martedì 18 giugno 2024

L'Amaca

 

Dire minchiate non è reato
DI MICHELE SERRA
Non spendo neanche mezza parola per dire, tra il Vannacci e Paola Egonu, da che parte sto. Ma credo che il Tribunale di Lucca abbia fatto bene ad archiviare l’accusa di diffamazione mossa da Egonu al Vannacci per averla definita “non rappresentativa dell’italianità”. Frase “impropria e inopportuna” secondo lo stesso Tribunale, ma non tale da costituire reato.
Traduzione dal giudicese all’italiano: dire minchiate non è reato.
La vicenda serva da lezione a tutti noi che stiamo con Egonu. Non bisogna offendersi. Non bisogna indignarsi. Non bisogna querelare (a parte i rari casi nei quali la querela è nelle cose, è dovuta, è inevitabile). Non bisogna mostrare le ferite. Bisogna andare sorridendo alla guerra delle parole e dunque alla guerra della politica, ribattere colpo su colpo, chiamare pregiudizio il pregiudizio, razzista il razzista, minchiata la minchiata, Vannacci i Vannacci. La principale prova a carico dei razzisti è la realtà, contrapposta ai loro fantasmi. E dunque impariamo a sbandierare la realtà e vinceremo la guerra. Se Egonu entrasse nell’aula dell’eventuale processo alle opinioni di Vannacci, non sarebbe la parte lesa.
Sarebbe la prova vivente (stavo per dire schiacciante, che nel suo caso calza benissimo) che Vannacci ha torto: sì, ho la pelle scura, sì, sono italiana. Altre domande?
Non si tratta di porgere l’altra guancia, si tratta di sollevare entrambe le guance di qualche spanna al di sopra. C’è una overdose di suscettibilità che va trasformata in combattività. Abbiamo ragione, che diamine, e per dimostrarlo non serve andare dall’avvocato. Serve dirlo a viso aperto, ogni giorno, senza paura.

lunedì 17 giugno 2024

Mannaggia!




Quando è moda è moda!


 

No comment!


 

Inchiesta

 

La guerra dei farmaci. Il sistema segreto dei prezzi: accordi imposti da Big Pharma
NESSUNA TRASPARENZA - I colossi del settore riescono a ottenere sconti differenti nei diversi Paesi europei. Così le nazioni più ricche pagano meno di quelle povere. È il caso del Kaftrio per la fibrosi cistica
DI LORENZO BUZZONI, EURYDICE BERSI E MAXENCE PEIGNE*
“Se il documento salta fuori, rischiamo che si apra il vaso di pandora e l’azienda farmaceutica ci faccia una causa milionaria”. Questa è stata la reazione della direttrice di una azienda sanitaria (Asl) del centro Italia quando Investigate Europe(IE) l’ha contattata per avere spiegazioni su un atto di acquisto trovato online tra l’Asl e la casa farmaceutica Vertex per la fornitura di Kaftrio, un medicinale usato per curare la fibrosi cistica. Dopo la chiamata, l’Asl ha immediatamente rimosso dalla Rete il contratto che riportava il prezzo reale del medicinale pagato dall’azienda sanitaria, per errore reso pubblico. Questo perché in Europa e altrove non è dato sapere il prezzo reale di un farmaco. In cambio della riservatezza, le strutture sanitarie godono di uno sconto sull’acquisto del farmaco di Big pharma. In questo modo, “le aziende pensano di poter negoziare accordi migliori Paese per Paese, e gli Stati di poter negoziare accordi più forti. In particolare quei Paesi che hanno una maggiore potenza economica”, spiega Paul Fehlner, presidente dell’azienda farmaceutica reVision Therapeutics.
Una delle ragioni addotte dalle case farmaceutiche per mantenere il sistema segreto dei prezzi, che secondo alcune fonti è iniziato a diffondersi in Europa intorno al 2010, è che permette di fare prezzi differenziati nei vari Paesi europei, facendo pagare un prezzo minore ai Paesi meno ricchi. “Nel mercato farmaceutico globale, i prezzi di uno stesso prodotto variano da un Paese all’altro. Ciò è spesso vantaggioso per i Paesi più poveri, che possono accedere ai farmaci a un prezzo inferiore”, ha detto a IE Leif Rune Skymoen, direttore generale dell’Associazione dell’industria farmaceutica norvegese. L’inchiesta di Investigate Europe mostra un quadro diverso, dove in alcuni casi le nazioni ricche pagano meno di quelle dell’Europa centrale e orientale.
Partendo dai registri aziendali e dai dati sanitari e di bilancio delle autorità nazionali, IE ha elaborato una stima dei prezzi di alcuni farmaci usati per curare la fibrosi cistica, dividendo i ricavi locali di Vertex Pharmaceuticals, l’azienda che produce quei farmaci, con il numero dei pazienti in terapia nel 2022, in modo da ricavare il costo unitario del trattamento.
Se in Europa occidentale, la media, al netto dell’Iva, è stata stimata in circa 71.000 euro in Francia, 81.000 euro in Italia, 87.000 euro in Spagna e 88.000 euro nei Paesi Bassi, IE stima che il prezzo per paziente nel 2023 per la Polonia fosse di 109.000 euro, Iva inclusa, mentre nella Repubblica Ceca il costo annuale stimato nel 2022 è stato di 140.000 euro (non è chiaro se la cifra sia comprensiva o meno di Iva). In Lituania il governo ha dichiarato di essere pronto a pagare fino a 8,4 milioni di euro per fornire i farmaci per curare la fibrosi cistica a un massimo di 48 pazienti. Ciò potrebbe equivalere a 175.000 euro a persona.
I Paesi stringono accordi segreti nella speranza di contenere i costi, ma i prezzi dei farmaci innovativi sono aumentati ovunque. “I farmaci costosi sono una sfida crescente per i bilanci nazionali e per i singoli pazienti. I nuovi farmaci hanno un prezzo sempre più alto”, si legge in un report della Commissione Ue. Nei Paesi Bassi, la parte del budget ospedaliero nazionale per questi farmaci “è passata dallo 0,6 al 10% negli ultimi 15 anni”, afferma l’oncologo olandese Wim van Harten; un trend confermato anche dalle autorità norvegesi. In Italia, la spesa dei nuovi farmaci è passata da 5,17 miliardi di euro nel 2014 a 8,54 miliardi nel 2022, con una spesa farmaceutica complessiva (pubblica e privata) che ha toccato i 34 miliardi (circa 9 miliardi in più rispetto al 2012).
E intanto i profitti di Big pharma crescono. Ricercatori statunitensi hanno confrontato i profitti annuali di 35 grandi aziende farmaceutiche con quelli di 357 società di altri settori dell’indice borsistico S&P 500. Per il periodo 2000-2018, il margine di profitto lordo mediano dei gruppi farmaceutici era del 76,5%, mentre negli altri settori era del 37,4%.
“Con la trasparenza dei prezzi, tutti i Paesi saprebbero qual è il prezzo realmente pagato dagli altri Stati e quindi potrebbero mettersi d’accordo per fare in modo che il prezzo scenda”, dice Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri. Secondo lo scienziato, ciò non avviene perché “le condizioni dei vari Paesi sono diverse, come la differenza di reddito o la presenza o meno dell’industria farmaceutica nel Paese”.
Così, quando nel 2019 gli Stati membri dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno adottato una risoluzione, non vincolante, proposta dall’Italia dell’allora governo Conte, per migliorare la trasparenza sui prezzi dei farmaci, la Germania e il Regno Unito, sostenuti da Stati Uniti, Giappone, Svizzera, Danimarca e Svezia – tutti Paesi con importanti settori produttivi farmaceutici – hanno tentato in tutti i modi di indebolire la risoluzione. Alla fine è stato raggiunto un compromesso al ribasso che permette alle aziende farmaceutiche di non rivelare i costi di ricerca e sviluppo, i sussidi pubblici ricevuti e i dati degli studi clinici. Oltre ai prezzi dei farmaci negoziati al netto degli sconti.
Quando Giorgos Pamboridis, ex ministro della Sanità di Cipro, ha scoperto che alcune volte i loro prezzi erano “doppi, tripli o addirittura quintuplicati rispetto a quelli pagati da altri Paesi”, si è detto sconcertato dal fatto che l’Ue permetta a Big pharma di trattare i suoi membri in modo così diverso. Ci sono stati dei tentativi da parte degli Stati europei di unire le forze e negoziare insieme, tentativi che hanno portato a successi limitati. Quando nel 2017 dieci Paesi, tra cui Cipro, Grecia, Italia, Malta, Portogallo e Spagna, hanno firmato la Dichiarazione della Valletta per cooperare nell’acquisto di farmaci, l’industria non ha mostrato alcun interesse e l’iniziativa si è arenata, hanno dichiarato diversi partecipanti a IE.
L’iniziativa Beneluxa (cioè la rete tra Austria, Belgio, Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi) è riuscita a negoziare, seppure solo in tre casi, i prezzi di alcuni farmaci ad alto costo soprattutto con piccole aziende, ma Big pharma non è ben disposta a collaborare. “Le grandi aziende farmaceutiche non sembrano supportare questo tipo di iniziative”, dice Paolo Pertile, professore di economia all’Università di Verona. L’unica volta che le case farmaceutiche hanno negoziato a livello europeo è stato per i vaccini anti-Covid. Ma anche in questo caso i prezzi erano segreti. “Se l’Ue avesse usato la sua forza per non accettare clausole di riservatezza, avrebbe potuto cambiare le carte in tavola”, afferma Sabine Vogler, responsabile di Farmacoeconomia presso l’istituto nazionale austriaco per la salute pubblica.
Intanto, il sospetto che ogni volta che c’è un accordo di riservatezza qualcuno ottenga condizioni peggiori si è rivelato fondato quando nel gennaio 2022 è trapelato il prezzo del vaccino Covid di AstraZeneca. In Sudafrica il prezzo era 2,5 volte superiore rispetto alla maggior parte dei Paesi Ue.
*Tutti gli articoli pubblicati in queste due pagine e nelle due seguenti fanno parte dell’inchiesta “Prezzi mortali” di Investigate Europe

A proposito di...

 

Operazione Borgo Egnazia, l’Italia ridotta a un cartonato
UN NON-LUOGO PER MOSTRARCI AL G7 - Nel francobollo celebrativo non figura il comune in cui si è svolto, solo “un nome che non trova corrispondenza in alcun Ente della Repubblica italiana”
DI TOMASO MONTANARI
Borgo Egnazia. Se, tra fascismi risorti e guerra atomica imminente, non ci fosse da disperare, ci sarebbe da ridere. Dopo tutta la retorica sulla patria, la nazione, l’identità, la ‘cultura nostra’, l’autarchia e le radici, Giorgia Meloni convoca i sedicenti Grandi della Terra in un non-luogo, simbolo della mercificazione e della disneyficazione dell’Italia. Non in una città, in un paese, in qualcosa di vivo e di vero, ma in un santuario del turismo extralusso sorto dal nulla: disegnato, una manciata di anni fa, da uno scenografo. Una quinta di cartone, una finzione, un set: come la Venezia di Las Vegas. Non l’Italia, ma un prodotto commerciale per ricchi, ‘liberamente ispirato’ all’Italia: la quintessenza dell’Italia ‘open to meraviglia’. Desolato, il sindaco di Fasano ha scritto a Mattarella denunciando che sul francobollo commemorativo dell’evento non ci sia nessun cenno al comune in cui si svolge, ma solo “un nome che non trova corrispondenza in alcun Ente di cui si compone la Repubblica italiana”. Già, perché dire Borgo Egnazia è come dire Gardaland, o meglio come dire Four Seasons: è un marchio commerciale quello che entra nella toponomastica della Repubblica. Una colossale pubblicità di Stato all’impresa privata a cui Meloni è tanto affezionata: e dov’è “l’interesse esclusivo” della famosa Nazione, in questa catena di affetti privati che evidentemente nemmeno la disciplina e l’onore possono spezzare?
Ma c’è qualcosa di peggio, di più culturalmente marcio. Due anni fa, uno splendido saggio a più mani (Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, a cura di F. Barbera, D. Cersosimo, A. De Rossi, Donzelli editore) ha chiarito cosa davvero implichi il dilagare della retorica del ‘borgo’: “Viene messa in scena una rappresentazione del ‘borgo-merce’ impastata di archeologizzazione e medievalizzazione, associata alle rievocazioni storiche in costume, al pittoresco e al branding della località ‘tipiche’. … La pervasività borgo-centrica, la borgomania, separa invece di unire, spezza il rapporto vitale tra l’insediamento e il suo intorno, persegue la polarizzazione contro il policentrismo, congela la lunga e contrastata storia dell’insediamento umano nel nostro paese, in favore di una fissità senza tempo che è il contrario della storia e annulla la geografia dei luoghi, come se i borghi potessero esistere senza le relazioni con le aree che li circondano. Dimenticando che lì si continua ad abitare e sempre più spesso si costruiscono percorsi di rivitalizzazione e rigenerazione. Un borgo-merce, appunto, che premia la globalizzazione del tipico: promesso a tutti, ma che deriva il suo valore solo se fruito dai pochi”. Borgo Egnazia è l’ultimo stadio di questo processo: perché non è un paese ‘borghificato’, ma è appunto una totale finzione. Un resort costruito in forma di borgo: il vertice dell’alienazione. Per rimanere al fornitore di vini del vertice, insomma, un non-luogo che sta all’Italia reale (‘autentica’, direbbero loro) come Porta a Porta sta alla libera informazione.
Ma non c’è molto da stupirsi se i cantori della tradizione e dell’identità scelgono poi di rifugiarsi in una finzione commerciale: la loro idea di identità, infatti, non ha nulla a che fare con la storia e con la geografia del paese reale. Se le conoscessero, rimarrebbero atterriti dalla varietà estrema del Paese che dicono di amare: “Quali diverse dosature razziali avranno differenziato il genio di ogni città?”, si chiedeva Arsenio Frugoni nel 1956. No, la loro è una identità di plastica, buona per manganellare neri e stranieri, e lontana le mille miglia da ogni idea di cultura, conoscenza, amore. Non per caso sostengono tranquillamente l’autonomia differenziata, scaturita dalla scellerata riforma del titolo V della Costituzione perpetrata dal Centro-sinistra e poi fatta crescere dallo specialista in ‘porcate’ Roberto Calderoli: non è solo uno scambio con la Lega, no. È che per quelli che si fanno portare la voce da uno come il Signorelli junior, l’identità ha a che fare con il sangue, non con la storia, l’arte, le città. “Il razzismo nostro è quello del sangue”, scriveva il Giorgio Almirante, santificato da Giorgia. E con lo stesso disprezzo della storia, il Manifesto della razza proclamava: “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia”. ‘Assimilazione’: non per caso era proprio questa la parola scelta dal ministro Valditara in quel suo tweet in italiano zoppicante sulle quote per lui accettabili di ragazzi stranieri nelle scuole.
Perché tutta questa nebbia tossica possa resistere, il contatto con la realtà è da evitare in ogni modo: meglio chiudersi in un’Italia finta, fatta su misura. Un’Italia solo per stranieri: ma ricchi, bianchi, potenti.

domenica 16 giugno 2024

Arriva!


Immancabilmente quando arriva il momento in cui il caldo la farà da padrone, ecco scoccare l’ora della preparazione all’estate, momento terribile per il fatto che la sbadataggine con cui, sino a quel momento, ti ha permesso di concentrarti sul tuo corpo, ora che dovrai presentarti, bene o male agli altri bagnanti, i tuoi occhi, orridamente, focalizzano l’otre che hai agganciato al bacino, statico, immobile, sogghignante. Capisci allora che sarà, al solito, tragico il tuo andar per i lidi, e che neppure il trattenere il respiro maiorcamente, non servirà a nulla. E poi la canonica estirpazione pilifera, mai una volta che in tutti questi lustri fosse divenuto di moda l’uomo peloso, con schiere di babbei ad assaltare estetisti per farsi impiantare moquette! Niente, mai un gioia. E allora vai con la tosatura, per non essere scambiato per un orango scappato da qualche zoo! E mentre ti osservi con fantozziana acquiescenza, il pensiero vola alle terre finlandesi, agli igloo, all’artico, mentre remissivamente ti prepari alla canicola, alle musiche perenni, agli occhiali da sole per roteare i bulbi al passaggio di extraterrestri, ai fisici scolpiti da infinite sedute in palestra, alcuni dei quali faticano a prendersi le chiavi in tasca. Naturalmente viva l’estate…