sabato 12 ottobre 2024

Che coraggio!




Hanno coraggio da vendere i totem del capitalismo sfrenato, illogico, capitanati dalla Famigliola Sabauda! Han battuto cassa per decenni, fingendo difficoltà, ingigantendo problemi, ricorrendo alla cassa integrazione forsennata, per poi dividersi il malloppo annualmente, alla faccia di noi mortali! E ieri bene ha fatto Calenda, Calenda!, a sbattergli sul muso una sacrosanta verità: presentate un piano industriale altrimenti trippa per gatti non ce n’è più! Chapeau!

Poveri

 


Contropacco

 

Amadeus fa flop su Nove: il “pacco” se lo tira da solo
LA COLPA? - Le nonne e il telecomando. Ascolti bassi. Forte del successo di “Affari tuoi” e di Sanremo, si sentiva in grado di fare come Fazio o Crozza. Invece De Martino in Rai vola
DI SELVAGGIA LUCARELLI
C’è stato un momento, due anni fa, in cui ho pensato che Amadeus si stesse montando la testa. C’era il Sanremo con Ferragni, quello del 2023, e molte delle gag messe in scena sul palco prevedevano l’utilizzo del cellulare e di Instagram. Fin da subito alcuni commentatori e giornalisti fecero notare al conduttore che poteva sorgere qualche problema nell’ambito della pubblicità occulta, perché Instagram è di Meta e Meta non è un ente benefico ma una multinazionale, e quindi lui stava facendo uno spot gratuito davanti a 10 milioni di persone, appunto, a una multinazionale. Il risultato fu che nelle serate successive Amadeus, con aria di sfida, continuò a citare Instagram e a utilizzare il cellulare a favore di telecamera anche durante la finale, con la conseguenza che Agcom inflisse alla Rai una multa di 175.000 euro per pubblicità occulta. Amadeus si comportò come chi, in quel momento, si sente al di sopra delle regole. E lo stesso fece l’anno dopo con le famose scarpe di John Travolta, per cui la Rai si è beccata un’altra sanzione di 206.580 euro. Amadeus recitò a lungo la parte di quello estraneo a qualsiasi forma di pubblicità occulta, ma quel suo “don’t worry be happy” pronunciato con finta casualità durante il balletto dell’attore americano, lo smascherò: “dont’worry be happy” era infatti lo slogan di quel marchio di scarpe. Insomma, Amadeus, forte del successo di Affari tuoi e di Sanremo, si sentiva onnipotente. E la scelta di migrare in Discovery descritta come desiderio di innovare è in realtà la scelta di chi pensava di poter replicare il successo di Fazio o Crozza. Della serie: chi mi Ama mi segue (un po’ come Antonino Monteleone, forse convinto che il pubblico delle Iene lo avrebbe seguito in massa su Rai2). Con un’ambizione in più. Perché Crozza e Fazio fanno programmi di nicchia, lui programmi nazionalpopolari, seguiti da un pubblico largo e abitudinario, che guarderebbe Affari tuoi su Rai1 pure se lo conducesse Monica Setta.
Insomma, la hybris di Amadeus lo aveva convinto del fatto che la gente fosse affezionata alla sua faccia e non ai pacchi. Una volta capito che i pacchi tirano più della sua faccia, Amadeus ha tentato l’ultima carta: il tutorial per i vecchi su come selezionare il canale nove sul telecomando. Tutorial tra l’altro pubblicato nelle sue storie Instagram, perché chiaramente l’ottantenne che non sa cambiare canale col telecomando, invece smanetta alla grande su Instagram. Una di quelle mosse disperate tipo ristoratore che si traveste da uomo sandwich con una freccia gigante sulla testa per indicare l’ingresso del suo ristorante sul retro, mentre la pizzeria accanto ce l’ha su strada.
Ecco, Amadeus si è ridotto così. E anche da Fazio, la sua intervista è parsa piuttosto malinconica: “Le signore di una certa età quando vado al supermercato mi chiedono: quando inizi sul Nove? E io: signora ci sono già. E allora spiego loro come sintonizzarsi sul Nove”, “Non sono sorpreso, ero certo che sarei partito dal 3%”, “Io sono un irrequieto, avevo voglia di sperimentare”. Quindi abbiamo appreso che Amadeus, un po’ come il prete quando passa per i banchi col cestino delle offerte, punta sulle vecchie. Una volta convinte quelle, arriverà al 20%. Ma soprattutto, è andato a Discovery per sperimentare, mica per i 10 milioni di euro che guadagnerà in 4 anni più altri benefit di natura artistica. E in effetti il conduttore sta per raddoppiare gli impegni nella rete con un programma che è pura avanguardia: La Corrida. Davvero una scelta coraggiosa, direi ardita, ai limiti della distopia. Probabilmente la Tate Modern a Londra dedicherà un’intera stanza alla ardimentosa sperimentazione televisiva di Amadeus allestendo le pareti con decine di schermi su cui verrà trasmessa La Corrida 24 ore su 24. Di questo passo attendiamo il prossimo programma d’avanguardia pensato dal conduttore visionario: Lascia o raddoppia.
Nel frattempo, la Rai gongola. Guarda Amadeus da lontano con la stessa soddisfazione di chi, mollato dalla fidanzata, vede la sua ex sposare lo sfigato della compagnia. E gongola grazie al sostituto di Amadeus, Stefano De Martino, che dopo una partenza non entusiasmante ha messo il turbo e non solo realizza ascolti record, ma aiuta la Rai in un’impresa che non riusciva a compiere da un po’: far sbocciare un conduttore giovane, bravo, piacente, che potrebbe diventare il primo grande personaggio della nuova guardia. Piccola nota di colore: giovedì sera Affari tuoi non è andato in onda. Chissà chi è di Amadeus ha guadagnato 100.000 spettatori rispetto al giorno prima con un picco che arriva a 1 milione. Il che dovrebbe essere una buona notizia, e invece no: vuol dire che le vecchie lo sanno dov’è Nove sul telecomando. Ma se c’è De Martino, preferiscono restare su Rai1. Chiamale sceme.

Ancora supercazzole

 

Amici miei atto IV
di Marco Travaglio
Dobbiamo le più sentite scuse ad Alessandro Giuli. L’altro giorno, dopo aver letto la sua supergiùliola alla Camera, l’avevamo eletto a erede universale del conte Lello Mascetti di Amici miei. Ma per un attimo ci eravamo scordati di Chiara-per-così-dire-Valerio, che sta al Pd come Giuli sta a FdI. E se n’è avuta a male, rivendicando non a torto la primazia in fatto di supercazzole. Nel tentativo di difendere l’assessore-sparafucile livornese Simone Lenzi, che sta al Pd come Sgarbi e Bandecchi stanno alla destra ed è venuto prematuramente a mancare all’affetto della sua giunta per gli insulti al Fatto e alle trans, la cosiddetta Chiara è riuscita a twittare restando seria: “Le parole fanno la realtà e la realtà fa le parole e i gesti di Lenzi per i diritti della comunità Lgbtq+ in sé e in quanto parte della comunità di cittadini e cittadine determina che l’accusa di omotransfobia sia falsa”, come fosse Antani per quattro. Poi ha aggiunto una postilla indiscutibile: “Spero che sia ancora una risata a seppellirci e non altro”. La risata che puntualmente segue ogni suo scampolo di prosa, orale e scritto. Ora però si pone un angoscioso dilemma: a chi spetta la legittima discendenza del Mascetti?
La migliore soluzione è una singolar tenzone, un po’ jazz e un po’ freestyle, fra il Giuli e la Valerio a colpi di supercazzole improvvisate sul momento. Un Amici miei atto IV che al solo annuncio farebbe il sold out e che noi pagheremmo cifre astronomiche pur di non perdercelo. Già ci pare di vederlo, il Giuli, che parte in quarta con uno dei suoi classici: la “rivoluzione epocale della storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale”. E la Valerio che schiva il colpo e replica da par suo con la celebre teoria della “cultura e politica del dissenso, dell’eccezione, della variazione che somigliano all’aglio-olio-peperoncino che facciamo tutti. Si potrebbe parlare di polenta, arancini, arancine, arancinu, porchetta, fave e cicoria… Io dico che dobbiamo essere ciascuno come aglio olio e peperoncino”. A quel punto il ministro sferra l’uno-due “entusiasmo passivo”-“apocalittismo difensivo”. Ma la presunta Chiara gli sfodera lo scioglilingua già recitato a Piazzapulita: “Io non penso che ci siano le poltrone che fanno le persone, penso che ci siano le persone che fanno le poltrone, quindi, diciamo, diamo le persone che fanno le poltrone, se non diamo le persone che fanno le poltrone, ma partiamo dalla poltrona, secondo me, diciamo, non è una cosa né culturale né soprattutto divertente”. L’alternativa, più salomonica ma molto meno divertente, sarebbe un verdetto ex aequo: Giuli re della supercazzola con scappellamento a destra e la Valerio regina della supercazzola con scappellamento a sinistra.

L'Amaca

 

A proposito di un cartellino rosso
DI MICHELE SERRA
Credo sia interessante leggere (la si trova facilmente in rete) la lettera di dimissioni di Simone Lenzi, ex assessore alla Cultura a Livorno. Non conosco la persona, conosco i fatti per quello che se ne sa dai giornali: Lenzi ha espresso su Twitter opinioni poco istituzionali e molto “livornesi” a proposito di quotidiani che non gli piacciono e su alcuni aspetti del dibattito sugli orientamenti sessuali che lui considera moralisti e stucchevoli. Lo ha fatto, direi, con un’irruenza polemica inadatta al suo ruolo pubblico, confermando che i social sono una trappola nella quale cadono in troppi: il contesto conta, ma è un argine ormai travolto dalla tracimazione verbale collettiva.
Non so se Lenzi meritasse il cartellino rosso, o bastasse il giallo, o neppure quello. Non sono il Var. Ma so, con certezza, che quando Lenzi, da uomo di sinistra, scrive ai suoi compagni di Giunta che il problema della sinistra è “il narcisismo etico”, e “per tutti voi l’unica cosa importante sia posizionarsi, quanto più in fretta possibile, dalla parte dei giusti e dei buoni”, dice qualcosa che riguarda tutti. Le parole di tutti e la libertà di tutti.
Non si tratta di difendere la scorrettezza politica, che è puro e greve conformismo travestito da ribellione (vedi Vannacci, comprese le virgole).
Si tratta di capire se l’accusa, politicamente odiosa e umanamente grave, di transfobia (è il caso in questione) possa essere appioppata a prescindere dalla storia personale dell’accusato; valutando le parole con quel piglio censorio, oramai egemone, che è uno dei mali più gravi della comunicazione social; senza più alcuna distinzione tra i diversi registri verbali e le differenti intenzioni (la vis polemica, l’ironia, la volontà effettiva di offendere), come se la nostra lingua fosse oramai una pianola guasta.
Ripeto, non sono il Var. Ma sull’espulsione di Lenzi mi sono fatto qualche domanda.

Si può fare!