Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 4 dicembre 2024
Dal suo punto di vista
È e sarà per sempre un comico, uno che ad un certo punto della sua vita ha deciso di immergersi in un’avventura pazzesca, scalfente quell’immobilismo gattopardesco che da tempo immemore ci attanaglia. Ha rinunciato per quell’idea a milioni di euro che i suoi spettacoli gli avrebbero versato nelle già pingui tasche. Il famigerato sistema avrebbe sicuramente trovato delle irregolarità dei suoi adepti durante la guerra di nervi che pennivendoli ed affini gli scatenarono al tempo - chi non ricorda i rutti dei giornaloni al tempo della Raggi sindaco di Roma, oggi insonorizzati verso il pidino al comando che di barbarie ne sta commettendo a iosa? -
Ha ragione il comico: il Movimento è defunto e quello che la Persona per Bene sta attualmente conducendo è un’altra cosa. La differenza enorme per una vaga idea di socialismo sta nel rifiuto delle guerre e dell’accaparramento di armi. Al momento è l’unica scintilla che m’induce ancora a votarli. Vamos!
Beppinamente
Beppe è un patrizio draghiano che ignora poveri, sanità e guerra per un “futuro” vago
DI DANIELA RANIERI
Dal video di Grillo in carro funebre, trovata a basso (?) costo per certificare la morte di qualcosa che lui vuole a tutti i costi riprendersi, abbiamo capito tre cose.
1) Egli è in buona fede: chi immagina un Grillo assetato di potere che non si fa scrupolo di distruggere il movimento contizzato per alimentare il suo ego e il suo Isee (il sospetto c’è), sbaglia. Grillo crede davvero che Conte e i suoi sodali abbiano snaturato il M5S, e ha covato per mesi il rimorso del dott. Frankenstein per la sua creatura fuori controllo. Il problema è che questi “sodali di Conte” ormai sono il 63% degli iscritti, e di ciò Grillo deve capacitarsi.
2) Grillo sostiene che gli iscritti siano stati plagiati da una “narrazione” menzognera. “Tutti i progetti che mandavo al Mago di Oz non sono arrivati perché lui non si faceva trovare. Una cinquantina di cose meravigliose”. Tipo? “Sfiducia costruttiva”, su cui Conte è sempre stato d’accordo, “legge anti-zombie cioè cambi di casacca”, idem, “legge sui condòmini, sulle assemblee non a unanimità ma a maggioranza per limitare il turismo degli affitti a 2-3 giorni, poi 2-20-20, tutela dei dati cittadini”… Sono cose da referendum di un cantone svizzero. Grillo, milionario, che ormai comunica con la gente solo in modalità broadcasting (spettacoli-video-blog), ignora la condizione degli ospedali pubblici e dei lavoratori poveri e non menziona la guerra a cui ci conducono i padroni del mondo; non ha più soluzioni per agire sulla Struttura della società, ma solo sui suoi perfezionamenti, che chiama vagamente “futuro”. Per lui il quesito sulla Sanità serviva solo a coprire quelli per far fuori lui e la regola dei due mandati. Conte non avrà ascoltato Grillo, ma magari ascolta la gente.
3) Grillo, psicanaliticamente, rimuove il motivo del distacco del suo popolo da lui: l’appoggio al governo Draghi e la relazione affettuosa con lo stesso ai danni di Conte (il soprannome “Mago di Oz” lo ha coniato per caso durante una delle sue telefonate col superbanchiere “grillino”?). Un presidente del Consiglio fatto fuori perché i patrizi dovevano spartirsi il bottino del Pnrr e prendersi il merito di aver fatto uscire il Paese dalla pandemia avrebbe anche motivo di serbare rancore al padre che si è alleato coi suoi aguzzini. E i 300 mila euro l’anno (per “comunicare”: male, come s’è visto) in un movimento ai cui eletti era d’obbligo mostrare gli scontrini del bar lo hanno reso un patrizio draghiano a pieno titolo.
Robecchi
Basso Impero. Qui una volta era tutta democrazia, che ora è anche “liberale”
di Alessandro Robecchi
C’è qualcosa di squisitamente, perversamente medievale, nelle nostre belle democrazie, anche se pare che la parola “democrazia” non sia più di moda, sostituita dalla formula “democrazia liberale”, che sembra più accettabile all’establishment, cioè a chi comanda. Se ci fate caso, l’aggiunta dell’aggettivo “liberale” è ormai obbligatoria, cade come lo zucchero a velo sul pandoro e dolcifica tutto. Ma è un segnale interessante: “democrazia” da sola, senza aggettivi, non basta, non descrive a sufficienza l’impostazione ideologica, la direzione economica liberista, l’unica consentita. Una volta qui era tutta democrazia, signora mia, ora è tutta “democrazia liberale”, e noi quasi non ce ne siamo accorti. Vedi a volte come succedono le disgrazie.
Nella più grande democrazia liberale del mondo – altra formula che andrebbe ogni tanto verificata, tipo tagliando alla macchina – il presidente uscente Joe dona, nel corso di una toccante cerimonia, la grazia al figlio Hunter, che potrebbe andare in galera parecchi anni per svariati motivi, tra cui droga, evasione fiscale e possesso abusivo di armi da fuoco, senza contare gli affarucci milionari in zone poi esplose come l’Ucraina. Insomma, l’imperatore decide dell’immunità di amici e parenti, con la semplice imposizione delle mani: ha la giacca, la cravatta, lavora in una bella stanza ovale, ma non è difficile immaginarlo su un trono dorato, con un grande mantello e la corona in testa che regala al figlio l’impunità (e in altri tempi, magari un principato in Toscana o il protettorato della Baviera). Mentre la democrazia liberale si traveste da basso Impero, la sua poderosa macchina è alimentata a privilegi per una ristrettissima élite di miliardari che paga pochissime tasse, contribuisce poco e niente alla crescita sociale, crea un potere parallelo a quello dello Stato ed espande la sua rete su tutto il pianeta, praticamente senza controlli o contropoteri. In più fa molti soldi con le armi, per gradire.
Nelle democrazie liberali europee, invece, le élite regnanti sono alle prese con altre élite, con poteri forti che sembrano più forti di loro. Anche qui tutto magnificamente “liberale”, certo, come gli anni e anni e anni di munifici dividendi distribuiti agli azionisti Stellantis, mentre gli operai del gruppo si abituavano a lavorare un po’ sì e un po’ no, tre giorni alla settimana, anzi due, anzi niente del tutto. Nella “Repubblica fondata sul lavoro” (cit), l’amministratore delegato di Stellantis se ne andrà a casa con un centinaio di milioni di euro, a mo’ di ringraziamento per aver impoverito un marchio e ridotto le produzioni, mentre grazie alle leggi sul lavoro (tutte scritte dalla cosiddetta “sinistra”, ancorché, ovviamente, “liberale”, ovvio), i lavoratori andranno a casa, senza più lavoro, con due cipolle e un pomodoro, se va bene.
Nell’ex locomotiva Germania, oggi alle prese con la crisi Volksvagen, qualcuno ha fatto il conto che per raggiungere la cifra che si sono messi in tasca i principali azionisti del gruppo negli ultimi dieci anni, un operaio di Volksvagen – pur tra i meglio pagati del mondo – dovrebbe lavorare centomila (sì, 100.000) anni. In questa situazione di impoverimento di molti e arricchimento vergognoso di pochi, il nemico sembra essere uno solo: il conflitto sociale, che non sta bene, signora mia, sporca, intasa le vie del centro, blocca i treni, crea disagi, contessa. Insomma, ostacola le “magnifiche sorti e progressive” delle nostre luminose democrazie. Liberali, mi raccomando.
Vademecum
Grave, ma non Siria
di Marco Travaglio
Per chi concepisce la geopolitica come un’eterna lotta fra il Bene e il Male, la Siria rimette le cose al loro posto: cioè nel caos più totale. Dove il più pulito ha la rogna.
I “ribelli”. Divisi in una dozzina di fazioni, erano i nemici numero 1 dell’Occidente sotto le sigle jihadiste sunnite di al Qaeda e Isis: ora sono promossi a “insorti” dopo che gli Usa han dato il via libera alla loro offensiva, guardacaso quando Trump sta per arrivare e cacciare il Partito della Guerra.
Curdi. Decisivi per sbaragliare lo Stato islamico, combattono pro Assad. Ma il loro Pkk guida milizie filoamericane, mentre ora gli Usa si sono alleati con i jihadisti filo-turchi e anti-curdi.
Usa. Già capifila delle coalizioni anti-al Qaeda e anti-Isis, appoggiano i reduci di al Qaeda e Isis in funzione anti-Assad.
Turchia. Il doppio-triplogiochista Erdogan appoggia i jihadisti (come prima l’Isis) per abbattere Assad, annettersi il Nord della Siria sull’antico tracciato ottomano-ataturkiano, magari deportare i 3 milioni di profughi siriani che “ospita” in cambio dei miliardi Ue. Intanto resta nella Nato, pur aspirando a entrare nei Brics con i tre protettori di Assad: Russia, Cina e Iran.
Russia. Putin, miglior alleato di Assad, bombarda i jihadisti anche per difendere le sue basi navali e aeree in Siria. Ma mantiene ottimi rapporti con Israele (che dal 1967 occupa il Golan siriano) e non fa una piega quando Netanyahu bombarda la Siria (inclusa l’ambasciata iraniana).
Iran. È stato decisivo, con curdi, Russia e Usa, nella sconfitta dell’Isis. Ma ora è indebolito dagli attacchi israeliani diretti e indiretti (a Hezbollah). Assad è il suo unico alleato rimasto nell’area.
Israele. È lo storico nemico della Siria, tantopiù ora che i suprematisti ebraici al governo con Netanyahu sognano il Grande Israele (Damasco inclusa). Ma si ritrova a fianco di Erdogan, che chiama Bibi “nuovo Hitler”, per dare un’altra botta all’Iran, chiudergli il corridoio al Mediterraneo (Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut) e diventare l’unica superpotenza mediorientale.
Iraq. Cacciati i sunniti di Saddam dagli Usa, a Baghdad governano gli sciiti. Che ora inviano truppe ad Assad contro gli Usa.
Ucraina. Il Kyiv Post rivela che in Siria combattono pure gli 007 di Kiev al fianco dei jihadisti (in funzione anti-russa, come pure in Africa subsahariana). I quali, se prenderanno il potere, torneranno a essere “terroristi” e “tagliagole”. E ci spareranno con le armi che noi fornivamo alla famosa “democrazia ucraina”.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)

