domenica 19 gennaio 2025

L'Amaca

 

Aiuto! Voglio scendere
DI MICHELE SERRA
Immaginate, un bel giorno, di aprire il vostro frigorifero e trovare cibi che non avete mai comprato. Si sono materializzati da soli, per volontà del frigorifero stesso.
Magari vi piacciono, magarino, ma non è questo il punto. Passato lo stupore iniziale, subentra una domanda sgomentevole: da quando i frigoriferi si riempiono da soli? Perché il mio frigorifero non mi ha chiesto il permesso?
Indipendentemente da chi paga il conto di quei cibi non richiesti (io, sicuramente) chi comanda, tra me e il mio frigorifero?
Allo stesso modo: aprendo la mia pagina di scrittura come faccio ogni giorno, più volte al giorno, ho scoperto che non è più vuota. In alto a sinistra appare una nuova icona, quella di copilot, un programma di intelligenza artificiale incaricato di assistermi mente scrivo. A partire da questa Amaca.
Naturalmente, il programma si attiva solo cliccando sull’icona: ma l’icona, nonché la riga di testo che la presenta, campeggia, indesiderata, in ogni mia nuova singola pagina. Ho cercato di rimuoverla ma non è per niente facile, proverò a farlo, dopo il weekend, con l’ausilio del tecnico che mi assiste quando sto per soccombere alla tecnologia.
Resta una sensazione, greve, di intrusione. Di non libertà. Perché nel mio programma di scrittura deve apparire l’icona di copilot senza che io l’abbia richiesta, anzi senza neppure sapere che esiste? Il commercio di tecnologia ci prevede come clienti, che scelgono e adoperano solo ciò che gli serve, o come terminali passivi, come cavie di un’accelerazione ininterrotta? E su quale icona si deve cliccare, per attivare la funzione “aiuto, voglio scendere!”?

Recensione di pensiero

 

L’egemonia di Duro e il cinepanettone della finta “sinistra”
CORTOCIRCUITO - Il comico, la destra e le battute
DI SELVAGGIA LUCARELLI
“I moralisti sono la categoria che più amo. È grazie a loro se faccio tutti questi numeri in teatro. Perché s’incazzano per quello che dico e mi fanno vendere più biglietti”.
Angelo Duro spiega sinteticamente come tutti gli indignati che in questi giorni sono preoccupati per il successo del suo film “Sono la fine del mondo”, rappresentino la sua fortuna. Una fortuna basata sul nulla, tra l’altro, perché per ritenere la comicità di Angelo Duro qualcosa di “scorretto”, qualcosa che possa rappresentare “il faro dell’egemonia culturale della destra”, qualcosa – perfino – che somigli al Vannaccismo, bisogna essere molto impressionabili. O, in alternativa, Stefano Cappellini (che appunto ritiene Duro un riferimento della cultura di destra, quella che legittima il pensiero scorretto).
Qualcuno, tra i commenti a un suo video, ha scritto che Duro sembra “uno stand-up comedian americano ordinato su Temu”. Neanche su Whish, su Temu. Come a dire che nella classifica dei comici innocui non è neppure sul podio con Panariello, ma con Martufello. E in effetti le battute di Duro fanno sembrare Vannacci un nazista dell’Illinois. Per esempio, nel film un’ambientalista che fa volantinaggio si avvicina al comico e gli chiede: “Lo sai che mentre ti parlo si sta sciogliendo un ghiacciaio al Polo Nord?”. Riposta: “E allora non mi parlare, stai zitta!”. Sempre nel film Duro nota un fiocco rosa sul portone del palazzo e “Un’altra cagacazzi è nata!”. O dice a un tizio obeso, in aeroporto: “Vai a piedi a Palermo, così dimagrisci!”. Insomma, comicità ruvida e scorretta, un film violentemente anti-woke che si fa portavoce dei pensieri più biechi, razzisti, macisti e pure ageisti, visto che Duro, nel film, odia i due anziani genitori.
Certo, il fatto che la famiglia tradizionale esca piuttosto malconcia dalla storia sembrerebbe tradire la vocazione vannacciana del film, ma facciamo finta di niente, che altrimenti a Cappellini cade tutto l’impianto accusatorio. La verità è che Angelo Duro non è – prevedibilmente – Ricky Gervais, non è – prevedibilmente – Louis C.K. e, qui sta il vero dramma, non è – imprevedibilmente – neanche Pio e Amedeo. Le battute del suo film sono deboli, polverose e innocue e al massimo Duro che fa una battuta al ciccione o alla femminista può risultare un faro della prevedibilità e dell’antipatia, non certo dell’egemonia culturale della destra. Che si fa spazio utilizzando mezzi molto meno grossolani che qualche battuta scema al cinema. In realtà – questo Cappellini non l’ha realizzato – c’è molto più ammiccamento al pensiero vannacciano nei suoi editoriali che nel film del comico. Sono molto più utili al radicamento dell’egemonia culturale della destra i suoi “narcisista etico” indirizzati a Zerocalcare perché protestava contro Chiara Valerio e il suo ormai noto invito a Caffo alla fiera sui libri, o il suo dileggiare un podcast che parlava di violenza psicologica su una donna minimizzando la questione come roba da “egotici vittimisti” visto che non c’era neppure un briciolo di violenza fisica. O quando accusava Amnesty di organizzare finti presidi pacifisti che in realtà – secondo lui – nascondevano una simpatia per Hamas. E così via. Insomma, se fossi stata Giorgia Meloni io il ministero della cultura l’avrei dato più a Cappellini che a Giuli o a Duro. Giuli, presunto intellettuale, suona il flauto di Pan in mezzo a un campo di grano. Duro, presunto comico del politicamente scorretto, è l’evoluzione cinica del Cinepanettone. Cappellini è la presunta sinistra e basta. Quella che incanta e trascina più gente a destra che il piffero magico di Giuli.

sabato 18 gennaio 2025

Grazie AI!




Differenze

 



Natangelo

 



56 euro lordi

 

Più facile fare il ministro che la maschera. I requisiti: test, laurea, lingue e simpatia
CHIETI - Novantadue aspiranti al teatro Marrucino per uno stipendio di 56 euro a chiamata
DI ANTONIO D’AMORE
Quando la tv era in bianco e nero e aveva due canali, al cinema s’andava molto più spesso. Le platee erano talmente affollate da rendere necessaria la presenza di una figura chiaramente riconoscibile: la maschera. Lungi dall’essere procaci signorine come quelle nei film americani, le maschere italiane erano spesso anziani parenti dei gestori, quando non i gestori stessi, che con modi spicci, gestivano il traffico tra platea e galleria. Armati di una piccola torcia e col “vaffa” sempre pronto, erano veri vigilantes. Un po’ meglio, ma solo per la tipologia dei luoghi, erano le maschere teatrali, che, simili a hostess tra velluti e stucchi, accompagnavano i non abbonati alla poltrona o al palco. Poi le maschere sono diventate sempre più rare, fino quasi a sparire.
Eppure, è un lavoro che esercita ancora un forte richiamo: al bando per nuove maschere del Teatro Marrucino di Chieti, in poco più di un mese hanno risposto in 92. E non è un lavoro da torcia in mano, anzi, le nuove maschere dovranno gestire “Accoglienza del pubblico, controllo biglietti e/o abbonamenti d’ingresso, assistenza per la sistemazione del pubblico in platea e nei palchetti, presidio delle aree e degli accessi, controllo delle uscite di sicurezza, presidio e gestione del guardaroba, vigilanza per l’applicazione dei divieti, delle limitazioni e delle prescrizioni relativi a norme comportamentali del pubblico, vigilanza sulle strutture e sugli arredi, attuazione del Piano di emergenza, controllo e vigilanza nell’attuazione di eventuali protocolli sanitari”; non solo: dovranno anche curare “la distribuzione di materiale informativo e/o promozionale, la vendita e/o distribuzione di alimenti e bevande, pulizia degli spazi aperti al pubblico e delle aree a servizio”, fino alla “somministrazione di questionari o altri strumenti finalizzati alla verifica della Customer Satisfaction”.
Praticamente tutto quello che c’è da fare in teatro, tranne che recitare. I 92, oltre a dover essere diplomati o laureati, dovranno anche sostenere un test a risposta multipla “volto ad accertare la conoscenza delle mansioni oggetto dell’incarico, della storia del Teatro Marrucino, dell’inglese e/o francese e il livello di cultura generale“. E “nella valutazione globale saranno altresì considerati la cordialità, la correttezza nel comportamento tenuto e la capacità espositiva, il possesso eventuale di titoli di studio superiori a quello necessario per l’ammissione ed eventuali esperienze di lavoro certificabili in analoga funzione presso altre strutture teatrali o di spettacolo”. Tutto per uno stipendio di…? No, nessuno stipendio, la paga è a chiamata: 56 euro lordi alla volta, indipendentemente dal numero di ore o se si tratta di lavoro diurno o notturno, feriale o festivo.

Fischieranno le orecchie?

 

Cappellini e cappellate
di Marco Travaglio
Se ogni tanto leggiamo Stefano Cappellini è solo perché ha il pregio di riassumere tutti i tic più cretini della presunta “sinistra”, che poi è l’assicurazione sulla vita della cosiddetta “destra”. L’altro giorno il genio di Repubblica ha partorito i seguenti pensierini: “Trump e la favola del tycoon pacifista importata dai populisti di casa nostra”, “Conte si è rallegrato per ragioni che sono esattamente contrarie a tutte le linee guida di Trump, il quale ha appena minacciato di occupare militarmente il canale di Panama e la Groenlandia, di scatenare ‘un inferno a Gaza’… e ha evocato una possibile annessione del Canada, forse pacifica, magari un dpcm simil-contiano” (battutona), “Conte non è solo in questa follia sul Trump arcobaleno, sollecitata dal suo guru Travaglio”. Naturalmente nessuno ha mai detto che Trump è un pacifista arcobaleno: semmai che nel primo mandato non fece guerre, anzi ne chiuse due; che è un affarista pragmatico e ritiene le guerre un inutile dispendio di soldi, soldati, energie e un intralcio al business; che fra l’invasata intenzionata a perpetuare il conflitto perso in Ucraina e il manigoldo fautore di un negoziato di compromesso con Putin che metta fine all’inutile strage di ucraini, era meno peggio il secondo. Ma è inutile spiegare queste banalità a Cappellini, che è una sorta di Fassino minore.
Il pover’uomo aveva appena finito di scrivere le sue scempiaggini, quando gli è caduta in testa la tregua Israele-Hamas a Gaza, attribuita a Trump anche da Lucio Caracciolo (che scrive pure lui su Rep ma sa di cosa parla). Anche lì nessuno spirito missionario pro Pal: Trump vuole accordarsi con l’Arabia Saudita per stabilizzare l’area e isolare vieppiù l’Iran. Ergo non gli conviene che Netanyahu continui a massacrare i palestinesi e annetta Gaza facendo apparire i sauditi come traditori collaborazionisti. Infatti il suo rude inviato Witkoff, in cinque ore di colloquio burrascoso, ha costretto Bibi a ingoiare la fragile tregua proposta da Biden e Blinken un anno fa, ma sempre respinta. Bibi aspettava Trump, che ora è arrivato e può fare a meno di lui, mentre Bibi non può fare a meno di Trump. E, nella sua visione imperiale ma multipolare (poche potenze con le loro zone d’influenza), Trump non contempla alleati alla pari: solo sudditi. Voi capite il dramma di Cappellini, che contava i giorni per le invasioni trumpiane di Panama, Groenlandia e Canada, e si ritrova solo soletto con la tregua trumpiana: “L’inviato di Trump è stato coinvolto in tutti i colloqui. Anzi, è andato a parlare con Netanyahu per chiarire che Trump voleva l’accordo e se fosse saltato era pronto a bloccare gli armamenti allo Stato ebraico”. Lo dice Conte? Travaglio? No, Repubblica. L’hanno rimasto solo, ’sti quattro cornuti.