Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 14 giugno 2024
Ha proprio ragione!
Meno votano, meglio è” l’oligarchia se la gode
DI DANIELA RANIERI
La sovranità appartiene al popolo. Siamo sicuri? Il primo ad avere capito che ormai non è più così è proprio il popolo. Se si vuol leggere il dato che più della metà degli elettori non è andata a votare alle Europee senza cedere al lavaggio del cervello per cui metà della popolazione è composta da analfabeti privi di senso civico, è il caso di considerare la possibilità che il Parlamento europeo goda di sempre meno fiducia e che anzi, come dice Alessandro Barbero, il popolo si sia accorto che “se non può far cadere il governo, non serve a niente”. Da tempo i partiti, se non proprio l’istituto delle elezioni, stanno per defungere, tanto che la metà dell’elettorato preferisce auto-escludersi dall’esercizio di un diritto piuttosto che sprecarlo o vederlo violato.
Meloni festeggia il 28,76% accordatole come un plebiscito (come già alle Politiche, quando prese quasi il 26% col 40% di astenuti), come se non fosse andato a votare il 49,69% degli elettori, dato che ridimensiona il suo risultato dimezzandolo; peraltro, festeggia per essere stata eletta in un Parlamento dove non andrà, come la Schlein: non sarà che molti elettori si sono ribellati alla truffa? Ma come, e il sogno europeo? E i 74 anni di “pace, democrazia e sviluppo” (Gentiloni, commissario Ue) regalatici dall’Europa con le sue istituzioni calde, popolari, incubatrici dei “nostri valori”?
Evidentemente uscire di casa e andare a votare per un Parlamento (dove già sedettero personalità del calibro di Iva Zanicchi, Borghezio e Salvini, quest’ultimo invero raramente) che sulle questioni geopolitiche è totalmente inchinato alla Nato cioè agli Stati Uniti è avvertito da più di un elettore su due come una fatica evitabile. Le decisioni prese “in una capitale straniera come la corte di Vienna dell’800 senza poterci far niente” (sempre Barbero) non scaldano i cuori. Strano: il Parlamento per cui la gente (non) è andata a votare è quello che nel 2019 approvò una risoluzione per equiparare nazismo e comunismo, cioè quelli che deportavano, gassavano e bruciavano gli ebrei nei forni e quelli che hanno sconfitto Hitler.
È la negazione, o l’inizio della fine, della democrazia rappresentativa, l’avverarsi progressivo di una diversa forma di governo: un’oligarchia implicita in cui finiranno per votare solo i gruppi di interessi, i lobbisti e chi si vende il voto (“Quanti votanti?”, chiedeva il sindaco di Reggio Calabria Falcomatà al genero di un boss ’ndranghetista. E quello: “L’affluenza è bassa, ma meno votano e meglio è”. E il sindaco: “Certo, appunto”). Del resto la volontà popolare è stata spesso ignorata con la formazione di governi tecnici, e il Parlamento è sempre più schiacciato dall’esecutivo con la proliferazione di decreti legge (vedi l’invio delle armi all’Ucraina, peraltro secretato). Alle ultime Politiche il liberalume nostrano (Renzi in testa) accusò Conte di “voto di scambio” (un reato di tipo mafioso) per aver portato avanti la battaglia del Reddito di cittadinanza. Chi percepiva il Rdc avrebbe dovuto votare per chi prometteva di toglierglielo (per paradosso, è proprio quel che è successo: il partito più votato dalle persone in difficoltà economica è stato FdI, non il M5S). Il principio per cui il popolo vota per chi tutela i suoi interessi è cominciato a diventare deprecabile: solo i ricchi e gli imprenditori hanno diritto a votare chi gli promette favori (flat tax, condoni, taglio del cuneo fiscale, aiuti alle imprese, etc.); i poveri e i disoccupati (ribattezzati occupabili, come se tra i poveri non ci fossero anche centinaia di migliaia di lavoratori) sono parassiti che si vendono il voto in cambio dei 546 euro in media del Rdc (che l’amico di Bin Salman chiamava “reddito di criminalità” e Meloni “metadone”).
Chi si astiene pensa che “tanto sono tutti uguali”. In effetti tutti tranne il M5S sono per l’Autonomia differenziata, tutti sono sviluppisti, nuclearisti, pro-inceneritori, pro-Tav, pro-grandi opere; tutti se ne infischiano del lavoro schiavistico (anche se Schlein appoggia il referendum della Cgil per abolire l’orrendo Jobs Act). Nessuno ha denunciato che tra il 2010 e il 2019 tra tagli e definanziamenti sono stati sottratti 37 miliardi al Sistema sanitario nazionale (Meloni mente dicendo di aver aumentato i fondi per la Sanità, invece li ha tagliati rispetto al Pil). Tutti sono per l’aumento delle spese militari e l’appoggio incondizionato alle guerre di Nato-Usa. Tutti vogliono cambiare la Costituzione per favorire la “governabilità”, come se l’ingovernabilità non fosse colpa dell’inettitudine e della corruzione della classe politica. Naturalmente esiste una Commissione di esperti “con compiti di studio e consulenza, analisi ed elaborazione di proposte, anche di carattere normativo, e iniziative idonee a favorire al partecipazione dei cittadini al voto”. Ha risolto il problema? Come no, s’è visto. Forse aveva ragione il genero del boss: meno votano, meglio è.
Pane al pane
Sette Nani e un gigante
di Marco Travaglio
Prima scena: la passerella a Borgo Egnazia dei Sette Nani che si fanno chiamare Sette Grandi perché sono quasi tutti morti ma non se ne sono accorti e fingono di prendere decisioni già prese altrove o da altri. Biden è già un miracolo se si sveglia la mattina e si riconosce; Macron, precipitato al 14% e doppiato dalla Le Pen, spera di salvarsi nel voto anticipato agitando il solito spauracchio del fascismo (io faccio schifo, ma quella è peggio di me); Scholz voleva essere il nuovo Merkel, ma è solo il nuovo Renzi; Sunak, Trudeau e Kishida stanno per raggiungere gli altri nel cimitero delle pippe; e così via. Siccome sono terrorizzati dal Papa che domani parlerà di pace contro il loro bellicismo beota e perdente, simulano un’epica battaglia sull’aborto, che non dipende da loro (semmai dai Parlamenti) e nessuno ha la minima intenzione di toccare, ma è perfetto per farsi belli davanti agli elettori più boccaloni, a costo e a somma zero.
Seconda scena: alla Camera i 5Stelle contestano in beata solitudine le invereconde pompe funebri per B.; e il loro deputato Leonardo Donno, leccese, 39 anni, istituto tecnico commerciale, imprenditore del ramo impianti idraulici, climatizzatori ed energie rinnovabili, tenta di consegnare al ministro Calderoli la bandiera tricolore in polemica con l’Autonomia differenziata. Una provocazione che tocca il nervo più scoperto delle tre destre al governo. I due partiti con l’Italia nel logo (FdI e FI), tiepidissimi sulla schiforma per i voti che perderanno, vorrebbero rallentarla, ma non possono per il baratto con la Lega: se FdI vuole incassare il premierato e FI le porcate contro la giustizia devono pagare il riscatto alla Lega. I tre obbrobri simul stabunt, simul cadent: se ne salta uno, saltano tutti. E pure il governo. Ci voleva un esperto di idraulica e di energia – uno dei famosi “scappati di casa grillini” – per azzeccare la mossa giusta al momento giusto. Per Calderoli il tricolore è come l’aglio per un vampiro. Infatti il leghista, che viene dalla Lega di Bossi (“Io col tricolore mi pulisco il culo”), si ritrae schifato. Intervengono i commessi. Ma ecco decine di squadristi avventarsi su Donno. Altro che “rissa” o “disordini”: si chiama pestaggio. Un picchiatore, ben nascosto nella gang, gli assesta un colpo da arti marziali allo sterno, levandogli il respiro e facendolo accasciare come un sacco, mentre altri lo scalciano a terra. Con quella semplice e pacifica provocazione, Donno ha colpito e affondato non solo la Lega che si finge nazionale ed è sempre antinazionale; ma pure gli ipocriti fratelli d’Italia e forzisti, che il tricolore l’hanno sempre sventolato e ora lo tradiscono. Non sappiamo se i 5Stelle risorgeranno dalla batosta. Ma, intanto, meno male che ci sono.
L'Amaca
Più belli di prima
DI MICHELE SERRA
È difficile riuscire a dirlo senza scivolare nel politicamente scorretto, ma il colpo d’occhio sugli europei di atletica dava l’impressione che la con-fusione etnica degli ultimi decenni abbia portato a un notevole salto di qualità fisico/estetico delle nuove generazioni di europei. Basterebbero le finaliste del salto in lungo, capofila Larissa Iapichino, a dare testimonianza concreta delle virtù del melting pot genetico, per altro già ampiamente illustrate dalla scienza.
Per dirla come al bar, e con maggiore gusto nel caso fosse il bar frequentato da Vannacci: eravamo più brutti prima, e così dicendo mi consento un affettuoso body-shaming a carico delle generazioni di italiani precedenti a questa, incluso ovviamente chi scrive.
E certo, il paio d’ore di diretta televisiva da Roma permetteva anche una salutare vacanza dal dibattito politico-ideologico: non c’era alcun bisogno di ribattere con concetti virtuosi e inclusivi ai pregiudizi reazionari sulla “purezza etnica”. Erano i corpi, i sorrisi, i gesti atletici delle ragazze e dei ragazzi a parlare, era il risultato materiale della moltitudine di unioni tra europei indigeni e nuovi europei immigrati, specie africani.
Quanto ai distinguo di natura culturale, è diventato perfino superfluo far notare che l’italiano di questi ragazzi (e immagino anche il francese, l’inglese, il tedesco dei loro avversari) è decisamente migliore di quello di molti sportivi “nativi” delle generazioni passate. L’italiano, per questi nuovi italiani, è molto più lingua madre di quanto lo sia stato per i nostri avi, che erano nati nel dialetto.
Le cose vanno avanti, e a volte vanno avanti per il meglio.
giovedì 13 giugno 2024
Ricordando
Il Paese dei berluscloni
di Marco Travaglio
Ingiustamente esclusi dalle pompe funebri a Camere, reti Mediaset ed edicole unificate nel primo anno dalla dipartita di B., partecipiamo al lutto mai estinto per il caro estinto. Col rimpianto che non possa godersi anche lui il Paese che per mezzo secolo ha rovinato, prima con le sue tv, poi con i suoi governi, ora con i suoi berluscloni. La Meloni, quella che non era ricattabile da lui perché non ce n’era bisogno, tiene alta la bandiera a suon di condoni e schiforme. E riceve i capi del G7 in un luogo che a lui sarebbe tanto piaciuto: Borgo Egnazia in val d’Itria, con finto paesino d’epoca, masseria, laghetti fasulli, piscine e jacuzzi medievali. Una Milano2 o una Villa Certosa salentina, ma senza mausoleo e vulcano artificiale. In compenso, se gratti la pietra leccese, potrebbe riaffiorare qualche mazzetta in lire: il fondatore del Borgo fu l’avvocato tributarista Sergio Melpignano, big di Tangentopoli, consulente di Previti e Acampora (12 anni e 8 mesi di galera in due), legato a giudici corrotti, palazzinari e politici bipartisan, arrestato e uscito patteggiando 18 mesi per corruzione. Il posto ideale per farci conoscere, ma soprattutto riconoscere dagli altri sei grandi del mondo, se solo sapessero dove sono finiti: sul web la fedina penale del fondatore è sbianchettata, quindi ricorderanno solo le prelibatezze del noto chef stellato “scomodo e ribelle”, e poi i brindisi, ovviamente con i vini di Bruno Vespa. Silvio, lassù o laggiù, sarà raggiante e un po’ geloso.
Ma non c’è celebrazione senza un tocco di trasversalità. E infatti quale miglior omaggio al berlusconismo della vittoria di Avs trainata da Lucano e Salis? Il primo è l’ex sindaco di Riace condannato in appello a 1 anno e 6 mesi per falso in atto pubblico, prescritto per un abuso e un altro falso, dunque rieletto sindaco ma pure eurodeputato: l’esultanza per la “rivincita” sui giudici e la condanna lavata da 188 mila preferenze sarebbe piaciuta a B., che – per ben altri delitti – inventò l’equazione preferenza=innocenza (“Sono un cittadino più uguale degli altri perché ho avuto i voti”). L’altro caso di berlusconismo di sinistra è quello della Salis, animata senz’altro dalle migliori intenzioni, ma con un pedigree non proprio consono alle istituzioni: quattro condanne definitive a 1 anno e 9 mesi per reati di attivismo politico e un processo molto dubbio in Ungheria per associazione a delinquere e lesioni. Anche i 176 mila elettori corsi a votarla erano animati dalle migliori intenzioni: quelle di liberarla. Ma l’idea dell’elezione come alternativa all’evasione sarebbe piaciuta un sacco a B.. Mentre si celebra il revival del bipolarismo, torna in mente il Guzzanti del 2001 nei panni di Rutelli: “Er Paese nun è de destra e manco de sinistra: er Paese è de Berlusconi!”. Prima da vivo, ora da morto.
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