Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 14 novembre 2024
l'Amaca
Che cosa si sa del mondo
DI MICHELE SERRA
Come test locale per capire come funziona il mondo (e come funzionerà), sarebbe interessante sapere come si informano le comunità musulmane di America: cosa leggono, cosa guardano e ascoltano, a quali fonti orali attingono. Alla luce del fatto che, a quanto si dice, hanno votato in maggioranza Trump per protestare contro la politica filoisraeliana dei dem.
Trump aveva esultato per l’ingresso dell’esercito israeliano a Gaza, augurandosi che Israele «finisse in fretta il suo lavoro», e il suo simpatico genero Kushner aveva aggiunto che «Gaza sarebbe un posto molto interessante per fare investimenti immobiliari» (una volta liberata dai palestinesi, ndr ).È apertamente islamofobo, e lo è fino dai suoi esordi in politica. E dunque è legittimo chiedersi: i musulmani americani che hanno votato Trump che cosa sanno esattamente di lui? Avevano mai letto le sue dichiarazioni su Gaza, sanno qualcosa del trumpismo appassionato dei teocon, nel nome della ri-cristianizzazione dell’America?
Se sì, questo significa che il destino dei palestinesi e dei libanesi, ai musulmani d’America, interessa poco. Ovvero: sanno come stanno le cose, ma hanno fatto i loro calcoli. Se no, significa che la formazione dell’opinione pubblica mondiale è forse il più gigantesco dei problemi che le democrazie hanno davanti. È presumibile che i social siano largamente la prima fonte di informazione, a esclusione delle élite ,vaste ma certo minoritarie, che cercano qualità informativa. Ed è presumibile che questo non abbia migliorato il livello medio di conoscenza del mondo.
Coerenza
Meloni e Musk: quando sei coerente sui valori
DI DANIELA RANIERI
La linea “Elon Musk è un privato cittadino”, stabilita dalla Meloni al Consiglio Ue di Budapest (in merito agli insulti al cancelliere Scholz da parte del genio spaziale che l’ha definito “uno stupido” sul suo X) e propalata con zelo da tutta la nostra mediasfera liberale fino ai conduttori di Tg in diretta nazionale, è caduta poche ore dopo, quando Trump ha nominato Musk capo di un cosiddetto Dipartimento per la efficienza governativa o quello che è. Pazienza. Resta però un’aporia di fondo. Meloni, sovranista di primo conio, attenta (quasi paranoicamente) alle “ingerenze internazionali” prima di diventare la migliore amica di Ursula von der Leyen, ha permesso a Musk, suo amico di WhatsApp e nuovo idolo di Atreju, di mettere bocca sui magistrati italiani che “se ne devono andare”. Perché? Perché hanno annullato il trasferimento di un’orda di ben 7 immigrati in Albania che volevano invaderci, rimandando la questione alla Corte di Giustizia europea; cioè hanno applicato la legge, la quale – con grande sdegno di Musk e di tutto il governo di deportatori di disabili e potenziali profughi – contrasta coi decreti inutili e dispendiosi del governo Meloni. Giorgia zitta, muta (ha parlato solo l’inservibile Salvini, ovviamente per dare ragione al suo capo-troll); del resto che aspettarsi da una che definì le tasse “pizzo di Stato”, un caposaldo costituzionale assimilato al racket dei mafiosi ai negozianti. Quando una ha senso dello Stato.
Giorgia è così: un giorno si fa baciare in testa da Biden, da brava scolaretta che ha imparato la lezione per cui può fare la matta in patria quanto le pare, ma non deve azzardarsi a fiatare sul foraggiamento dell’Italia alle guerre della Nato; il giorno dopo flirta col Pico della Mirandola di Trump solo perché sputa sulla Magistratura di zecche rosse. Quando si tratta di difendere la Patria, si intende dai poveracci; i miliardari facciano come a casa loro. Elon Musk ce lo ricordavamo che manda razzi nello spazio coi soldi della Nasa (alcuni esplodono, con somma letizia dei fan di Jurij Gagarin); che retwittava Sgarbi sul Covid (“è un complotto”), che voleva il Colosseo per battersi a duello con Zuckerberg (era Sangiuliano che voleva darglielo, ma pure l’Arena di Verona o Pompei, a disposizione); che riceveva Renzi presidente del Consiglio nel 2017, come riportavano i giornali in visionari reportage dalla Silicon Valley, “Far West vero”, come scrisse Rampini su Repubblica, fugando il dubbio che Renzi se ne fosse fatto costruire uno finto nei pressi di Fiesole. Che giorni! Il pioniere-cowboy scriveva newsletter ispirate-lisergiche: “Investire sulla ricerca, non aver paura del futuro e della scienza!”: intanto la sua legge di Stabilità tagliava 42 milioni di fondi agli enti di ricerca. Col “vulcanico fondatore di Tesla” parlava alla pari di intelligenza artificiale e viaggi su Marte (chissà in che lingua); La Stampa gli dedicò la prima pagina: “Renzi in Usa: cerco idee anti-populisti”, tipo Duce che visita gli stabilimenti di Terni. Alla Meloni ha rimproverato la primogenitura della sua liaison con Elon: “Perché invece di fare passerelle con Musk ad Atreju non gli chiede di portare in Italia uno stabilimento della Tesla?”. Non si sa se lui lo fece; rimediò però un contratto con l’Università di Stanford per insegnare nella filiale fiorentina non si sa che materia (forse come si passa dal 40% al 2% dei voti e da 15 mila euro in banca a 3 milioni). L’attrito più greve, però, valoriale e antropologico, di cui forse il duumvirato Giorgia-Arianna Meloni non si rende conto (la formazione culturale è quella che è), riguarda il fatto che Giorgia anni addietro si intestò la carica di guida dei conservatori europei, gente impegnata nella difesa della tradizione, dei “nostri valori”, delle nostre radici cristiane, principalmente dall’invasione islamica, certo, ma non solo: tutto ciò che è moderno, fluido, non canonico e meticcio mette a rischio la nostra identità, la nostra località, la “famiglia naturale”, la natalità e tutto il ricettario esposto nelle cosiddette Tesi di Trieste, manifesto ideologico di FdI (lei ha una figlia fuori dal matrimonio ed è separata, così come tre quarti di governo, vabbè). E questi famosi valori tradizionali la underdog Giorgia li vuole tutelare agganciandosi ideologicamente col miliardario Elon Musk, che è la negazione di ogni valore tramandato e comunitario ed è anzi il prototipo dell’uomo vitruviano del Terzo millennio: senza ideologie, amorale, cinico, uno che non rispetta la Storia, che vive nell’attimo, che si droga con tutte le droghe possibili, dalla marijuana, che questo governo di bacchettoni ha vietato anche nella forma senza principio attivo (che è come vietare il prezzemolo), all’anestetico per cavalli (“scusi, lei spaccia?”), che è ricorso alla maternità surrogata, che ha chiamato il figlio con un nome da replicante di Blade Runner, che ha una figlia transgender e non paga le tasse (ah ecco, questo sì, per il governo amico degli evasori, è uno dei nostri valori). Quando una è coerente.
Maskioso
Ballo in Musk
di Marco Travaglio.
Bene ha fatto Mattarella a zittire Musk dopo il tweet contro i giudici italiani. E a zittirlo ieri, dopo la sua nomina nell’Amministrazione Trump, che ha trasformato lui da privato cittadino in un politico e il suo post sgangherato su X in un’intromissione indebita negli affari interni di un altro Paese, per giunta alleato. La stessa frase – “L’Italia sa badare a se stessa” – Mattarella l’aveva rivolta il 7 ottobre 2022, dopo le elezioni italiane, alla ministra francese Laurence Boone, che aveva promesso di “vigilare sulla Meloni come l’Ue ha già fatto in Polonia e Ungheria”. Purtroppo si era scordato di farlo nel luglio ’22, quando i governi europei, americano, ucraino e la Commissione Ue avevano ingerito pesantemente nei fatti nostri intimando al Parlamento di votare la fiducia all’amato (da loro) Draghi. Il quale peraltro il 20 luglio andò in Senato ad attaccare M5S, Lega e FI per farsi sfiduciare. E raggiunse lo scopo. Poi, fino alle elezioni del 25 settembre, ripartì la rumba delle ingerenze euro-atlantiche per ordinare agli elettori di non votare i non guerrafondai, cioè 5Stelle e Lega, bollati di “populismo” e “putinismo”: dalla Clinton al vice di Scholz, da Blinken alla Von der Leyen (“Se l’Italia andasse in una direzione difficile, abbiamo gli strumenti per intervenire come verso Polonia e Ungheria”) a Zelensky (“Non votate gli amici di Putin”). E anche allora Mattarella si distrasse un po’. Poi si rifece con la ministra macroniana e ora col genietto trumpiano: non si minacciano i governi di un Paese alleato e non se ne attaccano i giudici. Non per sovranismo, ma per galateo istituzionale.
La questione però è molto più vasta e scivolosa. Già l’altroieri, quando Musk era ancora un privato cittadino, le opposizioni italiane erano insorte invitando la Meloni a zittire l’amico Elon e a difendere i nostri giudici. Ma si erano scordate di aver difeso per anni un altro miliardario, George Soros, dall’accusa delle destre di impicciarsi nelle politiche finanziarie e migratorie di mezza Europa. E soprattutto si erano dimenticate di avere a loro volta attaccato (e giustamente) i giudici di un altro Paese alleato, l’Ungheria, per il processo e il trattamento brutale a Ilaria Salis e poi di averla candidata al Parlamento europeo per sottrarla al giudizio con l’immunità. Allora, a insorgere contro quella doppia intromissione nella giustizia di uno Stato europeo, furono il premier Orbán e i suoi amici della destra italiana: gli stessi che ora difendono l’ingerenza di Musk da chi oggi la condanna, ma dieci mesi orsono faceva altrettanto con Budapest. Siccome il galateo istituzionale è uno solo e non può cambiare a seconda di chi c’è in ballo, è il forse caso di decidere una volta per tutte che cosa si può e non si può dire o fare. E poi rispettarlo. Tutti.
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