leoncavallo? Quanto pesa, in tutta questa discussione, l’aspetto legalitario, che da solo non è mai bastato (lungo i millenni) a stabilire con nettezza il confine tra il giusto e l’ingiusto, la ragione e il torto? E quanto l’aspetto politico, ovvero la presa d’atto che “ai margini”, in uno spazio ricavato scavando dentro le dimenticanze del capitale, nei recessi dello sfitto, dell’inutilizzato, del postindustriale, possono fiorire la socialità, l’incontro, la cultura?
La ciancia puerile del Salvini e di quella parte ahimè dominante della destra che odia ogni forma di vita al di fuori di se stessa (perché la teme) sono cose scontate. Cose da fascisti, per dirla tutta. Esultano per lo sfratto del Leoncavallo, esultano per le fatiche giudiziarie di Milano, esultano per tutto ciò che giova alla loro cieca e modesta spedizione punitiva. Borghesucci improvvisati che invocano la legge solo quando giova ai propri comodi, e la scansano (Casa Pound!) quando tira in ballo anche il proprio dovere.
È la sinistra, tutta quanta, in primis il centrosinistra milanese che deve decidere se “Leoncavallo” è il nome di una scomodità oppure di una occasione. Se quel percorso impuro, anomalo, anche illegale, rappresenta una parte di città che merita di avere voce, o se il piano regolatore del futuro deve essere scritto solo da chi ha già voce in capitolo, e organizza lo skyline. Non è una scelta facile. Da milanese che confida nell’intuito generoso e futurista della sua città, spero, o mi illudo, che Milano non si dimentichi del SUO Leonka.