domenica 9 giugno 2024

Se

 

Se l’Europa fosse un’elettrice, si ricorderebbe dei suoi genitori, da De Gasperi a Schuman, da Adenauer a Spinelli, che la pensarono ripetendosi “Mai più guerre fra noi” e ripudierebbe gli eredi ignobili dei padri nobili, senza farsi ingannare dai falsi aut-aut destra-sinistra, populisti-riformisti, atlantisti-putiniani, sovranisti-europeisti (finti). Non si asterrebbe, per non darla vinta ai suoi peggiori nemici travestiti da amici. Non disperderebbe il voto in qualche listarella senza speranza. E voterebbe contro chi l’ha ridotta così e per chi vuol riportarla all’idea originaria di comunità che cresce in pace.
Se la Pace fosse un’elettrice, boccerebbe tutti gli attuali governanti a Bruxelles, a Parigi, a Berlino, a Roma ecc. e anche certi finti oppositori che sulle armi votano sempre con loro: quelli che ci apparecchiano un futuro di guerra (mondiale e nucleare), irridono la diplomazia su Gaza come su Kiev, mandano al macello centinaia gli ucraini fingendo di farlo per loro, mentre vogliono solo salvarsi la faccia e il deretano col loro sangue. E premierebbe chi si batte nei fatti per un negoziato fra tutti i protagonisti d’Europa (inclusa la Russia): una nuova Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa come nel 1975, quando 35 Stati (Usa, Urss, Canada e tutti gli europei tranne Albania e Andorra) avviarono la distensione fra Est e Ovest.
Se la Storia fosse un’elettrice, condannerebbe chi la usa non come magistra vitae, ma come scusa per ripetere gli errori e gli orrori del passato, inventando paragoni insensati fra le guerre attuali, tutte risolvibili con negoziati, e il mostro del nazismo che per fortuna non ha mai più avuto eguali.
Se l’Onestà fosse un’elettrice, boccerebbe tutti i partiti che candidano impresentabili in cerca di impunità o prendono soldi da Stati-canaglia, voltagabbana che cambiano i partiti come i calzini e leader che in Ue non ci metteranno piede, ma trattano gli elettori come allodole da uccellare.
Se l’Eguaglianza fosse un’elettrice, voterebbe chi si batte contro l’austerità selettiva per poveri e onesti, contro i condoni ai ladri e per portare o riportare in Italia ciò che in molti Paesi già c’è e nessuno discute: reddito di cittadinanza ai disoccupati, salario minimo ai nuovi schiavi, meno precariato, diritti civili alle minoranze, guerra senza quartiere alla corruzione e all’evasione fiscale.
Se l’Ambiente fosse un elettore, eviterebbe come la peste chi nel 2023 vaneggia ancora di carbone e altri fossili, di nucleare, di inceneritori, o vota per buttare centinaia di miliardi in nuovi armamenti e poi piagnucola perché la transizione verde costa troppo.
Se domani becco un astenuto che frigna perché non cambia mai nulla e l’Europa non gli piace, giuro che gli metto le mani addosso.

L'Amaca

 

Perché vado a votare
DI MICHELE SERRA
Nel caso, non impossibile, che qualche italiana o italiano con facoltà di voto abbia deciso di non esercitarla e si imbatta in queste poche righe, spero che ci ripensi, e vada al suo seggio. Ogni astensione ha le sue ragioni, il cosiddetto “partito degli astenuti” ovviamente non esiste, mette insieme persone e istanze spesso opposte, si va dal deluso stanco di delusioni al menefreghista coerente, dall’altezzoso che non ritiene degno del suo voto alcun partito all’idealista refrattario ai compromessi al ribasso, eccetera. Ci sono astensioni comprensibili e anche stimabili, astensioni antipatiche e perfino spregevoli.
Io vado a votare fondamentalmente per umiltà. Con meno entusiasmo che in gioventù (anche se un minimo sindacale di entusiasmo mi rimane), ma nella convinzione immutabile che vivere nel mucchio è la nostra sorte — siamo animali sociali — e dunque ci tocca farlo senza troppe storie. Stare in disparte è un lusso alla portata di pochi: l’anacoreta, l’esploratore artico, il genio appartato, il cosmonauta (per i quali, in ogni modo, ci sarà pure una app che permette di votare).
Noi altri, date retta, non siamo al riparo da niente, né da noi stessi né dalla politica. Si va a votare per conformismo, per abitudine, per convinzione, per spirito di fazione, ma anche, ripeto, per umiltà. Perché lo fanno un sacco di sciocchi e di sagaci, un sacco di ladri e di onesti, un sacco di tirchi e di generosi, e noi apparteniamo a questo flusso casuale di persone che è la Storia. Quello che tocca agli altri, tocca anche a noi.
Perfino stucchevole ripeterlo, che la Storia siamo noi, eppure è proprio così: e lo è oggettivamente, non romanticamente. Ogni voto conta e ogni voto cambia.
Ogni voto parla di ciascuno di noi.

sabato 8 giugno 2024

Tanto per ricordare


 LIGURIA 


di Marco Grasso


IL GOVERNATORE LIGURE GIOVANNI TOTI, l’imprenditore ed ex presidente di Genoa e Livorno Aldo Spinelli, il presidente dell’Autorità portuale Aldo Paolo Emilio Signorini. Per l’accusa erano al vertice di una consorteria che per anni ha indirizzato alcuni dei più grandi affari portuali e immobiliari. Lo schema, per i pm, prevedeva uno scambio reciproco: favori in cambio di finanziamenti per le campagne elettorali.

Quello che scuote la Liguria è forse lo scandalo di corruzione più importante degli ultimi anni, ma non è la prima volta che un presidente di giunta viene arrestato in questa regione. C’è un precedente illustre, che risale a 41 anni fa: il caso Teardo. È il giugno 1983 quando l’allora potentissimo socialista Alberto Teardo viene arrestato su ordine dei pm Francantonio Granero e Michele Del Gaudio. Di origini venete, Teardo ha costruito il suo potere a Savona, dove è arrivato come sindacalista della Fiom in quota socialista e qui ha scalato i vertici del partito. In tasca ha due tessere: una del Psi e una della loggia P2. Diventa prima assessore e poi presidente della giunta regionale, mettendo in piedi secondo i magistrati un gigantesco sistema di tangenti: chi vuole lavorare, deve pagare.

C’è poi una particolarità: la macchina del consenso teardiano passa da un si- stema parallelo al partito, i cosiddetti Cad 2 (Centri d’azione democratica), presidi in cui i magistrati trovano traccia di voti comprati e procacciati da famiglie malavitose. Fra i personaggi coinvolti c’è il boss calabrese di Ventimiglia, Peppino Marcianò. Teardo è uno dei primi politici a essere incriminato per associazione a delinquere di stampo mafioso, reato introdotto con la legge Rognoni-La Torre un anno prima. Nonostante i conclamati contatti con i clan, quella mafiosa è un’accusa che cade: Teardo alla fine sarà condannato a 12 anni e 9 mesi per associazione a delinquere (non mafiosa), concussione continuata, peculato ed estorsione.

Il caso Teardo, a oggi, resta il più grande scandalo della politica ligure, una sorta di anticipazione di Tangentopoli. Bisognerà aspettare altri trent’anni prima che la magistratura riesca a portare a processo le infiltrazioni dei clan sul voto regionale. Nel 2010 l’operazione Maglio 3 colpisce per la prima volta la ‘ndrangheta in Liguria. Fra i boss arrestati c’è anche quel Marcianò già comparso nell’inchiesta su Teardo. La ’ndrangheta, secondo i carabinieri del Ros, ha orientato varie votazioni: secondo gli inquirenti era già successo nel 2000, durante le elezioni che portano al potere il centrodestra, ma sono contestazioni che verranno archiviate; la nuova indagine porta alla condanna a un anno mezzo per promesse elettorali di Alessio Saso – consigliere regionale del Pdl intercettato mentre chiede voti al boss Mimmo Gan- gemi – e al patteggiamento di un consigliere comunale candidato in Regione, Aldo Praticò. Ma è un po’ tutta la politica a non uscirne benissimo. »

Sono gli stessi anni di un altro scandalo politico: quello delle “spese pazze”.

Il fronte del porto mette nei guai Giovanni Toti, per i suoi rapporti con l’imprenditore Spinelli

L’inchiesta nasce quasi in contemporanea a quella sul tesoriere ligure della Lega Francesco Belsito e agli ormai noti 49 milioni di euro. Una sessantina di consiglieri regionali di ogni co- lore, la quasi totalità delle ultime due legisla- ture, vengono coinvolti in un’indagine che ipo- tizza un sistematico peculato. I consiglieri, secondo i pm, mettevano a rimborso spese per- sonali, facendole passare come costi dell’atti- vità politica. Le indagini avranno esiti alterni: un filone porta alla condanna di ex apparte- nenti all’Italia dei valori; il grosso degli altri politici verranno assolti. Per molti arrivano però le condanne della Corte dei Conti.

Ci sono altre tre indagini che lambiscono i vertici della Regione Liguria, tutte archiviate. La prima riguarda la presunta truffa sui de-

rivati: una maxi prestito contratto con la banca Nomura, per coprire il buco della sanità durante la giunta di centrodestra di Sandro Biasotti (non indagato). La sanità costa un’indagine anche all’ex governatore di centrosinistra Claudio Burlando, sospettato di aver favorito un gruppo privato nella privatizzazione dell’ospedale di Albenga e poi prosciolto. Sempre Burlando viene indagato e ancora una volta prosciolto in un’altra inchiesta: quella sulla centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure. Il processo per disastro ambientale si concluderà con l’assoluzione di manager e tecnici.

Un giorno…


…all’inarrivabile Troisi arrivò una lettera di tale Paolo Sorrentino…



Ritratto


Lo sputazzo di Angelucci, scena di “malavita” politica ordinaria

DI PINO CORRIAS

Cazzo, culo, coglione! A esercitare libertà d’eloquio in nome della nuova egemonia culturale dello sputazzo non è per una volta Vannacci il generale della Decima. Non è Bandecchi, il pugile di Terni. Non è nemmeno Vincenzo De Luca, il pittoresco governatore della Campania. Ma è il maggiore editore della destra italiana, Antonio Angelucci, quello coi baffetti e la Ferrari, membro a buon diritto della Commissione Cultura della Camera, e involontariamente della Commissione Stracciaroli della Nazione, che ha finalmente rilasciato la sua prima intervista a un bravo cronista del Fatto. Alla prima domanda ha risposto: “Non rompere i coglioni!”. Alla seconda: “Fatti i cazzi tuoi!”. Alla terza: “Hai rotto il cazzo, vattene affanculo”. Alle successive si è messo di mezzo uno dei suoi numerosi bodyguard che alle parole del suo boss ci ha aggiunto un paio di leggeri spintoni: “Non costringetemi a buttarvi a terra”, ha detto al cronista e al suo operatore, dimostrando di essere di gran lunga il più educato, forse anche il più colto, della comitiva Angelucci.

Sembra una scena di malavita e lo è. La malavita della politica ordinaria sempre più frequentata da questi trafficanti di parolacce, improperi, minacce – “Angelucci è simpatico a tutti, è l’onorevole più ricco del Parlamento”, dicono i suoi colleghi, succhiandosi le guance, beati loro – così simpatico e carico di contante da essere diventato il maggior produttore di cultura e di informazione che la destra si merita a sua immagine. Famoso per le fuoriserie che guida. Per le feste che organizza. Per il suo personale record di assenteismo dalle aule di Montecitorio, che non lo fanno minimamente arrossire per lo stipendio che da quattro legislature, 15 anni, incassa senza fiatare. Ma che a forza di sghignazzi della plebaglia politica e giornalistica che lo circonda, fanno status, fanno curriculum.

La sua storia sembra inventata. Da ex portantino d’ospedale con la licenza media in tasca, a re delle cliniche private e residenze per anziani. Poi case, palazzi, ville, la carriera politica con Berlusconi, Salvini, Meloni, una intera corte di servitori bipartisan, quelli più sensibili alla grana, Denis Verdini, Matteo Renzi, Massimo D’Alema, Marcello Dell’Utri. Poi diventati folla quando ai pannoloni delle residenze, Angelucci ci ha aggiunto i fogli della destra, comprandosi Libero, Il Tempo, Il Giornale. In prospettiva anche La Verità di Belpietro e l’agenzia di stampa Agi dell’Eni, più un pensamento per addentare prima o poi i lombi nobili di Repubblica, il favoloso giocattolo editoriale che il bravo John Elkann sta scassando un po’ alla volta.

Nessuno fiata. Anzi. La prepotenza proprietaria diventa contagiosa. L’altro giorno Gaetanto Caltagirone, in arte Caltariccone (Dagospia dixit) palazzinaro di lungo corso, editore di Messaggero, Mattino e Gazzettino, ha cacciato in malo modo Alessandro Barbano, direttore del Messaggero, che aveva assunto 28 giorni prima. Motivo? Non essersi sottomesso alla pretesa di Giorgia Meloni e del suo staff che volevano domande e risposte scritte e revisionate, cioè una intervista addomesticata e senza temi scomodi. Il contrario del giornalismo rispettabile. Disponibile a piegare la testa, a fare finta di non accorgersi di quanto la politica si sia allontanata dagli standard di minima decenza: la ministra Daniela Santanchè che ancora parla di Turismo, ma resta muta sulle inchieste che la riguardano; il campionissimo del mese, Giovanni Toti, governatore della Liguria, che non si dimette – non ci pensa proprio – e dagli arresti domiciliari manda pizzini ai suoi bravi che eseguono e votano a suo comando. Siamo diventati Mompracen, l’isola dei pirati. Ma più ancora l’isola dello sputazzo. La naturale conseguenza di una intossicazione della politica, dell’etica, della mediocre educazione, che dura da una trentina d’anni, il vero lascito di Berlusconi, che la gran parte dei politologi ammira, al netto delle bugie, delle frodi, delle inchieste, della corruzione, della mafia, delle mignotte, “perché in fondo era un gran simpatico”. Esattamente quanto l’Angelucci, i suoi soldi, i suoi “cazzo!”, “culo!”, “coglione!” ringhiati in piazza, a dirci lo sprofondo in cui ci siamo cacciati.

Peccato!


Peccato che le scuole siano già chiuse...

Lo sbarco in fesseria

di Marco Travaglio 

Ci eravamo appena riavuti dallo scoop di Repubblica, che aveva resuscitato lo scrittore israeliano Denis MacEoin, morto due anni fa, appiccicando un suo articolo del 2011 alle proteste universitarie per Gaza, quando ci siamo imbattuti in due prime pagine da urlo. Che fanno più ridere delle gaffe di vari mezzibusti sullo “sbarco in Lombardia”. Quella dell’altroieri titolava: “D-Day, pronti al sacrificio come allora”, dove non era ben chiaro chi fosse pronto a quale sacrificio. Ma una mezza risposta è arrivata ieri: “Kiev, la nostra Normandia”. Sotto, la gigantografia di due dei più noti leader morenti, Macron e Michel, accanto a un Biden eccezionalmente sveglio che saluta Zelensky. Quest’ultimo fa pensare al gioco “Trova l’intruso”: infatti, a commemorare gli 80 anni dell’evento-simbolo della liberazione d’Europa dal nazifascismo, gli imbecilli suddetti hanno invitato il presidente di un Paese, l’Ucraina, che nel 1944-’45 stava con i nazisti, accolti come liberatori, affiancati da reparti di SS e volontari, aiutati a infornare centinaia di migliaia di ebrei nei lager poi liberati dall’Armata Rossa (ma sì, da quel paesucolo denominato Urss che alla sconfitta del nazifascismo sacrificò appena 28 milioni di uomini e donne, infatti non era invitato alla festa). Un Paese che coerentemente perseguita, bombarda e discrimina da dieci anni le minoranze russofile e russofone del Donbass e venera come eroe nazionale il criminale nazista Stepan Bandera, con tanto di milizie e partiti noti per le SS stilizzate nei vessilli e le svastiche e i simboli runici tatuati sulla pelle.

Che diavolo c’entri la liberazione dell’Europa invasa da Hitler con una guerra locale che poteva chiudersi dopo un mese dall’invasione russa se Johnson non avesse impedito a Zelensky di firmare l’accordo raggiunto con Putin a Istanbul, non è dato sapere. L’unico punto in comune fra il D-Day e l’escalation militare in Ucraina è che, per molti storici, lo sbarco in Normandia fu un inutile massacro di soldati mandati al macello senza preparazione né copertura, un flop militare che sortì l’effetto di ringalluzzire i tedeschi. Esattamente come l’escalation Nato in Ucraina, che le ha sottratto centinaia di migliaia di uomini e più territori di quelli che avrebbe conservato firmando l’accordo di Istanbul nel marzo 2022. La buona notizia è che quelli “pronti al sacrificio” per “la nostra Normandia” sono Sambuca Molinari e i suoi repubblichini, che si paracaduteranno su Kiev a bordo di blindati Lince Iveco (gli stessi che sfilavano nelle parate militari sulla Piazza Rossa di Mosca e fra le colonne corazzate russe che invasero l’Ucraina il 24 febbraio ‘22). Insieme alle nostre preghiere, li accompagni il grido di battaglia di Totò contro Maciste: “Armiamoci e partite! Io vi seguo dopo”.

L’Amaca


Album di famiglia a fascicoli

DI MICHELE SERRA

Magari uno ottimista di carattere, e politicamente generoso, sarebbe orientato a dire: si sta esagerando, con questa storia dei fascisti al governo. Basta con gli arroccamenti ideologici, non aiutano l’Italia a schiodare dal passato e pensare al futuro. Bisogna voltare pagina e parlare dei famosi problemi della gente.
Poi, con cadenza fissa, a fascicoli, sbuca fuori l’album di famiglia di questi maturi giovanotti, tutti del giro della Fiamma, tutti sistemati al governo, a ricordarci che molti di loro arrivano diritti dalla peggio gioventù nazionale. Parlano come le comparse di Jeeg Robot, non è un gergo molto ariano ma pazienza, ce ne faremo una ragione. Ma la cosa dura da digerire è che pensano come le comparse di Jeeg Robot, avendo per idoli i boss della Roma criminale, i camerati ultrà che sghignazzano su Anna Frank (che ridere! Una ragazzina ebrea bruciata nei forni!) e, a ritroso, i protagonisti dell’eversione nera: gente che puzza di tritolo.
È il caso di ricordare che il “Ciavarda” del quale Paolo Signorelli parlava come di un amicone è stato condannato per la strage di Bologna: 85 morti scelti a caso, così come usavano fare i bombaroli neri.
Ogni volta viene il dubbio che si tratti di un errore nella selezione del personale. Sono stati sfortunati. Sono stati sbadati. Qualche mela marcia può capitare. Ma gli episodi, tra festicciole in uniforme nazista, saluti al Duce, antisemitismo, sono davvero tanti; così da far temere che il problema non sia la selezione del personale, ma il personale stesso: che è composto unicamente da loro e dai loro amici.
Forse potrebbero rivolgersi a un’agenzia specializzata, che peschi fuori da quel mazzo fatto di sole carte nere.