Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 16 giugno 2024
Coloro che preferiscono...
La resa dei tonti
di Marco Travaglio
La quotidiana regressione del mondo verso l’età della pietra in versione nucleare ci costringe a non stupirci più di nulla. Non dei Sette Nani del mondo che chiedono una “tregua olimpica” alla Russia dopo averle vietato di partecipare alle Olimpiadi con le sue bandiere e dopo che Zelensky l’ha respinta come un regalo a Putin. Non della cosiddetta “conferenza di pace” di Lucerna, la prima della storia con tutti i Paesi del mondo tranne quello che ha scatenato la guerra e la sta vincendo, perché il “piano di pace” di Zelensky prevede negoziati con tutti fuorché col suo nemico. Non delle reazioni sprezzanti della Nato al “piano di pace” di Putin (“Kiev mi dia le cinque regioni che ho annesso e rinunci alla Nato”), corretto e interpretato dall’alleato cinese (“Kiev e Mosca s’incontrino a metà strada”). Secoli di diplomazia basata su realismo e pragmatismo per interessi superiori spazzati via dall’ipocrisia cavernicola e dalla doppia morale di leader morituri che scambiano i sogni per la realtà, nascondono le cause della guerra e mandano al macello gli ucraini per salvarsi la faccia o il culo (che fra l’altro coincidono). E la stampa sonnambula dietro. Repubblica: “Putin, la pace indecente”. Stampa: “La pace secondo Putin è la resa dell’Ucraina”. Tutti fingono di non capire che quelle richieste, ovviamente inaccettabili, non sono il trattato finale, ma la pistola che l’autocrate poggia sul tavolo per iniziare a negoziare. Lo sa anche lui che il suo piano è irricevibile, così come quello speculare di Zelensky, che ha pure l’aggravante di essere lo sconfitto (“i russi si ritirino da tutti i territori occupati e Kiev entri nell’Ue e nella Nato”). Ma almeno bisognerebbe conoscere la differenza fra una resa (la perdita dell’intera Ucraina) e un compromesso (le cinque regioni reclamate e neppure ancora interamente occupate dai russi sono solo un quinto del Paese).
Il fatto che sempre più insistentemente Putin parli di chiudere la guerra può essere un bluff, ma per scoprire se lo è bisogna andare a vedere. Apparecchiando un tavolo che includa la Russia. Come quello di Istanbul che portò all’intesa con Zelensky nel marzo 2022 e fu fatto saltare dalla buonanima di Johnson. L’alternativa è una sola: che la Nato con i suoi miliardi e armamenti (quasi finiti) e l’Ucraina con i suoi soldati (quasi finiti) riconquistino tutti i territori occupati, pari a metà dell’Italia, e alla svelta, prima che gli ultimi leader superstiti del Partito Unico della Guerra vengano spazzati via dagli elettori. Vasto programma: negli ultimi 14 mesi, Kiev ha liberato l’equivalente della provincia di Prato, mentre ne ha persi e ne sta perdendo molti di più. Oggi il piano di pace di Putin sembra folle, e lo è. Speriamo che, fra un anno, non diventi il piano di pace di Zelensky.
L'Amaca
Un turno di riposo per il tenore
DI MICHELE SERRA
Pur rimanendo nell’alveo dello stereotipo (l’Italia patria del bel canto e della melodia), non si potrebbe allestire per i prossimi eventi solenni un piano B, rispetto a Bocelli che canta il Nessun dorma per la miliardesima volta? Lo si fa per il menù, per il protocollo, per l’ospitalità, perché non provarci anche con la lirica? Si osa il pane al pomodoro nei banchetti più formali, non si potrebbe sperimentare qualche deroga anche per la colonna sonora? Non dico la dodecafonia o il punk, ma almeno qualche variante nel campo, ampio e glorioso, della romanza d’opera.
Con tutto il rispetto per Puccini e la sua conclamata grandezza, io di sentire il tenore che spara il “vinceròòòòò” non ne posso veramente più. È diventato un ritornello fisso, un obbligo sonoro, una sigla onnicomprensiva che copre qualunque esigenza, dalla pubblicità dei prosciutti al summit mondiale, dai grandi eventi sportivi al pranzo di matrimonio con taglio della cravatta. Tu vedi il tenore che s’avanza, il pubblico che ammutolisce, e pensi: oddio, adesso canta ilNessun dorma. E lui canta ilNessun dorma.
Propongo una commissione di esperti, presieduta da Augias e con un vicepresidente in quota alla destra, che sottoponga alle autorità una lista di alternative all’altezza, magari concedendo un turno di riposo al tenore e dando spazio al soprano e addirittura al baritono (per le occasioni meno squillanti).
Qualcosa che non costringa anche gli addetti alla sicurezza e al ristoro a borbottare senza farsene accorgere “oh no! ancora il Nessun dorma…”, mentre Meloni simula esultanza per far contenti gli ospiti.
sabato 15 giugno 2024
Le cose sono due!
Daje Selva'!
Il G7 formato Bottura, eroe del merluzzo che nuota verso Capri
LO CHEF RACCONTA - L’intervista e il mito
di Selvaggia Luccarelli
Un giorno bisognerà realizzare una raccolta delle migliori interviste allo chef Massimo Bottura e tenerle lì, pronte, per inviarle a casa agli italiani nei momenti di austerità tipo pandemie, deficit o nubi radioattive. Io le leggo e mi mettono di buon umore come poche cose nella vita. Neppure quelle al parrucchiere di Giorgia Meloni o all’edicolante di Mario Draghi hanno mai raggiunto dei picchi comici così alti. Proprio ieri, Massimo Bottura, tre stelle Michelin nella ristorazione e almeno dodici nell’autocelebrazione, ha raccontato a Repubblica la più ardua impresa della sua vita: cucinare per il G7. La premessa è che “i tempi erano strettissimi e che ci teneva a fare bella figura”, notizia che genera già un certo stupore nel lettore: eravamo tutti convinti che lo chef numero uno al mondo volesse concedersi il lusso di far rimandare la discussione sulle banche cinesi per servire con calma la sua torta al limone, verso le quattro del pomeriggio. Bottura spiega poi il menu a Repubblica servendosi di un argomento inedito: ha messo al centro materie prime e identità italiana.
Eravamo tutti convinti che servisse piatti a base di esperimenti genetici e dall’identità belga, e invece quel genio pazzerello di Bottura ha spiazzato tutti. “Ieri ho servito un pane e pomodoro. Sembrava una follia e invece sono impazzito”, ha dichiarato. In effetti era un piatto divisivo. Mi immagino i suoi collaboratori che lo sconsigliavano: “Massimo no, non farlo, assieme al ghiacciolo all’anice e alle palle di toro ‘pane e pomodoro’ è la classica cosa che non piace a nessuno!”. Invece Bottura, che non teme le sfide, ha insistito. E ha vinto. “Ursula von der Leyen, tra tutti, era davvero colpita”, ha spiegato. Me la immagino Von der Leyen, tra 20 anni, rispondere a un suo biografo che le domanda: “Tra le cose che le sono passate davanti in questi anni cosa l’ha colpita di più? La Brexit? La crisi russo-ucraina?”. “No, il pane e pomodoro di Bottura”. Ma non è finita qui, perché, dice lo chef, “le fette di pane erano ricoperte d’oro per raccontare che il pane è oro”. Geniale. Perché non ricoprirle pure di piombo fuso per ricordare che se ne mangi troppo ti si piazza sullo stomaco per due giorni.
Bottura racconta poi di aver servito il granchio blu, e questa, in effetti, è una notizia. O meglio, un indizio della direzione che intende prendere il nostro ministro della sovranità alimentare. Della serie: se non puoi sterminarlo, inglobalo nella tradizione del cibo italiano. Dopo l’endorsement di Bottura c’è da scommettere che il ministro Lollo inizierà a parlare dell’invasore americano granchio blu come di una risorsa, dirà che ormai ci sono granchi blu di terza e quarta generazione nati a Comacchio e che in fondo a guardarli bene non sono più blu, ma azzurri, come la maglia della Nazionale italiana. Alla fine li vedremo nei villaggi Coldiretti in enormi vasche insieme ai tonni di Carloforte e ospiti di Porta a Porta insieme a Chico Forti che spiegherà le migliori ricette a base di granchio blu servite in carcere.
Il culmine della narrazione gastro-distopica però la raggiunge la descrizione del piatto principale: “L’abbiamo chiamato ‘il Nord che voleva diventare il Sud’: un merluzzo con infusione di capperi di Pantelleria, colatura di alici, sapori mediterranei: l’idea era quella di raccontare la storia di un merluzzo che sognava di nuotare nel mare di Capri”. In pratica la storia di Nemo, in salsa “turista medio americano”. Me li immagino, poi, i merluzzi depressi nel mare della Groenlandia mentre sognano di andare a Capri, a cantare all’Anema e core.
Ma la descrizione del piatto non era già abbastanza epica. Bottura deve convincere l’intervistatrice della difficoltà dell’impresa, la deve disseminare di ostacoli e nemici, ovviamente immaginari. “Nessuno voleva servire il merluzzo, tutti parlavano di proporre pesci più nobili. A un certo punto mi sono imposto: o vi fidate di me o non vi fidate. Alla fine ho avuto ragione, sono tutti impazziti, il presidente Macron mi si è avvicinato e mi ha detto ‘Ça c’est très bon’”. In pratica lo chef numero uno al mondo si ritrova circondato da sabotatori di cene che dicono a lui cosa deve servire in tavola. Certo. Sulla presunta frase di Macron c’è poi da aprire una parentesi. La vera specialità in cucina di Bottura sono da sempre i virgolettati altrui. In ogni intervista che rilascia riferisce un elogio che qualcuno gli avrebbe fatto. Va a New York per ritirare il premio per il miglior ristorante al mondo e: “Quando sono arrivato, Ducasse era lì e ha detto ‘Sono qui per te’”. Cucina per Renzi e Hollande e “Hollande mi ha detto ‘Il tuo cibo è arte’”. Cucina per il G7 e “Meloni mi ha presentato dicendo che sono un mare di stelle”.
Ma attenzione, perché l’aneddotica su Macron, nell’intervista, risulta particolarmente succulenta: non solo gli avrebbe detto “È molto buono” del merluzzo, ma – sempre secondo Bottura – mentre i camerieri stavano per togliergli il piatto del dolce, il presidente francese avrebbe detto: “EH NO QUESTO LO MANGIO”. Cosa ci sia di incredibile nel fatto che Macron volesse mangiare il dolce non si è capito. Forse Bottura non si è spiegato bene e ha trovato incredibile che Macron volesse mangiare anche il piatto del ceramista di Grottaglie, chissà.
Comunque, il momento più alto della comicità si tocca con l’ultimo botta e risposta: “Tra tutti chi è stato il commensale più difficile?”, domanda l’intervistatrice. Bottura: “Joe Biden. Era molto concentrato. In più non mangiava pesce: gli abbiamo preparato un menu per lo più vegetale, con tante verdure e un agnello meraviglioso che abbiamo trovato qui”. Il famoso menu “per lo più vegetale” che include un agnello squartato per l’occasione, agnello che per giunta “hanno trovato lì”. Lì dove? Pascolava sul bordo della piscina di Borgo Egnazia? Lo portava Biden al guinzaglio? Sicuro che non fosse il cane del presidente americano, incidentalmente cotto al vapore come il barboncino di fantozziana memoria? Comunque, resta da capire perché Biden sia stato il commensale più difficile per Bottura in quanto “era molto concentrato”. Qualcuno spieghi allo chef che se Biden fissava il piatto senza rispondere a stimoli esterni non è perché rifletteva sul pane e pomodoro come simbolo della tradizione identitaria del nostro Paese, ma perché, molto più semplicemente, dormiva.
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