mercoledì 20 novembre 2024

Gli stolti


Gli stolti hanno bovinamente compreso che Montanari abbia paragonato la Meloni a Hitler. 
Non è vero naturalmente. Ma per i soliti stolti impelagati in questa corsa verso il baratro, nell’indifferenza generale, invece è così. Ma Montanari e i savi come lui, è un captare dei segnali, sempre meno flebili, purtroppo.

Ecco l’articolo incriminato:

L’underdog Hitler: la “pancia” e quegli inizi così simili a oggi

Il futuro Führer descrive la sofferenza dei lavoratori, la smania della “roba” dei benestanti, l’indifferenza della politica. Tutto attualissimo, troppo

di Tomaso Montanari 

Se volete capire cosa sta succedendo alle democrazie occidentali, andate a vedere Mein Kampf di Stefano Massini. Lungo i magistrali 85 minuti in cui tiene inchiodato il pubblico, Massini non parla mai di oggi. Ogni parola che egli pronuncia si riferisce a fatti che precedono il 1919: sì, quelle che di seguito citerò tra virgolette sono tutte di Adolf Hitler. Attraverso brani del Mein Kampf e di altre fonti dirette, Hitler racconta le sue frustrazioni e aspirazioni, la sua lettura del mondo e la volontà di sottometterlo. Ne esce uno spiazzante autoritratto del dittatore da giovane: non si vede ancora una svastica, non si parla della Shoah, della guerra. Se ne vede però l’antefatto, la radice, l’inizio. A Vienna, un Hitler diciannovenne conosce la sofferenza della classe lavoratrice, e la descrive con accenti così solidali da far correre un brivido sulla schiena del pubblico, che lì si scopre d’accordo col ‘mostro’: “Laddove chiunque avrebbe chiuso gli occhi per pietà o per disprezzo, io viceversa gli occhi mi imposi di aprirli, e vedevo tutto: lo sforzo infame dei facchini, le schiene piegate delle lavandaie, l’inchino – mento a terra – dei lustrascarpe, calli alle mani dei falegnami, ustioni al polso dei fabbri, tagli verticali sulle gambe degli stagnai, ulcere rosse fino al sangue di chi mescola la calce… ”. Non meno empatia si prova di fronte alla condanna dei benestanti: “Garantiti nella vostra più che ovvia sopravvivenza pasciuti di pranzi a più portate, sprofondati nei palchetti dei teatri, come bambini vi si illuminano gli occhi alla gioia dell’acquisto”. Commiserando questo popolo, diviso per condizione, ma accomunato da un’identica incapacità di mutare destino, il giovane Hitler ha l’intuizione: “Vi manca una guida… Vi manca un Führer”. E poi un’altra: in mancanza di soluzioni, la soluzione è inventare un nemico. Chi? Il diverso, l’altro, l’ebreo: “Lui mi appare all’angolo destro della strada, mi è del tutto indifferente, non avrei alcuna ragione per notarlo, se non fosse che adesso lui avanza nella mia direzione, lentamente, nel centro esatto della strada: e si ferma a pochi passi da me. Le sue scarpe. Il suo caftano. La valigia. L’ampio cappello scuro, tipico della sua… razza”. Lui, e gli altri ‘diversi’ come lui (saranno poi, lo sappiamo, neri, zingari, omosessuali, comunisti…): “A futura memoria riporto la lista dei nemici, prova inoppugnabile di quanto grave sia la cancrena”. Sono questi nemici a perseguitare i bianchi, vittime di un complotto internazionale, una sostituzione etnica: “Parliamo di come ti hanno tolto la voce? Di come ti hanno soffocato in ogni minima ambizione?… Hai dovuto ripiegare scendendo al contrario la scala, gradino dopo gradino… e tu stai zitto? Stai zitto. Tolleri”. Il mondo al contrario: le vittime sono i bianchi, i ‘normali’! Gridiamolo, ‘prima noi!’: basta subire! Hitler capisce che paura e rabbia sono la chiave: “C’è una forza straordinaria nella disperazione. Un combustile perfetto, annidato nel petto di chiunque”. C’è bisogno di “uno chiamato a comandare ben oltre la melassa stantia dei parlamenti, con le loro liturgie”. Non si chiamava ‘premierato’, ma lo scopo ero lo stesso: far fuori “i parlamenti: così inutilmente lenti, così tardivi, soporiferi, inconcludenti”. E il capo, ovviamente, è l’underdog Adolf: “Uno come me, che non sono l’erede di chissà quale dinastia. Non verso liquore francese in calici di cristallo, non ho un posto d’onore da cui salutare ossequiosamente i notabili in vista della città”. Un underdog fortissimo nella comunicazione, lontano dalle complessità incomprensibili delle sinistre: “Per entrargli dentro addosso inestricabilmente e non uscirne più ti servono poche pochissime parole che scavino come gocce: sempre uguali, sempre identiche, sempre uguali. Vuote, prosciugate di qualunque minimo spessore che non sia il loro ripetersi ossessivo”. Parole che indichino “dov’è il bene, dov’è il male, dov’è il pericolo”. Parole che non parlano all’intelligenza, ma alla pancia: “Non è la loro testa che devi conquistare – dice Adolf a sé stesso – non è lì che puoi farli innamorare. Nel petto, nello stomaco, nelle viscere, dove l’istinto regna incontrastato. La tua rabbia, che è la mia, il tuo orgoglio, la tua paura, la tua frustrazione, il dolore, la sconfitta che ho vissuto come te anch’io”. Alla fine, si esce sconvolti: perché noi le conosciamo, le ascoltiamo tutti i giorni, queste parole. Sono quelle dei Trump, Milei, Orbán, Salvini, Meloni, Vannacci: dopo un secolo, la retorica con cui l’estrema destra arriva al potere è esattamente la stessa. E sono le stesse anche le le colpe di noi benestanti, che ascoltiamo tutto questo ancora sprofondati nei palchi di un teatro. Anche chi è convinto che lo sviluppo della storia sarà completamente diverso, dovrebbe interrogarsi sul fatto che l’inizio è dimostrabilmente, terrificantemente, identico. Possiamo scegliere di non vederlo: ma è tutto lì, in quegli 85 minuti.

Che staranno facendo?




Arthur!




Non penserete mica...

 



Banche armate

 



E ha detto tutto!

 



Porcellum e Profeta: l’odonto-statista e domatore di leggi

ROBERTO CALDEROLI, L’ETERNO LEGHISTA - Bocciato in autonomia. La sentenza della Consulta lo ha colpito come un gancio. Poi, gradasso, ha promesso: “Una volta riscritta la riforma, spero che la sinistra taccia. Per sempre”

di Pino Corrias 

Il giocoliere Calderoli, detto “l’odonto-statista”, “il matto”, e persino “il pasticcione”, è un gigante dello spettacolo. Viene da Bergamo, aggiustava i molari, ma è capace di esibirsi in numeri più divertenti del circo cinese. In Parlamento fa il domatore di leggi che finiscono sempre per rincorrerlo e morderlo. Mentre nel giardino di casa, sui colli di Mozzo, dove ospita gatti, maiali, lupi e altri carnivori s’è salvato dalla tigre che dopo lo svezzamento ha preferito mangiarsi un cane anziché la sua polpa di ministro.
A questo giro, la Corte costituzionale si è divorata la sua appetitosa riforma sull’Autonomia regionale differenziata, che ha cucinato per una trentina d’anni, meschino, stavolta con il proficuo contributo del professore, giurista e presenzialista Sabino Cassese, una Italexit con polenta e virgole, che a essere gentili, manderebbe in malora l’Italia, trasformando le venti Regioni in altrettanti staterelli allo sbando nel mare grande della globalizzazione e dei suoi naufragi.

La Corte ha stabilito che la riforma ha (perlomeno) sette buchi nello scafo, sette voragini di incostituzionalità che non rispettano l’unità nazionale, la sussidiarietà tra le Regioni e l’uguaglianza di tutti i cittadini indipendentemente se nati nella bambagia di Lombardia o tra il cisto spinoso di Calabria e Sardegna.
Una riforma che dovrebbe suddividere il bottino fiscale in parti diseguali. Da consegnare alle Regioni secondo la loro spesa storica. Il che vorrebbe dire consolidare i privilegi delle più ricche a scapito delle più povere con perequazioni, i famosi Lep, i livelli essenziali di prestazione, che ancora nessuno ha calcolato. Nel frattempo autorizza le gabbie salariali. E affida a ogni Regione 23 competenze che vanno dalla Sanità all’Istruzione, dal Commercio con l’estero alle banche, dalla ricerca scientifica ai beni culturali. Cioè quasi tutto – tranne Forze armate e Giustizia, al momento – tanto da moltiplicare il groviglio di norme, la rete dei regolamenti, il ginepraio delle procedure, destinati a formare una miscela di tali e tanti incompatibili paradossi da dissolvere in un amen l’intera nazione tanto cara a Garibaldi e alla Meloni.

La bocciatura della Consulta gli è arrivata dritta alla mascella come un gancio, disorientandolo, più di Tyson, il toro. “Sono soddisfatto” ha dichiarato il Calderoli, mentre a bordo ring ancora gli facevano aria. Poi, con l’aiuto dell’ossigeno dei telegiornali, l’ha fatta facile: “Ma sì, aggiusteremo, riscriveremo”. Come no: “L’importante è che la Consulta ha riconosciuto la costituzionalità dell’autonomia” ha detto, infilando due errori in una sola frase, la logica e il congiuntivo. Non contento, il giorno dopo, ha ricominciato a fare il gradasso: “E una volta riscritta la riforma, spero che la sinistra taccia. Taccia per sempre”. Minaccia che ha fatto saltare sulla sedia i cuori semplici e la Elly Schlein. Che andrebbero tutti rassicurati con una favola della buonanotte, la favola del Calderoli.
Nacque il Riccardo nel mese (del pesce) d’aprile, anno 1956 a Bergamo, primo slogan imparato con le frittelle dello zio federalista: “Bergamo nazione, tutto il resto Meridione”. Studia da dentista, come il padre, il nonno, quattro dei suoi otto fratelli e nel 1982, mentre sfascia automobili nei rally d’Appennino, si laurea chirurgo maxillofacciale.
L’incontro fatale con Bossi – “un tizio che veniva da Varese e diceva: passerò alla Storia” – avviene durante la festa più adatta, quella del Carnevale. La maschera secessionista gli va a pennello, anche lui predica la supremazia della “razza padana, razza pura, razza eletta”. Lo fa nel primo comizio della sua vita in bergamasco stretto. Gli credono. Entra in Consiglio comunale nel 1990. Due anni dopo è in Parlamento.

È da allora che maneggia minacce: rastrellamento ed espulsione degli immigrati, castrazione con forbici per i pedofili, legge del taglione compresa la pena di morte. Ce l’ha con “i nazisti rossi”. Con “la civiltà gay che sta trasformando la Padania in un ricettacolo di culattoni”. Ma specialmente con Berlusconi, “il mafioso di Arcore”, “il re dei debiti”, “l’uomo della P2”, “l’assassino dell’economia italiana”.
Ma quando Silvio scuce qualche milionata per ripagare i debiti della Lega, cambia musica. Con tutta la nomenclatura padana entra nella stanza dei bottoni. Bossi diventa ministro delle Riforme, anno 2001, riassunte ogni anno nei raduni di Pontida e Venezia con l’ostensione del Tricolore: “Lo uso per pulirmici il culo!”.
Calderoli crede a tutto: all’Ampolla del dio Po, al matrimonio celtico officiato dal sindaco Formentini, con il braciere e il sidro nel centro di Milano, al “tallero padano” in sostituzione della lira, alla buffa camicia verde e al commovente “Va’ pensiero”, inno padano, cantato con la mano sul cuore. Bossi lo fa ascendere tra i velluti dei senatori, tre volte con la qualifica di vicepresidente, tre volte da ministro.
In aula studia le geometrie dei regolamenti, come fossero le arcate dentali. Alle quali imprime la sua nuova scienza che consiste nel creare danni parlamentari ove possibile, moltiplicare gli inciampi, fino al capolavoro degli 82 milioni di emendamenti presentati per rallentare la discussione sulla legge elettorale, il cosiddetto Italicum: “Ho un programmino che da un testo base è in grado di comporre centinaia di migliaia di varianti”.
Si vanta di avere elaborato il Porcellum, riforma elettorale talmente strampalata che la Consulta infila nel trita documenti subito prima di alzarsi per andare a cena. Nonché l’altro capolavoro della riforma federale – “mi sono messo a studiare perché della materia non sapevo nulla” – elaborata nella celebre baita di Lorenzago, in Cadore, con altri “tre saggi”, il cinghiale arrosto, la grappa e cinque giorni di seminario. Che ci vuole? Nulla. E infatti tutto finisce cancellato dal referendum, anno 2006.
Tra una riforma e l’altra, invita gli immigrati a “tornare nel deserto a parlare con i cammelli”, chiama la ministra Cécile Kyenge “orango”, mostra al Tg1 la maglietta anti-islam, provocando una mezza rivolta a Bengasi, in Libia, con assalto all’ambasciata italiana, 11 morti. Passeggia con un maiale a Bologna su un terreno destinato alla costruzione di una moschea. E finalmente ieri si gode la bocciatura dell’Autonomia differenziata, confessando: “Embè? Mi muovo in un territorio sconosciuto”.
A forza di dare spettacolo, è diventato un re della “Roma ladrona”. Ha sposato in seconde nozze Gianna Gancia, leghista con le bollicine. Brinda alle figuracce, al vitalizio, e al lieto fine, il suo.

Organizzano al catastrofe

 

Pazzi + coglioni
di Marco Travaglio
Diceva Einstein: “Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”. La miglior definizione per le classi dirigenti occidentali, che da mille giorni perdono in Ucraina con la Russia (tanto i morti ce li mettono gli ucraini e i danni li pagano gli europei) e insistono nell’escalation pensando di vincere. Una follia che nasce dal progetto “neoconservatore” americano, trasversale a Repubblicani e Democratici, concepito 30 anni fa da un trust di cervelli convinto che non bastasse aver vinto la guerra fredda contro la Russia, ma bisognasse stravincerla. Come? Provocando Mosca con progressivi allargamenti della Nato a Est, in barba agli impegni assunti con Gorbaciov, e attaccando i suoi alleati in Europa (Serbia, Ucraina, Georgia), Medio Oriente (Iraq e Siria) e Africa (Libia), per attirarla in guerra, sconfiggerla, smembrarla, ridurla a potenza regionale, indebolire e rimettere al guinzaglio l’Europa, poi occuparsi della Cina. Il primo a teorizzare la follia nel 1992 fu Paul Wolfowitz, sottosegretario di Bush sr.. Fra i Dem la sviluppò nel ’97 Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza di Carter. E fra i Repubblicani il centro di ricerca “Progetto per un nuovo secolo americano”, con Donald Rumsfeld, Dick Cheney e Bob Kagan. Temevano il neoimperialismo di Putin? No, Putin non c’era: fino al ’99 a Mosca regnava Eltsin, amicone di Usa e Ue, la cui Russia era financo partner della Nato. E lo rimase nei primi anni di Putin, presidente dal 2000.
Nel 2001 arriva Bush jr. e Rumsfeld, Cheney e Kagan diventano le sue anime nere, dall’Afghanistan all’Iraq. Obama si muove in scia: nel 2013 il suo vice Biden e il di lui consigliere Jake Sullivan inviano a Kiev la neocon Victoria Nuland, moglie di Kagan, a sobillare e finanziare la rivolta di piazza Maidan contro Yanukovich, presidente regolarmente eletto, ma sgradito agli Usa, al grido di Fuck Eu! (“Fanculo l’Europa”). Inizia la guerra civile che dopo otto anni, complice l’annuncio su Kiev nella Nato, sfocerà nell’invasione criminale russa. Nel 2017 Trump caccia il Partito della Guerra: la Nuland lascia il Dipartimento di Stato e il marito Kagan passa dai Repubblicani ai Democratici. Tornano tutti nel 2021 con Biden presidente, incluso Sullivan, nuovo consigliere per la Sicurezza. Sono loro a muovere i fili di Rimbambiden (le famiglie Cheney e Bush fanno persino campagna per la Harris). Ora Trump sta per cacciarli di nuovo. Ed ecco il loro ultimo colpo di coda: il via libera fatto dare da Biden a Kiev per bombardare la Russia. Peggio di loro ci sono solo i vertici e i governi Ue che seguono un presidente scaduto e rimbambito per alimentare una guerra pensata contro l’Europa. Ma quelli non sono folli: sono coglioni.