Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 16 novembre 2024
L'Amaca
Siamo gente di mercato
DI MICHELE SERRA
Sento la presidente del Consiglio, in un comizio, tracciare una divisione netta tra “i giornali e la televisione” da una parte, e “la gente al mercado” (che sarebbe, nella sua personale dizione, il mercato) dall’altra. Questadistinzione ripropone per la miliardesima volta la presunta separazione tra élites malvagie e popolo buono e saggio. Così buono e così saggio da ignorare la sleale manipolazione architettata nei palazzi, e apprezzare in massa il governo di destra.
Non finiremo mai di stupirci non solo della falsità, anche della puerilità di una visione della società così caricaturalmente binaria. Al mercato ci vado quasi ogni giorno, sentendomene parte tanto quanto il resto della folla, e il colpo d’occhio non consente di sapere quanti votano a destra (tanti), quanti a sinistra (tanti), quanti se ne fregano (tantissimi). Certo, però, la vivace chiacchiera tra i banchi non è mai — da secoli — particolarmente amica dei governi, nessuno escluso. Prevalgono la lagna e il dileggio, nei casi migliori una specie di disincanto di chi le ha viste e sentite tutte. In pochissimi casi, fatta la somma delle voci raccolte, c’è unità di vedute, e uno di questi è sicuramente l’operazione “migranti in Albania”, considerata coralmente una costosa scemenza. Anche da quelli che i migranti li vedono come la peste.
Fa più comodo credere, e far credere, che sia il malanimo dei “giornaloni” (Meloni li chiama così, usando un gergo politico che nei mercati sarebbe equivocato: si penserebbe a giornali molto grossi) a boicottare la brillante operazione albanese. Ma no: a riderci sopra, supremo smacco, è proprio “la gente al mercado”.
Slang!
È andata di lusso
di Marco Travaglio
Siccome la Consulta ha ritenuto incostituzionali ben 7 norme della sua legge sull’Autonomia differenziata, svuotandola da cima a fondo e lasciandone in vita solo il titolo, Roberto Calderoli si è congratulato con se stesso per lo strepitoso successo: “È un passaggio storico, non l’hanno rigettata, hanno confermato la costituzionalità della legge”. Anche Luca Zaia si è subito complimentato: “Autonomia confermata dalla Corte, riforma in linea con la Carta”. Un trionfo. Escludendo che un ministro e un presidente di regione non abbiano capito la sentenza, peraltro riassunta in parole semplici da un comunicato, tanto sollievo si può spiegare in un solo modo: Calderoli si conosce e i suoi lo conoscono così bene da esultare per il sol fatto che qualche virgola del suo capolavoro è scampata alla mannaia. Un po’ come quando B. veniva condannato a qualche anno per falso in bilancio e/o frode fiscale e Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in mafia e non riuscivano a trattenere il tripudio: “Tutto qua? Che sarà mai. Vedete che, in fondo in fondo, non era nulla di grave?”. Siccome sapevano di sé cose che i giudici ignoravano, si aspettavano sempre – come minimo – l’ergastolo. Lo stesso sragionamento ha fatto di recente il prode Giovanni Toti, patteggiando 2 anni e qualche mese di carcere per corruzione e finanziamento illecito e poi spacciando la cosa per un’assoluzione piena. Anzi, per un alibi di ferro: “Sono stato accusato di essere Al Capone, poi è uscito fuori che non ho mai preso un euro” (e allora perché ha pregato il giudice non di assolverlo al processo, ma di infliggergli una “pena detentiva” con interdizione dai pubblici uffici senza processo?). O meglio, per un onorevole pareggio: “Sì, ho patteggiato, ma lo ha fatto anche la Procura” (testuale).
Idem per Calderoli sull’Autonomia. Lo statista bergamasco è un geniale inventore, una via di mezzo fra Archimede Pitagorico ed Elon Musk, rimasto purtroppo finora incompreso. Negli anni 90 inventò il tallero padano “calderolo”, che doveva sostituire la lira e poi l’euro: purtroppo non funzionò. Allora si spremette le meningi e inventò la legge elettorale del centrodestra, varata alla vigilia delle elezioni del 2006 per non farle vincere al centrosinistra, che poi le vinse proprio grazie a quella (col Mattarellum avrebbe perso). Lui allora la definì “una porcata” e da quel momento fu per tutti il “Porcellum”: fino al 2013, quando la Consulta la dichiarò incostituzionale. Ora, siccome Calderoli è una garanzia, gli han fatto scrivere l’Autonomia, a quattro mani con quell’altro genio di Cassese. Risultato: 7 profili di incostituzionalità in una sola legge. E tutti saltellano perché poteva andare peggio. Potevano bocciargli pure la punteggiatura.
venerdì 15 novembre 2024
Ciao Licia!
I funerali di Licia Pinelli: perché non potremo mai dimenticarla
di Gad Lerner
È un brivido che percorre le schiene dell’intera nostra generazione a condurci questo pomeriggio in una casa funeraria della periferia milanese, in via Corelli, proprio di fianco al Cpr in cui vengono rinchiusi i migranti più sfortunati per dare l’ultimo saluto a Licia Rognini, vedova del partigiano ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato il 15 dicembre 1969 dal quarto piano nel cortile della Questura di Milano, dov’era trattenuto in stato di fermo da tre giorni.
È il brivido di una generazione che 55 anni fa riempì piazza Duomo ai funerali delle vittime della bomba di piazza Fontana già gridandolo che “un compagno non può averlo fatto”; la generazione che dopo il colpo di Stato in Grecia avvertiva l’incombere, anche in Italia, di una strategia della tensione fondata sull’intreccio fra neofascismo e apparati dello Stato conniventi: violenza dall’alto per frenare il progresso sociale. Il senso di perdita e di straniamento che proveremo nel dire addio a Licia, donna umile e appartata ma testimone intransigente, ci farà tornare a quei giorni plumbei, quasi che la storia avesse fatto il suo giro. Perché oggi son tornati a comandare, impuniti, tracotanti, quelli là. Che urlano ancora al pericolo comunista (unica differenza: ci mettono anche i giudici, fra i comunisti) e rifiutano di ammettere qualsivoglia responsabilità nelle trame, nel terrorismo stragista, nei depistaggi per incolpare gli anarchici, nelle provocazioni ordite dentro gli uffici “affari riservati” e nei comandi generali da cui gli alti ufficiali uscivano col salvacondotto dell’elezione in Parlamento nelle file del Msi. Si dice che la storia la scrivono i vincitori. In questo caso ne fanno volentieri a meno ed è, al contrario, la famiglia Pinelli che oltre mezzo secolo dopo continua a tenere alta la verità scomoda di cui è testimone.
Oggi al funerale di Licia, accanto alle figlie Claudia e Silvia, sentiremo la presenza di personalità che questa destra milanese dei La Russa, sopraggiunta infine al potere, non ha mai smesso di detestare. Qualche nome, fra quelli che non abbandonarono a se stessa la famiglia dell’anarchico entrato vivo e uscito morto dalla Questura: Carlo Smuraglia, che divenne il loro avvocato, in seguito presidente dell’Anpi; Piero Scaramucci, giornalista Rai impegnato nella controinchiesta che produsse il pamphlet La strage di Stato, fondatore di Radio Popolare e coautore del libro di Licia, Una storia quasi soltanto mia; Dario Fo, futuro premio Nobel, che un anno dopo, nel 1970, era già in scena con Morte accidentale di un anarchico; Enrico Baj, cui si deve la grande tela 3 metri per 12 in cui è raffigurato Pinelli che precipita, la cui esposizione fu bloccata in seguito all’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Loro, insieme a Camilla Cederna, Giangiacomo Feltrinelli, Corrado Stajano, Giorgio Bocca, Marco Fini, esponenti di una borghesia democratica milanese, sono rimasti le bestie nere additate dal senso comune reazionario su cui Berlusconi costruì la sua egemonia culturale. I cui riflettori tutto son pronti a illuminare tranne che la storia maledetta di un potere piduista che in nome dell’anticomunismo reclutava anche criminali. Una reticenza diffusa, camuffata da desiderio di pacificazione, ha strumentalizzato il civile incontro fra le due vedove, Licia Pinelli e Gemma Calabresi, ripetutosi due volte, celebrandolo come se rappresentasse la sutura di una ferita che invece ancora sanguina. Oggi più che mai. Le ceneri di Licia verranno seppellite di fianco alla tomba del suo Pino nel settore anarchico del cimitero di Carrara. Lasceranno questa Milano che rivive l’onta dell’impunità. Giusto così. Chiedono ancora giustizia. Noi andiamo in via Corelli a promettergli che non dimenticheremo: le bombe le hanno messe i fascisti protetti da uomini dello Stato.
Scompiscio
Fanno scompisciare i giornaloni e gli allocchi che, muniti di microscopio quantistico, spulciano i glandi del movimento, infervorandosi perché, poveretti, non riescono più a comprendere ciò che è normalità democratica rispetto alle baggianate confessionali di altre aziende che chiamiamo spudoratamente partiti. Vogliono, ansimando, poter gracchiare in aere “visto? Sono come noi!”
E invece lo sanno che il movimento non è come loro: non ci sono per esempio cariatidi alla Casini per intenderci, pronto a riproporsi come vicino al partito della Fava pur di rifarsi un altro giro sulla giostra dorata; non sono cleptomani di profumi, non hanno conti da saldare con la giustizia, lasciano la politica una volta terminato il mandato di due legislature, che potrebbero divenire tre, e allora? Anche se fossero quattro kekkazzovifrega? Guardate Roma oggi post Raggi: chi spende gocce di inchiostro per evidenziarne la pochezza, le mazzette, l’insulse scelte dell’attuale sindaco? Quanti tomi si sarebbero scritti se ci fosse ancora Virginia?
Placate le vostre smanie: sarà un congresso leale, onesto e decisionale. Tutto è ancora da scrivere perché scelgono gli eletti. E a culo tutto il resto (cit.)
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