giovedì 15 maggio 2025

L'Amaca

 

L’inutilità delle parole
di MICHELE SERRA
La morte lenta della gente di Gaza, la fame e la sete dei bambini, il blocco dei soccorsi, non hanno più niente a che fare con una rappresaglia fuori controllo e forse neppure con una guerra. Siamo di fronte a un assedio brutale e implacabile, i cui artefici ammettono ormai esplicitamente che sarà tolto solo quando gli assediati saranno scacciati per sempre dalle loro case.
Siamo arrivati al paradosso, pochi giorni fa, dei vertici militari israeliani che hanno cercato di calmierare, almeno in parte, il furore dei ministri ultraortodossi assatanati. I soldati conoscono direttamente l’orrore del sangue e il peso della morte. Non possono permettersi la leggerezza oscena con la quale i capi politici mandano in guerra il loro popolo, a morire o a uccidere gli altri.
Se si ritiene giuridicamente sbagliata o politicamente inopportuna la parola genocidio, una possibile alternativa è: cancellazione. La cancellazione di Israele, così spesso invocata lungo i decenni da molti dei governi arabi circostanti, ha trovato la sua orrenda simmetria nella cancellazione effettiva, operativa, dei palestinesi di Gaza: che è in atto ora, in questi giorni, adesso.
Spiegare la storia tutta intera è sempre importante, ma più importante sarebbe cercare di fermarla quando la storia impazzisce. Emergenza umanitaria vuol dire emergenza umanitaria. Vuol dire che muoiono i civili, le donne e i bambini, e non nella folgore feroce di un attentato o di un pogrom: in un macello lento, lucido e progressivo. Possibile che non si possa fare qualcosa per fermarlo, a parte le stucchevoli parole di condanna, come queste?

Eroico

 





mercoledì 14 maggio 2025

Altavino

 



Che ce frega!

 



Natangelo

 



Robecchi

 

Referendum. Chi non vota e chi vota poco nella Repubblica dei “riformisti”
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Non è carino che ve lo dica io, ma qualcuno deve pur dirvelo: tra meno di un mese – 8 e 9 giugno – si votano cinque referendum, che sono clandestini, invisibili e nascosti. Insomma, l’8 e il 9 giugno sono i giorni in cui i cittadini diranno: ah, ci sono i referendum? Sorpresona!
L’abilità di stampa e tivù nel nascondere le notizie ha ormai raggiunto livelli strabilianti, specie nella tivù di Giorgia, dove basta guardare la sezione economia per pensare che presto festeggeremo l’arrivo della busta paga con sciabolate al Dom Pérignon. Si aggiungono cariche istituzionali che invitano a non votare, tipo il collezionista di busti del duce La Russa, e sindacati gialli tipo la Cisl, sempre al servizio dei padroni. Più le svariate e infinite componenti dell’opposizione (?) che fomentano il casino. Pina Picierno ritirerà due schede, Calenda una, i riformisti del Pd, qualunque cosa voglia dire, si dissociano e scrivono letterine ai giornali, e finisce che la posizione di un Calenda, o di una Picierno, cioè di gente che sulla scena nazionale vale come il due di coppe con la briscola denari, occupa più spazio della notizia che il referendum esista.
Alcuni dei cinque referendum riguardano la più infame legge sul lavoro che sia stata concepita, quella che riduce le tutele con il barbatrucco di chiamarle “progressive”, che aiuta i padroni a licenziare con facilità, che impedisce il reintegro dei lavoratori cacciati ingiustamente, che permette demansionamenti a piacere, insomma il jobs act. Pd e Cgil, insieme a 5stelle e Avs, vorrebbero darle il colpo finale, dopo che già la Corte costituzionale ne ha fatto a pezzi molti articoli.
Qui entra in scena il grande psicodramma Pd, perché la legge fu voluta e votata dal Pd di Renzi, e ora che il Pd non è più di Renzi, giustamente la ripudia, trattandosi di una legge contro i lavoratori e a sostegno delle mani liberissime per le imprese. Scendono in campo le cellule renziane dormienti nel Pd, quelli che non se la sono sentita, ai tempi, di fuggire verso Italia Viva e il suo due per cento, e sono rimasti a fare la fronda interna, appropriandosi impunemente del nome di “riformisti”, come se al vertice del partito ci fosse un Comintern bolscevico (lo so, fa ridere, e per una volta non è colpa mia). Come un partito possa tollerare al suo interno un altro partito costantemente alleato ai suoi avversari è un mistero che non scioglieremo qui: ci vorrebbe l’idraulico liquido.
Poi c’è un referendum che riguarda la legge sugli appalti, per cui dovrebbe essere l’azienda principale a rispondere della sicurezza e non – a cascata – l’appaltino dell’appaltino dell’appaltino, così che quando il lavoratore casca dall’impalcatura viene fuori che responsabile è una qualche zia Pina che ha fondato la ditta l’altro ieri. Seccante, perché parlare di morti sul lavoro fa chic e non impegna, ma quando c’è da votare una norma che li tuteli almeno un minimo si fischietta distratti. In ultimo, ma non per importanza, c’è un referendum per dare agli immigrati che lavorano qui, studiano qui, pagano le tasse qui e vengono considerati italiani per doveri ma non per diritti, la cittadinanza dopo cinque anni (che per la burocrazia diventano sette-otto) invece di dieci. Apriti cielo! Invasione! Sostituzione etnica! Dove andremo a finire! Tranquilli, andremo a finire dove già siamo impantanati: una Repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro e sul ricatto del lavoratore, italiano e straniero, che piace tanto alla destra e ai suoi alleati “riformisti”.

Marachelle

 

Dentro, cioè fuori
DI MARCO TRAVAGLIO
Devo confessare una grave lacuna: non sono mai riuscito a capire perché un condannato per gravi delitti a tot anni debba uscire con largo anticipo per questo o quel permesso. “Certezza della pena” non è un’invenzione dei giustizialisti forcaioli, ma del padre del garantismo Cesare Beccaria. Vuol dire che la condanna scritta nella sentenza definitiva deve corrispondere a quella effettivamente espiata. E, se la pena è la “reclusione”, il condannato deve restare recluso fino all’ultimo giorno previsto dalla sentenza. Solo così la pena ha effetto deterrente: dissuadere il condannato dal riprovarci e tutti gli altri cittadini dal provarci. Altrimenti non solo non scoraggia nessuno dal delinquere, ma incoraggia tutti a farlo, e diventa financo criminogena. L’ultimo caso è quello di Emanuele De Maria. Nel 2016, a Castel Volturno, taglia la gola a una ragazza tunisina di 23 anni e la uccide. Poi fugge all’estero e resta due anni latitante nei Paesi Bassi, fino all’arresto in Germania nel 2018. Siccome siamo il Paese di Bengodi, neppure un omicidio volontario così efferato basta per l’ergastolo: nel 2021 la Cassazione lo condanna a 14 anni e 3 mesi. Ma, se li scontasse tutti, sarebbe già grasso che cola. Invece nel 2023, a cinque anni dall’arresto e a due dalla sentenza definitiva, è già fuori in permesso diurno di lavoro. Su richiesta del generoso carcere di Bollate, il Tribunale di sorveglianza lo manda a lavorare come receptionist in un hotel, visto il curriculum di “detenuto modello” (in cella non ha ammazzato nessun altro).
Il tempo di ambientarsi, e De Maria sgozza una collega con la solita tecnica, più altre coltellate ai polsi, uccidendola; poi taglia la gola pure a un collega, che non muore solo per miracolo; infine si suicida. Seguono le solite geremiadi dei politici che hanno approvato o ampliato o mantenuto i demenziali benefici penitenziari (pensando a se stessi) e ora strillano contro i giudici che li applicano. Questi ribattono che hanno applicato le leggi e non potevano certo prevedere la recidiva di De Maria, tantopiù che Bollate vanta il più basso tasso di ricadute d’Italia. I “garantisti” temono una stretta ai permessi e citano le solite statistiche come prova che chi esce di galera in anticipo torna a delinquere molto meno di chi sconta la pena per intero. Naturalmente nessuna statistica può dimostrare una tale sciocchezza: il numero dei condannati non corrisponde a quello dei delitti, che in grandissima parte restano impuniti. Però le statistiche sono una bella consolazione per le vittime dei delinquenti a spasso: “Caro, ci dispiace tanto, ma tranquillo: quello che ha tagliato la gola a te o a tua figlia è una rarità che rientra nel solo 17% dei tagliagole in pena alternativa al carcere. Ora non ti senti già meglio?”.