Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 2 luglio 2025
Il Bastardo condannato
Sangue, mafia, servizi il cane sciolto della destra eversiva
di LIRIO ABBATE
Si muove nel buio, Paolo Bellini.
Sempre l’ombra prima del boato. Sempre un passo indietro, mai fuori campo. Un mimetismo di mestiere e destino. La sua vita è un itinerario di menzogne raffinate, doppie fedeltà, alleanze sporche. L’uomo dai mille travestimenti: neofascista, informatore, latitante, infiltrato, killer. La sua parabola è una linea spezzata che attraversa mezzo secolo di misteri italiani, dalla stazione di Bologna alle stragi di mafia del 1993.
Bellini, 72 anni, ex Avanguardia Nazionale, è stato condannato all’ergastolo per la strage del 2 agosto 1980, l’eccidio più sanguinoso della storia repubblicana. Il suo nome affiora tardi, in un’indagine riaperta dalla procura generale di Bologna.
Ma chi è davvero Paolo Bellini? Un cane sciolto della destra eversiva, ma al guinzaglio di molti padroni. Criminale spregiudicato, ha attraversato indenne l’universo torbido di terrorismo, mafia e servizi. C’era quando serviva un killer. C’era quando si trattava di depistare. C’era quando serviva un infiltrato in Cosa nostra. Negli anni Novanta, raccontano le carte della procura di Firenze, si insinuò nella strategia stragista della mafia corleonese. Fu lui, secondo Giovanni Brusca, a suggerire l’idea delle bombe contro il patrimonio artistico. Gli Uffizi, via dei Georgofili, Milano, Roma.
Bellini ha sempre raccontato un’altra storia. Dice d’aver agito per sdegno, dopo la strage di Capaci. Dice d’essersi infiltrato per patriottismo, per ordine di una fantomatica struttura segreta chiamata “gli amici di Piccoli”, dove sedevano - sostiene lui - Cossiga, Scalfaro, Ugo Sisti. Ma le procure non gli credono. Lo definiscono “inverosimile”. Tutto quel che dice è sfocato, manipolato. Forse è il suo mestiere: confondere, mischiare, sabotare la verità.
L’uomo che ha servito Avanguardia Nazionale negli anni Settanta, che ha confessato decine di omicidi, fra cui quello di Alceste Campanile “per creare tensione”, che ha trafficato in armi e quadri, che ha vissutosotto copertura tra le curve più pericolose della prima Repubblica. Attorno a lui aleggia ancora una protezione opaca, un vuoto di responsabilità. Un giudice di Firenze ha archiviato la sua posizione per le stragi del 1993 scrivendo che non vi sarebbero prove del suo legame con la destra eversiva. È come scrivere che Riina non era mafioso.
I contatti con i Servizi segreti militari, però, ci sono stati davvero. Nomi, telefonate, incontri. Il più noto con Giovanni Ciliberti, Sismi di Bologna. Rapporti mai chiariti, a tratti inquietanti. Come il biglietto con i nomi dei mafiosi da liberare, ricevuto da Antonino Gioè e consegnato ai carabinieri. Un pizzino che passa da Bellini e finisce nelle mani del generale Mario Mori. Nessuno lo sequestra. Nessuno lo denuncia. Nessuno indaga. Una moneta di scambio tra Stato e Cosa nostra. C’era il modo,sostiene l’accusa, di poter evitare alcune stragi del 1993. C’è sempre Bellini, insomma, dove la Repubblica mostra le sue crepe. Quando i Nar colpiscono, quando la P2 finanzia, quando le bombe strappano il tessuto democratico. E poi scompare. Latita, cambia nome, vive con documenti falsi. Racconta di aver aiutato lo Stato. Ma ha sempre aiutato solo sé stesso. È tornato a Bologna da imputato, trent’anni dopo i suoi camerati. I giudici l’hanno riconosciuto colpevole, per i suoi spostamenti, per l’alibi fasullo, per quel frame sgranato che lo inchioda tra i binari insanguinati. È tornato anche a Firenze e a Caltanissetta, nei fascicoli sulle stragi mafiose. Il suo nome torna, persistente, a incrostare gli angoli bui della nostra storia.
Eppure, resta un enigma. Un uomo che dice tutto e niente, che tradisce e si fa tradire, che collabora ma depista. L’ultimo dei manipolatori, il criminale che si fa intellettuale di sangue, l’attore protagonista di una tragedia che ha ucciso 85 persone e ne ha ferite 200 in un giorno d’agosto di 45 anni fa. Paolo Bellini è stato, ed è ancora, una scheggia impazzita di un paese mai completamente guarito dai suoi fantasmi. È il volto invecchiato di un’Italia che ha barattato giustizia con potere, segreti con sangue, verità con silenzi. E che oggi, con le intercettazioni e i processi, prova almeno a non dimenticare.
Criminale spregiudicato ha attraversato indenne e per decenni l’universo torbido tra terrorismo Cosa nostra e apparati.
Robecchi
Otto secondi. Le mine, l’Atomica e noi umani con la memoria del pesce rosso
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Dicono recenti studi, ampiamente rilanciati dai media di tutto il mondo, che la capacità di concentrazione su un testo scritto difficilmente supera gli otto secondi, cioè dopo otto secondi che leggete qualcosa vi siete già rotti i coglioni e pensate ad altro. Ora potrei dirvi qui quali istituti di ricerca e prestigiose università hanno condotto questi studi, ma perché dovrei, visto che state leggendo già da 15-20 secondi e non ve lo ricordereste manco morti?
Diciamolo subito: questa totale perdita di memoria e concentrazione – di cui più o meno sono incolpati gli aggeggi elettronici e i social network, oltre alla conversione di massa degli umani da lettori a guardatori di video – è un’evoluzione della specie che ha i suoi vantaggi. Per esempio, se il ministro degli Esteri Tajani si inventa lì per lì che la bandiera europea è blu per via dell’outfit della Madonna e che le stelle sono le dodici tribù di Israele, voi penserete che è una delle più grosse scemenze mai lette, ma lo penserete più o meno per otto secondi, mentre lui continuerà a fare il ministro degli Esteri, probabilmente per anni. Questo fatto di avere la memoria del pesce rosso ha anche un’aggravante: non solo non ci ricordiamo più un beneamato cazzo, ma la nostra memoria può essere piegata alla bisogna di questo o di quello, a seconda delle convenienze. Mi sembra illuminante, per fare un altro esempio, il caso della bomba atomica. Per anni e anni, tra scuola e letture varie, eravamo convinti che fosse una cosa molto brutta, anche se il fatto che l’avessero sganciata, nella storia dell’umanità, soltanto gli americani la rendeva un po’ meno brutta agli occhi dei sudditi. Ecco che ora, invece, viene innalzata a motivo di vanto e il presidente Trump può dire che il suo bombardamento dell’Iran “è stato come Hiroshima, una botta e via” e nessuno (o solo pochissimi) è inorridito al paragone. Del resto la bomba atomica piace molto, è trendy, e presso i teorici del riarmo globale se ne parla come di un must have, una cosa che è bello e giusto avere perché fa “deterrenza”, parola di moda che però non va bene per gli iraniani. Ragionamento complesso, mi rendo conto: deborda dagli otto secondi di concentrazione.
Allora proviamo così: Trump vuole il premio Nobel, ci tiene proprio tanto e dice che è colpa dei “comunisti” se non glielo danno. La nostra memoria, pur zoppicando, ci riporta a quando il Nobel lo davano a Kissinger, quindi diciamo che non ci sarebbe niente di male a darlo a Trump, ma nemmeno a Pol Pot (alla carriera) e al canaro della Magliana (ad honorem). Ma la nostra memoria non è abbastanza attrezzata per ricordare che il premio Nobel per la Pace lo diedero (1997) anche a un prestigioso istituto (l’International Campaign To Band Landmines) che si batté per vietare le mine antiuomo, quelle cose su cui un contadino, o un bambino, mettono un piede dopo dieci anni che la guerra è finita e saltano per aria. Ci vorrebbe un po’ di memoria, più di otto secondi, diciamo, ma siccome non ne abbiamo abbastanza, ecco che si applaude perché l’Ucraina esce dal Trattato di Ottawa e ricomincia a usare le mine antiuomo, quindi le industrie a produrle e venderle, quindi gli eserciti di mezzo mondo a comprarle. Magari rientreranno in quel 5 per cento del Pil che spenderemo per armi, missili, bombe e carri armati, di cui ci doteremo per sentirci più sicuri, scordandoci – otto secondi sono passati da un pezzo – che potremmo sentirci più sicuri con una Tac fatta in tempi decenti o con una pensione non da fame.
Nella pazzia
Rei con fessi
DI MARCO TRAVAGLIO
Puntuale come l’“emergenza caldo”, l’estate si porta appresso un’altra emergenza fissa: le carceri sovraffollate. Con un effetto collaterale ancor più insopportabile: le promesse dei politici per svuotarle. Sempre le stesse da trent’anni, visto che nessuno fa mai l’unica cosa utile (costruire nuovi penitenziari): far scontare la pena agli stranieri nei loro Paesi (che però non rivogliono indietro i loro delinquenti e meno male, perché di solito li torturano) e ai tossici nelle comunità (ma non ci sono agenti per sorvegliarli e nessuno si assume il rischio di prendersi gente pericolosa); riadattare caserme dismesse (problemi burocratici insormontabili); metterne fuori un po’ col braccialetto elettronico (che non funziona mai e comunque non è disponibile neppure per i molestatori matricolati). Poi ci sono le supercazzole più fantasiose, tipo quella della buonanima di Alfano sulle “carceri galleggianti in alto mare come in America”; e i famosi “piani carceri” che ogni ministro annuncia a ogni estate per rinviare tutto all’autunno quando nessuno se ne ricorda più.
Così si finirà con l’ennesimo indulto occulto: l’ultimo palese fu quello di Mastella (Prodi-2) del 2006, che graziò quasi 30 mila pregiudicati e un anno dopo le celle erano più affollate di prima (anche di indultati subito tornati in attività); poi non si trovò più la maggioranza dei due terzi e arrivarono gli indulti mascherati da dl “svuota-carceri”: Alfano 2010 (B.-3), Severino 2012 (Monti), Cancellieri 2013 (Letta), Orlando 2014 (Renzi). Risultato: nessuno, salvo i senzatetto, mette più piede in cella fino a 4 anni di pena (tetto che ora un fronte destra-sinistra vuole alzare a 5 anni); e cresce il senso d’impunità che moltiplica i crimini di strada, quelli più sentiti dai cittadini. Ennesima prova che l’Italia non ha troppi detenuti: ha troppe poche celle per contenere tutti i criminali che dovrebbero starci per legge. Bonafede aveva destinato una quota importante del Pnrr per nuove carceri e ampliamenti di quelle vecchie. Ma il Conte2 cadde subito dopo. Ora per Nordio “non si può perché nessuno vuole carceri alle proprie spalle”, manco fossero cetrioli. Un anno fa, agosto 2024, scrisse un “decreto Carceri” con l’inchiostro simpatico, visto che nessuno ne ha notato gli effetti. Poi spiegò in Parlamento: “Se aumenta il numero dei detenuti non è colpa del governo, ma di chi commette reati e della magistratura che li mette in prigione”. Dev’essere per questo che in 32 mesi ha firmato 62 nuovi reati con un fiume di aggravanti: perché i giudici non arrestino nessuno che li commette. Del resto le liste d’attesa negli ospedali sono colpa della gente che decide di ammalarsi e dei medici che decidono di curarla. Quindi, per eliminarle, non resta che dimettere i malati dichiarandoli sani.
L'Amaca
Il digitatore ammalato
di MICHELE SERRA
L’assessora di Lecco incaricata di occuparsi di codice etico sui social, che però li ha adoperati per insultare un malcapitato, non è la prima né l’ultima vittima di quella metamorfosi misteriosa che trasforma homo digitans in energumeno. Rassomiglia, a ben pensarci, alla inutilmente studiata sindrome che coglie l’uomo (più raramente la donna) quando è al volante. Dentro e fuori dall’automobile non è la stessa persona, non attiva allo stesso modo i freni inibitori, non si rapporta agli altri con lo stesso rispetto.
Un paio di anni fa fui pesantemente insultato sui social (tra gli altri) da uno stimato studioso, senza altra ragione che non fosse il forte desiderio di insultarmi.
Un amico comune mi disse: per piacere lascialo perdere, è già pieno di querele, è una persona intelligente, uno studioso di valore, ma usa i social come un manganello. Un democratico che in quello specifico contesto, e solo in quello, parla come un fascista.
Ce ne sono parecchi, nella stessa situazione. Molti dei quali, messi di fronte a quello che hanno digitato, farfugliano scuse imbarazzate. Pochi rivendicano.
Come i ludopatici, come gli alcolisti anonimi, sono preda di una deriva incontrollabile. Con una differenza, però, non secondaria. Il ludopatico e l’alcolista fanno danni soprattutto a se stessi, per via autodistruttiva. La violenza social invece si scarica sugli altri, sulla loro persona, sulla loro reputazione. Questo la rende ancora meno accettabile, e il dovuto “smetta di farsi del male, provi a curarsi” che si rivolge ai tossici assume un valore doppio: in un colpo solo, l’hater che si cura fa del bene a se stesso e smette di ferire le sue vittime.
martedì 1 luglio 2025
Nomea
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