sabato 3 agosto 2024

Ad ogni




Uee uee!!




Davvero?




Elle




Differenze divisive

 

Gli stragisti buoni
di Marco Travaglio
Davvero arrapante il dibattito politico-genetico sulla pugile italiana che si ritira dopo il primo papagno dell’Ivana Draga algerina e prima che i seguenti la mandino in ospedale, fra la destra che finora decideva il sesso in base agli organi genitali alla nascita e ora punta tutto sui cromosomi XY, e la sinistra che attacca l’atleta perché, evitando di farsi spolpettare, fa il gioco della destra e, ça va sans dire, di Putin. Ancor più appassionante il dibattito politico-archeologico sulla matrice della strage di Bologna, fascista-piduista per tutte le sentenze (e ora, buoni ultimi, pure per Meloni e La Russa), che nel 2024 insegue ancora le leggende sui segreti di Stato (inesistenti sul punto) e sui legami con l’attuale governo tramite Meloni e Colosimo (che nel 1980 avevano rispettivamente 3 e meno 6 anni), mentre notoriamente quelli della Dc e di B. non c’entravano nulla con la strategia della tensione, i servizi deviati e la P2. Siccome siamo lievemente più sensibili ai neofascismi e agli stragismi attuali, segnaliamo un paio di notiziole.
La prima la dà al Corriere il politologo russo Sergej Markov sul piano eversivo di Kiev svelato il 12 luglio dal ministro della Difesa russo Andriy Belousov nella telefonata all’ignaro omologo Usa Lloyd Austin, che secondo il NYT l’ha stoppata: “I servizi segreti ucraini progettavano attentati ai figli di altolocati funzionari russi”, “atti terroristici” che la Cia avrebbe fermato pure “ai tempi dell’Urss”. Se non fosse smentita – difficile, visto che i servizi ucraini hanno già eliminato a Mosca con un’autobomba Darya Dugina, figlia del filosofo Alexander Dugin – qualcuno dovrebbe domandare che uso fa Kiev dei 350 miliardi di dollari inviati in due anni e mezzo fra armi e fondi perduti da Nato e Ue: stiamo finanziando e armando uno Stato terrorista, o abbiamo capito male? La seconda notizia è Andriy Yusov, portavoce del Gur (il servizio segreto militare ucraino), che rivendica in tv il supporto a una strage in Mali, dove i ribelli secessionisti tuareg legati a Isis e al Qaeda hanno ucciso decine di soldati governativi e miliziani russi della Wagner grazie alle “informazioni – e non solo informazioni – necessarie a condurre un’operazione militare di successo contro i criminali di guerra russi”. Infatti il generale Budanov, capo del Gur, ordinò di “punire i criminali di guerra russi nel mondo, ovunque siano”. Inclusi, disse, i “giornalisti propagandisti”, cioè non usi a copiare le veline di Zelensky. Il Kyiv Post ha pubblicato foto degli islamisti separatisti con le bandiere ucraine. A parte la barzelletta di un governo che nega l’autonomia al Donbass e poi fiancheggia i separatisti del Mali, i servizi ucraini che destabilizzano un Paese sovrano in Africa li paghiamo e li armiamo noi, o abbiamo capito male?

L'Amaca

 

Peggio ballista o credulone
DI MICHELE SERRA
La pugile trans che non è trans è il tipico caso di diceria mediatica che funziona perché catalizza le emozioni facili di persone che non aspettano altro. Ma questo e altri casi di falso epidemico, che contagiano a volte milioni di persone non in grado di verificare le fonti (a volte per pigrizia, a volte per debolezza culturale), non hanno mai una origine casuale o “spontanea”.
Ci sono sempre, a monte, falsari professionali, inquinatori dei pozzi o appiccatori di incendi, artefici primari della bugia. Sono loro a dare l’abbrivio al mare di fango che poi tracima nei social di mezzo mondo. Per esempio il Salvini, che dai tempi della Bestia è un vero e proprio artista del giudizio sommario e della ciancia emotiva in rete, spesso adoperati per bastonare gli avversari, è stato tra i primi a buttarla in caciara, come documenta l’articolo di Ginori e Foschini su questo giornale.
Risalendo alle fonti del falso di massa, si scopre che il suo profilo su X è tra i primissimi ad additare all’esecrazione del pubblico il “pugile trans dall’Algeria” che “può partecipare alle Olimpiadi”.
Possiamo misurare le parole di un vicepresidente del Consiglio con lo stesso metro che adoperiamo per misurare le parole di qualunque sprovveduto che abbocca all’amo, e rilancia la fake? La domanda andrebbe sottoposta, magari, allo stesso Salvini: come preferisce essere considerato, come uno che aizza la folla o come uno dei tanti che, in mezzo alla folla, sbraita cose che non capisce solo perché gli piace da matti sbraitarle? Difficile dire quale risposta sarebbe la più penosa, non solamente per il Salvini, anche per noi: il numero due del governo italiano è un fabbricatore cosciente di balle, o è un credulone che ripete a vanvera certe storielle solamente per sentito dire?

Nella vergogna

 

Quei camerati schiavi del passato
DI MASSIMO GIANNINI
Il modo penoso e peloso con cui Giorgia Meloni ha deciso di infangare il quarantaquattresimo anniversario della strage di Bologna segna un punto di rottura civile e democratica.
L’Italia non merita questo oltraggio alla sua Storia. Quelle 85 vittime innocenti non meritano questa offesa alla Memoria.
In un Paese normale, dalla presidente del Consiglio di un partito altrettanto normale ci si dovrebbe aspettare che il ricordo di quell’immane tragedia serva a saldare una volta per tutte i conti con quel suo maledetto “passato che non passa”. A sanare per sempre tutte le ferite che il terrorismo neofascista ha inferto alla carne viva della Repubblica.
A riconoscere quell’orrore e quel sangue sfogliando proprio le pagine più oscure dell’album di famiglia della vecchia destra tricolore dalla quale proviene anche lei. A consentire finalmente alla “Nazione” di uscire dall’incubo degli Anni di Piombo.
Purtroppo l’Italia di oggi non è un Paese normale, e meno che mai lo sono Meloni e i suoi Fratelli.
Le parole usate dalla premier per replicare alle critiche più che legittime di Paolo Bolognesi sono vergognose. Definire «ingiustificati» i sacrosanti attacchi alle sue tesi negazioniste sull’origine di quel mostruoso attentato è una palese mistificazione dei fatti. Evocare il pericolo di gesti «di odio» che potrebbero mettere a repentaglio la sua «incolumità personale» è una subdola istigazione a compierli. Tutto questo conferma una volta di più che in questa sedicente destra “di governo” — oltre ad ardere l’eterna fiamma mussoliniana — batte un “cuore nero” post-missino, che la rende irriformabile e incompatibile con la Costituzione Repubblicana.
Ci vogliono cinismo e ipocrisia, per imputare l’eccidio del 2 agosto 1980 a un «terrorismo che le sentenze attribuiscono a esponenti di organizzazioni neofasciste».
Una formula anodina che — senza dirlo in modo esplicito — serve alla Sorella d’Italia per compiere la solita impostura: prendere le distanze da una verità giudiziaria, che secondo lei e i suoi “volonterosi carnefici” non coincide con quella storica. E non per caso, alla fine del suo comunicato, rilancia la formula di rito che ripete ogni anno: siamo sempre in attesa di «arrivare alla verità sulle stragi che hanno insanguinato la Nazione».
Un insulto al ricordo di quei morti. Le piaccia o no, a quella verità ci siamo già arrivati da un pezzo. Le sentenze sono state almeno quindici, quasi tutte passate in giudicato. Non riflettono pareri né opinioni, ma il verdetto definitivo di Tribunali, Corti d’Appello, Corti di Cassazione, che “in nome del popolo italiano” hanno ritenuto colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio tre terroristi dei Nar, Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini, col supporto di due esponenti dell’eversione nera, Paolo Bellini e Gilberto Cavallini.
Non c’è nient’altro da sapere. C’è solo da prendere atto.
Ma questo la premier non lo fa e non vuole farlo. E questa è chiaramente “la linea del partito”: anche Ignazio La Russa — confermando che con lui se si scommette sul peggio si vince sempre — ricorre alla stessa ambiguità meloniana: «Vile attentato che le sentenze hanno attribuito a una matrice neofascista». Più in fondo all’abisso riesce ad arrivare solo Salvini, che anchequest’anno cinguetta su X il suo immenso dolore per quella «ferita ancora aperta», senza mai dire chi l’ha procurata.
Neanche a Palazzo Chigi Meloni riesce a guarire dalla sindrome vittimistica dell’Underdog della Garbatella che denunciò nel suo discorso di investitura. Neanche da donna sola al comando riesce a liberarsi da quella vocazione settaria e minoritaria da agit-prop di Colle Oppio, che la rende capace di parlare sempre alla sua ridotta elettorale e mai all’intera comunità nazionale.
È da anni che Meloni e i suoi «splendidi ragazzi» — in ossequio a un teorema inventato dall’ala più eversiva dell’Msi — avvelenano i pozzi sulla mattanza neo-fascista di Bologna. Cossiga dà inopinatamente il “la”, in un’audizione del marzo 1991, quando a domanda del missino Pinuccio Tatarella risponde: «La targa alla stazione di Bologna, che definisce “fascista” la strage, va tolta…». La gioventù neofascista si infila subito nella crepa bugiarda aperta dal Grande Picconatore. E sposa la fantomatica “pista palestinese”: la bomba alla stazione nascerebbe dalla violazione del presunto “lodo Moro”, un accordo che i servizi segreti avrebbero sottoscritto con l’Olp per sventare attentati. Una bufala, archiviata presto dalla Procura. Ma da quel momento, la “pista palestinese” diventa la foglia di fico dell’estremismo nero.
Nell’agosto del 1994 Bellini e Ciavardini la rilanciano, organizzando il primo Comitato Trasversale “E se fossero innocenti”, per insinuare dubbi sulla colpevolezza di Mambro e Fioravanti. Il 2 agosto 2000, nel 40esimo della strage, i giovani militanti confluiti in Alleanza Nazionale la fanno aleggiare in piazza, sempre con Ciavardini, al grido “Nessuno di noi era a Bologna”.
Nel 2004, in un evento di Azione Giovani a Catania in cui si parla della strage, al fianco di Ciavardini compare Giorgia in persona, che in un volantino dichiara testualmente: “Vogliamo che sia fatta chiarezza sulle stragi, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna… vogliamo la verità sulle pagine strappate della nostra storia, che qualcuno non ha il coraggio di riportare alla luce”. Nel 2005, con una fiaccolata nella Capitale, la “pista palestinese” è cavallo di battaglia del Comitato “L’ora della verità”, in cui confluiscono ex di Avanguardia Nazionale. Negli anni successivi, partorita dalle ceneri di An la sua nuova creatura FdI, Meloni intensifica lacampagna di disinformazione sulla strage. 2 agosto 2017: «37 anni senza giustizia e senza verità». 2 agosto 2018: «Tutto è avvolto nel mistero, nessuna verità, nessuna giustizia». 2 agosto 2019: «C’è necessità e urgenza della desecretazione dei documenti sulla strage di Bologna e sul Lodo Moro». 15 ottobre 2019 (col processo a Cavallini in corso): «Attendiamo risposte urgenti… su un intrigo dai risvolti internazionali che qualcuno si ostina a considerare una vicenda di terrorismo interno». 2 agosto 2021: «Tra ombre e depistaggi, continuiamo a chiedere verità e giustizia».
La macchina della menzogna non si ferma nemmeno quando Meloni diventa presidente del Consiglio. Sostiene con forza le proposte di legge presentate dai suoi bracci armati Foti, Rampelli e Mollicone, che chiedono una Commissione parlamentare d’inchiesta «sulle connessioni tra il terrorismo internazionale e le stragi» di Piazza Fontana e di Bologna. Non va mai nella città devastata da quel lutto incancellabile. In compenso, nel comunicato del 2 agosto 2023 si riperde la «matrice» e parla solo di un generico «terrorismo», aggiungendo che «il governo accelera sul versamento degli atti declassificati sulla strage». Accreditando ancora una volta l’ipotesi che arcana imperii e segreti irriferibili impediscono di accertare le vere responsabilità di quell’immonda macelleria umana. Come se, nel frattempo, i cinque terroristi neofascisti non fossero stati condannati a una dozzina di ergastoli.
Si arriva così allo scempio di ieri, che è insieme etico e politico, morale e istituzionale. Se non ci fosse da piangere, verrebbe quasi da ridere di fronte all’indignazione meloniana per le accuse di Bolognesi.
Di fronte a un uso così fraudolento della realtà, denunciare la sprezzante doppiezza della premier non è «mancanza di rispetto»: è un solo un doveroso disvelamento. «Per la destra italiana la strage di Bologna è una macchia da negare e da cancellare a tutti i costi» non è una «frase molto grave»: è solo una frase molto giusta. È logico che faccia infuriare gli eredi di Mussolini e i nipotini di Almirante. Insieme al cuore nero della “destra reale”, queste semplici ma atroci evidenze mettono a nudo il cuore di tenebra della leader che la guida.