Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 11 maggio 2025
Precisazioni
Facciamo due conti
Vaticano, i conti non tornano: Prevost punterà a nuovi introiti
DI VINCENZO BISBIGLIA
Bergoglio lascia in eredità un ente per promuovere le donazioni. Il passivo per il 2024 ammonta a 70 milioni di euro
“Lavorare come uomini e donne fedeli a Gesù Cristo, senza paura, per proclamare il Vangelo, per essere missionari”. Va bene la “pace disarmata e disarmante”. Vanno bene i “ponti” e il “dialogo” in continuità con Bergoglio. Ma è nella prima benedizione urbi et orbi di giovedì scorso che il neo papa Leone XIV ha messo in chiaro parte di ciò che sarà il nuovo corso della Chiesa Cattolica: puntare sull’evangelizzazione. “Urge la missione”, è l’imperativo, pronunciato anche durante la prima omelia di venerdì. Servono nuovi cristiani. Pardòn, nuovi cattolici. D’altronde le casse vaticane non solo languono, ma trasudano debiti e perdite da ogni poro. Basti considerare che il passivo di bilancio per il 2024 è quantificato in circa 70 milioni di euro, ancora molto alto sebbene inferiore agli 83,5 milioni registrati nel bilancio del 2023.
In Conclave, invece, Robert Prevost ha portato indirettamente in dote una donazione di circa 14,7 milioni di euro. È la cifra investita in 118 progetti ecclesiastici dalla Papal Foundation, organizzazione benefica statunitense nel cui consiglio d’amministrazione siede Timothy Dolan. Parliamo del cardinale di New York, amico di Donald Trump, che secondo i vaticanisti ha brigato alacremente fuori e dentro la Cappella Sistina per l’elezione del connazionale di Chicago. Non è un caso che proprio dagli Stati Uniti ogni anno arrivi quasi un terzo (il 28,1%) dei contributi mondiali all’Obolo di San Pietro (l’Italia è seconda, con il 6,4%). Ovvio che per il Vaticano quello a stelle e strisce sia un “mercato” da aggredire. Anche perché negli Usa i cattolici sono il 20% del totale, circa 70 milioni di persone, contro il 45% circa di protestanti. E tra l’altro, la loro percentuale è destinata a crescere, insieme al peso della comunità ispanica (pro repubblicana) nella politica americana.
Che le donazioni esterne vadano incrementate, d’altronde, lo sosteneva anche Papa Francesco. L’11 febbraio scorso proprio il compianto Jorge Bergoglio aveva istituito la Commissio de donationibus pro Sancta Sede, organismo “il cui compito specifico – si legge sul sito del Vaticano – è quello di incentivare le donazioni con apposite campagne presso i fedeli, le Conferenze Episcopali e altri potenziali benefattori”. Una sorta di eredità progettuale. Va considerato che le donazioni esterne – 217,6 milioni di euro a bilancio nel 2023 – rappresentano oggi quasi la metà (il 45%) delle entrate complessive della Santa Sede, poco meno di 438 milioni di euro. Soldi che comunque non bastano a coprire le cosiddette operating expenses, quelle uscite che nel 2023 ammontavano a 484,4 milioni, cresciute di oltre 10 milioni di euro rispetto al bilancio 2022.
Eppure Papa Francesco ce l’aveva messa tutta per provare a sistemare i conti vaticani. Eletto nel 2013, quando in Europa andavano di moda concetti come “spending review” e “austerity”, la moral suasion di Bergoglio ha funzionato solo in parte. Nel 2014 ha spostato l’Apsa, l’agenzia apostolica che gestisce tutto il patrimonio della Santa Sede – stimato, secondo Milano Finanza, in 4,2 miliardi di euro – sotto il controllo della Segreteria dell’Economia, una sorta di ministero del Tesoro d’Oltretevere. Subito dopo ha creato l’Ufficio del revisore generale, condotto da un laico, naufragato però dopo (e nonostante) l’esplosione del caso Becciu e del presunto scandalo del palazzo di Londra. Nel 2020 è quindi arrivata la riforma della gestione dei fondi papali. Poi ci sono stati gli investimenti sulla sanità, dove a fine 2022 sono arrivati provvidenziali i 75 milioni donati dalla Fondazione Leonardo Del Vecchio per salvare l’ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina di Roma.
Come succede con molte aziende pubbliche italiane, anche in Vaticano a pesare sul bilancio sono però i costi del personale, circa 167 milioni di euro, il 34% delle uscite totali pari a 495,4 milioni. Si tratta di una voce in crescita, ben 9,5 milioni in più rispetto al 2022, per un settore risorse umane che conta appena quattromila laici. E con una bomba a orologeria che non smette di fare tic tac. La trasmissione Report – il servizio di Giorgio Mottola andrà in onda stasera su Rai Tre – ha scoperto che già nel 2016 la spesa pensionistica del Vaticano nel 2016 ammontava a circa 30 milioni di euro l’anno per circa 1.200 pensionati. E che il Fondo Pensione d’Oltretevere conta ben 78 milioni di euro di perdite annue, per un deficit previsto che, già a quota 736 milioni di euro, viaggia incontrastato vero il miliardo. Buon lavoro papa Leone XIV.
Se per caso
Donald, non farlo
DI MARCO TRAVAGLIO
Secondo il Jerusalem Post, Trump sarebbe così furioso con Netanyahu per i massacri a Gaza e le fregole di guerra all’Iran (mentre gli Usa trattano con Teheran e persino con Hamas) che mediterebbe di riconoscere lo Stato di Palestina. Noi speriamo vivamente che sia una fake news, perché abbiamo a cuore la salute psicofisica dei giornalisti italiani. Che, già molto provati dalla strenua e intrepida resistenza antitrumpiana che combattono ogni giorno dai rispettivi divani a distanza di sicurezza di settemila chilometri, potrebbero non riaversene. Ma come: da quando il puzzone pittato di giallo si riaffacciò sulla scena minacciando di tornare alla Casa Bianca, si sgolano a ripeterci che Trump segnerà non solo la fine dell’America, della democrazia e dell’Occidente (fino all’altroieri così floridi e fiorenti), ma pure del mondo, oltre a spianare Gaza e Cisgiordania col suo compare Bibi, a fingersi pacifista mentre è il più guerrafondaio di tutti (vuoi mettere invece Obama premio Nobel per la Pace, la Clinton, Biden e la Harris) e a scatenare come minimo la Terza guerra mondiale; e quello che fa? Non solo invia aiuti ai gazawi contro il volere di Israele, ma riconosce pure la Palestina? Manca solo che vadano in buca i negoziati su Ucraina e Iran, poi le nostre facce da Ventotene si suicidano in massa come la setta del Tempio del Popolo.
Ove mai lo facesse – ma è appunto un’ipotesi assurda – spiazzerebbe e sputtanerebbe tutti quelli che in Occidente gli danno lezioni di diritto internazionale, democrazia, etica e umanità. Perché la Palestina, riconosciuta dal 70% dei Paesi del mondo, fra cui Russia, Cina, India, gran parte dell’Asia, dell’Africa e del Sudamerica, non esiste neppure come Stato virtuale per quasi tutta l’Europa, oltreché per Canada, Giappone, Australia e Sud Corea. E naturalmente per gli Usa, dove un anno fa Biden pose il veto in Consiglio di sicurezza al suo ingresso nell’Onu. A parte Irlanda, Spagna, Romania, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Norvegia, Cipro, la gran parte dei Paesi europei si guardano bene dal riconoscerlo. Incluse Francia, Germania, Uk e ovviamente Italia. Manca solo che Trump li scavalchi arrivando prima, costringendoli a insani e frettolosi gesti emulativi che ne aggraverebbero la servitù agli yankee. A quel punto papa Leone XIV, che per i partigiani da sofà della Brigata Rimbambiden è stato eletto solo per fare il culo a Trump, potrebbe persino farsi sfuggire una mezza parola buona sul puzzone. Così le migliori redazioni si farebbero esplodere in blocco e i talk non saprebbero più chi invitare. Quindi Trump non si metta strane idee in testa: la Palestina non esiste e non deve esistere. Se non vuole fermarsi per Bibi, lo faccia per noi.
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