mercoledì 8 gennaio 2025

Percentuali




Ma come son contento....

 

... di vedere la faccia di questo energumeno che soffre ma non lo da a vedere! 




Hai proprio ragione Paolo!

 



Natangelo

 



Non ci capiamo più un'Acca!

 



Risikamente

 

Neo-colonialismo. Risiko trumpiano: e adesso annettiamoci la Groenlandia
di Alessandro Robecchi
“Attacco la Kamchatka!” è un grido che mischia rimembranze dell’adolescenza, lancio di dadi, notti insonni, liti furibonde tra amici e voglia di conquista del mondo. Insomma, inutile spiegarlo a chi (quasi tutti, spero) abbia mai preso in mano due dadi e qualche carrarmatino del Risiko, gioco da tavolo bello e bellico. Quindi può far sorridere leggere che oggi, anni Venti del Terzo millennio, risuoni il grido “Attacco la Groenlandia”. Eppure.
La Groenlandia è grande più di sette volte l’Italia e ha meno abitanti di Frosinone, è una colonia della Danimarca, che le concede una forte autonomia, ma forse sarà presto indipendente grazie a un referendum tra i suoi 56.800 abitanti, che si svolgerà tra poco, probabilmente in aprile. Della Groenlandia, diciamoci la verità, non fregava molto a nessuno, perché un continente ghiacciato non era poi così glamour. Però adesso i ghiacci si sciolgono (al ritmo di una superficie grande come il Veneto ogni anno), il terreno diventerà trivellabile (c’è molto petrolio), vanno di moda nuovi tesori (un quinto delle terre rare, preziose per l’industria tech, si trova lì) e i nuovi equilibri geopolitici mondiali (le rotte commerciali artiche) fanno della Groenlandia un bocconcino prelibato. Leggi: uno snodo strategico per chi vuole appunto, come a Risiko, conquistare il mondo.
Virgolette: “Ai fini della sicurezza nazionale e della libertà in tutto il mondo, gli Stati Uniti ritengono che la proprietà e il controllo della Groenlandia siano una necessità assoluta”. Firmato: Donald Trump. In soldoni – è proprio il caso di dire – gli Stati Uniti vorrebbero comprarsela, per farne una specie di avamposto e tappa preziosa tra Europa e Nord America, con l’inevitabile corollario di basi militari, trivellazioni, saccheggio di risorse e conseguenti pericoli per l’area protetta più grande del pianeta. Il premier groenlandese Múte Egede ha già detto che non se ne parla nemmeno, la Corona danese ha appena modificato il suo stemma mettendoci un orso polare, come dire “giù le mani”, ma insomma, l’Opa sulla Groenlandia è stata lanciata, e si vedrà. Colpisce però, nella dichiarazione di Trump, la proprietà transitiva, il ricalco in scala uno a uno, tra l’interesse strategico, commerciale ed economico degli Stati Uniti e “la libertà in tutto il mondo”. Più che un’equazione sembrerebbe un’equivalenza: siete liberi se siete nostri. Vecchio trucco, che è, se ci pensate, il fondamento alla base di ogni colonialismo (prima) e imperialismo (poi). È quello che diceva Colombo agli indios, o i belgi agli autoctoni neri del Congo, quello che dicevano i francesi agli algerini, gli afrikaaners sudafricani ai neri, gli italiani in Abissinia, con una retorica risibile che risuona ancora oggi: “Gli abbiamo fatto le strade!”, che non aggiunge mai la verità successiva: per conquistarli meglio.
Non so se tra dieci o vent’anni, oppure prima, ci troveremo a difendere la Groenlandia dall’imperialismo, non mi stupirebbe, ma resta il fatto che la conquista, il possesso, il controllo di territori altrui, purché ricchi e/o strategici è ancora – come nei secoli passati – il motore di grandi e piccole potenze aggressive e violente, vedi Putin con il Donbass, vedi Israele che si espande a Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, con un disegno coloniale così evidente che rivela come complice chi finge di non vederlo. So cosa state pensando: e in tutto questo, l’Europa? Ecco bravi, lo dico anch’io: e in tutto questo l’Europa, che è colonia a sua volta? Buon anno.

Libertà ed affini

 

Censura mon amour
di Marco Travaglio
“È un mondo spietato, figliolo! Bisogna tener duro fino a quando passerà questa mania della pace!”. La frase di Full Metal Jacket è la perfetta epigrafe del nostro Mondo di Sottosopra, che sdogana la guerra. E, di conseguenza, la censura. In Germania chi parla di Gaza deve copiare le veline di Netanyahu e il governo taglia i fondi a due Ong israeliane: una si batte per i palestinesi, l’altra per gli obiettori di coscienza israeliani. Macron e altri campioni di liberaldemocrazia vogliono combattere le destre antieuropee e filorusse copiando la Russia: cioè impedendo a Musk di intervistare su X la leader di Afd. Il portavoce della Commissione Ue ricorda loro che “Musk è libero di esprimere il proprio punto di vista sulla politica europea, è nel suo diritto, rientra nella libertà di parola alla base del Digital Service Act”. Apriti cielo! I censori democratici protestano: va bene la libertà di parola, ma solo se la usano loro. Zuckerberg bandì persino Trump dai social di Meta e quello dovette crearsene uno tutto suo, finché Musk comprò Twitter (ora X) e ridiede libertà a tutti. Tutte le notizie su Gaza bloccate da Meta sono passate da X. Ora Zuckerberg, per baciare la pantofola a Trump, elimina da Facebook e Instagram il cosiddetto “fact checking”: l’odioso algoritmo che censura le notizie sgradite a Biden, parenti e compari. E c’è pure chi protesta in nome della liberaldemocrazia. Nel Mondo di Sottosopra, non deve vergognarsi chi censura, ma chi non lo fa. Infatti il censore Zuckerberg è sempre stato fra i “buoni”, almeno finché (come Musk) sosteneva i Dem. Ora che s’inchina a Trump diventa cattivo, ma solo un po’, anche perché ha appena infilato nel Cda di Meta John Elkann, genio dell’automotive e padrone di Stampubblica amato dal Pd. Quindi per lui le sacrosante campagne contro i tecno-monopolisti e oligopolisti non valgono: per Musk invece sì.
Nell’orticello italiota destre & Pd vietano la proiezione ad Arezzo del documentario di Russia Today “Maidan, la strada verso la guerra”, che espone il punto di vista russo sulle origini della guerra ucraina. L’articolo 21 della Costituzione vale solo per il punto di vista ucraino. E il noto liberaldemocratico Aldo Grasso sul liberaldemocratico Corriere chiede di “chiudere la sede Rai di Mosca” perché la corrispondente Liana Mistretta ha osato “dar conto del discorso di fine anno di Putin” con queste gravissime parole: “Putin afferma fiducioso che ‘tutto andrà bene, tutto andrà avanti’”, anziché inventarsi che Putin ha detto “va tutto male” per far contento Grasso. Il quale commenta sconsolato: “Il Tg2 sembra tornato ai tempi di Marc Innaro”, che “sosteneva la tesi putiniana dell’allargamento a Est della Nato”. Cioè si permetteva financo di dire la verità.