domenica 11 agosto 2024

Okkio!



9:15 di stamani…attendo impaziente qualcuno che mi dica “ ahh come è bella l’estate, col suo fascino!” e poi Hulk al confronto sarà un boy scout!

Mai eristico



Non voglio essere eristico, ci mancherebbe! Ma questo premio ritengo sia giusto, perché la sanità regionale funziona alla grande, basta recarsi al pronto soccorso spezzino per rendersi conto della cura maniacale delle infrastrutture, dei tempi ridotti di attesa, mai superiori al giorno solare, dei reparti ancora a cameroni, dei bagni lindi e tirati a specchio, della presenza del personale mai stressato per mancanza di colleghi, delle medicine sempre presenti, dell’assidua manutenzione. Insomma è sacrosanto il premio, soprattutto per l’idea geniale di costruire in tempi celeri il nuovo ospedale senza alcun rinvio e con la partecipazione del privato, con quell’incredibile scelta di pagargli rate da 14 milioni per venticinque anni! Venticinque anni! Fantastico! E sopratutto grazie!

Mandante e assassino




Freddura




Attorno ai conflitti

 

Chi prepara una guerra nucleare a Russia e Cina
DI ELENA BASILE
Nel 2001, in seguito all’attacco alle Torri Gemelle, la dottrina nucleare statunitense cambia. La Nuclear Posture Review (NPR) legittima l’utilizzo del nucleare contro i nemici a scopo difensivo per una minaccia imminente. La deterrenza era basata sulla garanzia di distruzione reciproca (la Mutually Assured Destruction, MAD) che fino al 2001 si considerava conseguenza inevitabile dell’uso del nucleare. La dottrina militare alla fine della Guerra fredda inserisce l’utilizzo del nucleare nei teatri di guerra convenzionali. Le nuove armi nucleari dovrebbero implicare danni circoscrivibili ed essere utilizzate contro la Russia e l’“asse del male” Iran, Iraq, Corea del Nord, Cina e anche Libia. Come afferma il professor Michel Chossudovsky, la NPR inscrive il conflitto sullo status di Taiwan fra gli scenari in cui Washington potrebbe essere spinta a ricorrere al nucleare. Dopo l’11 Settembre si sviluppa una strategia militare integrata che concilia l’arma convenzionale con quella nucleare, costruisce rifugi antiatomici e testate nucleari chirurgiche in grado di ridurre i danni collaterali, inserisce capacità convenzionali, cibernetiche in piani di guerra nucleare.
Oggi siamo arrivati alla soglia dell’applicazione di queste dottrine, come dimostra la guerra in Ucraina contro una potenza nucleare, la Russia. Per molto tempo ci siamo interrogati su come fosse possibile per la dottrina militare statunitense programmare l’erosione del potere di Mosca, un regime change e lo smantellamento della Federazione russa, per poi passare a occuparsi del vero rivale strategico nel Pacifico, la Cina, senza rendersi conto del rischio di un conflitto militare insito nella pianificazione di una guerra a potenze nucleari.
Siamo stati troppo ingenui. Le molteplici agenzie di sicurezza statunitensi, il Pentagono e i vassalli servizi europei sono andati molto più avanti e hanno elaborato teorie militari segrete che prevedono guerre nucleari circoscritte. Il sacrificio necessario dei popoli ucraino e palestinese, ai quali si potranno aggiungere in caso di escalation alcune aree dell’Europa e del Medio Oriente, è stato messo in conto al fine di perpetuare il predominio occidentale in un mondo multipolare che economicamente e politicamente lo contesta.
Il rebus appare ormai spiegato a quanti, come la sottoscritta, si sono affannati a domandarsi quale razionalità ci potesse essere in una guerra programmata a due potenze nucleari come la Russia e la Cina. Le oligarchie finanziarie e delle armi non sono composte da sprovveduti. Blackrock, Vanguard e State Street, che hanno in mano l’80% dell’economia mondiale, sanno cosa c’è in gioco, non improvvisano, pianificano quello che al cittadino comune apparirebbe impensabile.
Eppure l’opinione pubblica sembra imperturbabile. La censura dei media dei nemici è passata in Europa senza grandi sorprese, esattamente come la repressione delle manifestazioni degli studenti contro la carneficina a Gaza. Nessuno sembra molto stupirsi di fronte alla sentenza della Corte tedesca contro i manifestanti pro Palestina che hanno gridato l’atroce slogan “Palestina libera dal fiume al mare”, implicitamente condannando Israele alla distruzione esattamente come il Likud e Netanyahu non riconoscono la Palestina e teorizzano l’espansione di Israele. Nella democratica Germania, mentre è in corso lo sterminio e il supplizio di un popolo, si condanna un manifestante per aver gridato quello che il criminale di guerra Netanyahu proclama per Israele di fronte al Congresso statunitense fra innumerevoli ovazioni. E tutto viene inghiottito nella soporifera estate da un ceto medio accanito nella ricerca di svago e accarezzamenti del proprio ego.
La percezione netta è che tutto sia possibile. Il GDP aggregato del G7 è inferiore a quello dei Brics, ma le élite occidentali si comportano come se detenessero lo stesso potere che avevano negli anni 60 e 70, sono in lotta col resto del mondo, impongono sanzioni che colpiscono le popolazioni, non le classi dirigenti dei Paesi cosiddetti nemici, e si ritorcono come un boomerang contro gli stessi Paesi dell’Ovest. Inventano minacce inesistenti e, dopo aver dichiarato la Russia e la Cina nemici, si stupiscono che in questi Paesi ci si prepari al confronto militare. Creano il mondo e poi affermano di dover fare realisticamente i conti con i nemici costruiti a tavolino. Si asseconda lo sterminio dei palestinesi senza imporre un cessate il fuoco a Gaza, si finge di subire gli omicidi da parte di Tel Aviv del capo negoziatore di Hamas e del numero due di Hezbollah, poi ci si risveglia e si balbetta (come Tajani con Blinken) di star facendo il possibile per la de-escalation. Stati canaglia, dittature sanguinarie porgete l’altra guancia alla brutalità dell’unica democrazia del Medio Oriente!

Pesi e misure

 

Due Italie, due lingue
di Marco Travaglio
La schizofrenia del dibattito pubblico è talmente patologica che pare di vivere in due Italie, ciascuna con i suoi politici e giornalisti. Invece è sempre la stessa Italia, con gli stessi politici e giornalisti. Che cambiano lingua, logica ed etica a seconda delle convenienze. Una vita umana vale 0,1, o 1, o 100, o 1000 a seconda della nazionalità di chi muore e soprattutto di chi lo ammazza. Se Israele bombarda una scuola e trucida cento palestinesi in preghiera, fra cui molti bambini, nessuno sdegno: si continua ad annunciare (da nove mesi, dopo 40 mila civili morti) l’imminente tregua a Gaza. Se un missile russo fa 14 morti ucraini, lo sdegno è unanime. Ma subito si spegne se di morti ne fa molti di più l’“incursione” ucraina in Russia contro obiettivi civili. E guai a parlare di invasione o aggressione, sennò – come nota Michele Ainis – dovremmo togliere le armi all’aggressore Zelensky e inviarle all’aggredito Putin.
Lo stesso metro a fisarmonica viene applicato alla questione carceri. Gli stessi politici e commentatori che tuonano contro l’Italia delle “manette facili”, lo Stato di polizia che mette tutti in galera e butta la chiave senza pene alternative, lodano e invocano “riforme” svuotacarceri, amnistie, indulti, depenalizzazioni, limiti alla custodia cautelare, sconti e saldi di fine stagione, si stracciano le vesti appena esce anzitempo o non entra neppure in cella un criminale comune. Il brigatista condannato nei processi Biagi e D’Antona. L’americano del delitto Cerciello Rega. Il rapitore del bimbo assassinato dal complice. Gli stalker e gli indiziati di stupro a spasso per la gioia delle vittime. E l’ergastolano Chico Forti che in America avrebbe finito i suoi giorni in cella, ma curiosamente sceglie l’Italia manettara e giustizialista, dove uscirà nel 2025. Non passa giorno senza che la cronaca ci mostri gli effetti delle leggi-colabrodo fatte dai colletti bianchi per se stessi, ma usate da tutti. L’anno scorso un tribunale della California ha negato per la sedicesima volta la libertà vigilata a Sirhan Sirhan, 78 anni, da 55 in galera per l’omicidio di Bob Kennedy, perché “ancora pericoloso”. Da noi il 99% dei terroristi rossi e neri con decine di morti sulla coscienza sono fuori da anni. Ogni 2 agosto politici e parenti delle vittime si azzuffano sulla strage di Bologna: intanto Giusva Fioravanti, condannato per quegli 85 morti e per altri 10 omicidi a 8 ergastoli, 134 anni e 8 mesi, mai pentito, era già semilibero dopo 18 anni di carcere e totalmente libero dopo 31. Tra la severità del sistema Usa e l’indulgenza plenaria del nostro, si potrebbe trovare una via di mezzo. Nell’attesa, piantiamola almeno con la leggenda delle “manette facili”: in Italia di facile ci sono solo le scarcerazioni. Il difficile è metter dentro i criminali e soprattutto tenerceli.

L'Amaca

 

Se pensassimo al dopodomani
DI MICHELE SERRA
C’è acqua sotto la Sicilia, miliardi di metri cubi a settecento metri di profondità. Lo dice uno studio di vulcanologi e geofisici, lo dice la lunga esperienza delle trivellazioni petrolifere: già negli Ottanta l’Agip pubblicò uno studio sulle acque sotterranee italiane.
Cercando il petrolio trovavano l’acqua.
Ci sono giacimenti di acqua dolce in molte zone d’Italia (e della Terra), le falde profonde che sarebbero raggiungibili tanto quanto il petrolio; ma a differenza del petrolio, che dà immediato profitto, i vantaggi economici dell’acqua sarebbero a medio e lungo periodo. Cambierebbe il paesaggio, cambierebbero l’agricoltura e la filiera del cibo, cambierebbe la società, ma non oggi per domani. Bisognerebbe avere in mente almeno il dopodomani.
I privati non hanno lo sguardo così lungo, dovrebbe averlo la politica, capace di investire a lungo termine, di muoversi senza la spinta del tornaconto immediato, e questa è la cosa, in assoluto, che ci manca di più.
Una programmazione, un’idea di futuro, uno sforzo di fantasia. Chiunque abbia mai scavato un pozzo artesiano conosce l’azzardo, e quando va bene la sorpresa (trionfale) di veder sortire acqua limpida dalle viscere della terra. Leggo che una trivellazione a settecento metri di profondità, per saggiare la qualità dell’acqua e decidere se prelevarla poi su larga scala, costerebbe circa un milione e mezzo di euro. Lascio a voi ogni considerazione sulle priorità: se la sete o il Ponte.
L’amaca va in ferie fino al 27 di agosto. Vi auguro un Ferragosto sereno e non troppo affollato.