lunedì 12 febbraio 2024

Domenica in Piaggeria

 


E dire che oramai non dovrebbe più temere ripercussioni alla carriera, vista l'età. Ciò nonostante, ieri sera durante Domenica in... (Piaggeria) la Mara nazionale ha mostrato un servilismo degno del miglior Filini, dapprima silenziando Dargen D'Amico mentre stava parlando con i giornalisti di immigrazione, additando a scusa quella del poco tempo a disposizione, e successivamente leggendo un servilissimo comunicato dell'AD Rai Roberto Sergio, nel quale si evidenziava la vicinanza dell'azienda di stato la tragedia degli ostaggi in mano ad Hamas e il ricordo della strage del 7 ottobre, non facendo alcun riferimento al genocidio da parte di Israele al popolo palestinese, con oltre 23mila vittime tra cui migliaia di bimbi innocenti. 

Piaggeria al diktat dell'ambasciatore israeliano a Roma Alon Bar il quale in un comunicato ha scritto "Ritengo vergognoso che il palco del Festival sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni in modo superficiale e irresponsabile – scrive su X l'ambasciatore israeliano a Roma, Alon Bar – Nella strage del 7 ottobre, tra le 1200 vittime, c'erano oltre 360 giovani trucidati e violentati nel corso del Nova Music Festival. Altri 40 di loro, sono stati rapiti e si trovano ancora nelle mani dei terroristi. Il Festival di Sanremo avrebbe potuto esprimere loro solidarietà. È un peccato che questo non sia accaduto".

Nessun sano di mente, credo, mette in dubbio il dolore, l’orrore per la carneficina del 7 ottobre ad opera di Hamas. Tutti siamo rimasti scioccati da quella inaudita strage. 

Ma è altrettanto sconcertante che la Rai, tv pubblica, di tutti, non manifesti orrore per la vendetta israeliana che sta uccidendo migliaia di innocenti. 

Come può un ente pubblico tacere sulla mattanza a Gaza, sul martirio di bimbi massacrati da una violenza folle, delinquenziale, assassina, diretta da un feroce personaggio in mano a pazzi ultraconservatori tendenti a provocare un'ecatombe biblica per annientare un intero popolo da decenni imprigionato in lager a cielo aperto? 

A Gaza è in atto un'oppressione vergognosa, sanguinaria, nel silenzio generale di nazioni cosiddette democratiche, tra cui l'Italia. 

Bene hanno fatto cantanti come Dargen D'Amico e Ghali a lanciare appelli alla pace durante un festival con enorme esposizione mediatica. 

Il silenzio, la presa di posizione di Sergio, la piaggeria di Mara ci fanno vergognare oltremodo, spingendoci a boicottare la Rai e la quasi totalità dei suoi ossequiosi e sonnolenti artisti e giornalisti, incapaci di ribellarsi a questo melmoso pensiero monocolore, nemico di una sana democrazia.    

 

Allora...

 


Da Festival

 




Selvaggia sanremese

 

La gara, un macello. Troppe canzoni cancellano i migliori
STREAMING E RICCHI E POVERI - Giornalisti. Il verdetto deciso da chi ignora Spotify
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Con l’edizione sanremese del 2024 si chiude un ciclo. Quello di Amadeus che ha avuto il merito di riportare la musica al centro della scena trasformando Sanremo in un Festivalbar più formale, attirando il pubblico giovane per cui Sanremo era una roba da boomer (il segreto degli ascolti record). Chiunque arrivi dopo Amadeus ha un compito arduo, che è quello di proseguire questo percorso intercettando quello che piace ai gggiovani senza però rottamare le Bertè.
Diciamoci la verità, se 5 anni fa ci avessero detto che avremmo visto sullo stesso palco Ghali e i Ricchi e poveri avremmo ritenuto più plausibile vedere La Russa sdraiato sull’asfalto con Ultima generazione. E invece. Detto questo, l’ultima edizione di Amadeus ha avuto ascolti record, ma forse non è stata la più memorabile, credo neppure per il conduttore.
Trenta canzoni sul palco hanno annacquato la partecipazione di troppi giovani con talento e poco conosciuti che avevano delle belle canzoni e che hanno finito per sparire inghiottiti da una staffetta sfibrante, durata sempre fino a notte fonda. Non è un caso che nella cinquina finale non sia finito neppure un outsider ma cantanti già famosi, con record di vendite (Geolier, Annalisa, Angelina, Irama, Ghali) e che fino all’ultima sera io abbia continuato a chiamare La Sad “quelli con quello con la cresta”. Ma in fondo sono sparite anche belle canzoni come quella di Fiorella Mannoia, inghiottita pure lei dalla legge dello streaming, il che in fondo racconta bene la parabola del Festival targato Amadeus: il Festival dei vecchi è diventato il festival dei giovani. I “vecchi” servono solo a tenere vivo il marchio, un po’ come Algida che tiene dentro il cornetto classico ma poi ormai vende altri 50 nuovi gelati. Servono per tenere incollato mio padre novantenne alla tv che dopo avermi chiesto 56 volte come si chiama “quella alta con i capelli azzurri?” “Rose Villain!” “Perché villana?” poi ha visto la brunetta dei Ricchi e poveri e si è sentito ancora in questo secolo. Dispiace, per esempio, che siano finiti nel grande brodo primordiale dei cantanti meritevoli di rapidi salti evolutivi Gazzelle o i Santi francesi. In un festival meno affollato li avremmo visti di più e meglio, mentre quest’anno “ubi MAJOR minor cessat”.
Insomma, molto materiale per le radio che hanno mangime di buona qualità per i prossimi mesi, ma la gara è stata un discreto macello. Il caso “Geolier” ne è la prova. Un pezzo di sala stampa (e cioè gente che vota e decide il vincitore più che il pubblico da casa) non sapeva neppure chi fosse. Chiedi al giornalista medio frequentatore di Sanremo indirizzo e numero civico del ristorante con i migliori fusilli al pesto e lo sa, chiedigli chi è il cantante italiano più ascoltato su Spotify e ti risponde (è accaduto) che di SpotiFIVE sa pochissimo. Non sto dicendo che TUTTI i giornalisti sono così, sto dicendo che non esiste una giuria selezionata. E questo non era un problema finché a Sanremo ci andavano Albano e Nek, diventa un problema quando la musica si sposta sullo streaming, su Spotify e TikTok. Comunque, ha vinto Angelina: figlia di un talent (Amici) che ne ha valorizzato il talento, una manager (Marta Donà) che non sbaglia un colpo, una canzone di Madame, i look (così così) di Cerioni, il duetto con la canzone del padre scomparso, la sala stampa tutta sbilanciata per lei, insomma, solo un endorsement di Chiara Ferragni poteva cambiare un finale già scritto. A proposito di Geolier invece, con i soldi che i suoi fan hanno investito per votarlo l’anno prossimo a Sanremo si può pagare il cachet di Taylor Swift con il coro delle sorelle Kardashian. Viene pure Ryan Gosling a replicare il ballo del qua qua e senza togliersi il cappellino. Ghali, al festival con look strepitosi, un brano molto bello e più originale della media, è stato l’unico cantante capace di utilizzare una platea di 10 milioni di persone per ricordare che si sta un consumando un genocidio mentre noi siamo qui a parlare delle favolose autoreggenti di Annalisa o di Mahmood strepitoso col look eunuco-egizio. E lo ha fatto con una grazia potente. Sarà un caso che la sala stampa gli abbia dato un misero 3,5% contro il 19% per esempio di Annalisa che, lo dico con rispetto per le canzonette-tormentone, aveva la solita canzonetta-tormentone.
Infine, qualche considerazione sullo spettacolo. Che oltre la musica, dispiace dirlo, ha offerto ben poco. Le co-conduttrici non hanno lasciato il segno, gli ospiti non hanno regalato momenti indimenticabili. Quando Amadeus ha detto piccato che si era parlato troppo del ballo del qua qua di Travolta e poco del momento Allevi stava raccontando, in fondo, la debolezza di questa edizione. Se quella passata è stata cannibalizzata dai Ferragnez, questa è stata masticata con pigrizia, le gag erano tra lo scialbo e l’innocuo, non c’era ambizione di dire nulla se non in parentesi retoriche che boh, a quel punto meglio i monologhi stracciapalle. In fondo, il ballo del qua qua è stato l’unico fuori programma del festival, è stato il “pensati libera” che diventa “John pensati ridicolo”. Fiorello è stato più misurato e meno invadente, ha dosato meglio la sua presenza, è salito sul palco senza affanno ed è stato una spalla forse meno esilarante ma molto più al servizio dello spettacolo. Insomma, finisce un ciclo e siamo tutti curiosi di capire chi arriverà dopo, sperando che sarà un festival molto più femminile e non perché vincerà un donna, ma perché sarà magari una donna a decidere chi salirà sul palco.

domenica 11 febbraio 2024

Prove


La cottura dell’asado del ristorante “da Marco” di Pignone è una delle incontrovertibili prove dell’esistenza di Dio!

Detto



Andare a Pignone (bellissimo paese) e non mangiare i raviei equivale ad andare a Barolo e farsi una gazzosa!

Attorno ad un modus di pensiero

 

Pornografia del Bene
di Marco Travaglio
L’ultima frontiera del cretinamente corretto è l’ondata di sdegno (a quando un intervento di Mattarella?) perché un cantante viene fischiato a Sanremo. L’idea che chi paga cifre astronomiche per un biglietto all’Ariston abbia il diritto di trovare brutta una canzone e fare ciò che si fa in tutto il mondo da quando esiste il teatro, cioè fischiare chi non piace e contestare chi lo premia, è ormai insopportabile. Hanno subìto fischi i più grandi registi, attori e cantanti della storia, ma il rapper Geolier no, lui non può: siccome è napoletano, chi non apprezza il suo brano (peraltro incomprensibile in mancanza di sottotitoli), è un fottuto razzista. Si dice che i social ci assuefanno e mitridatizzano a tutto. Ma è molto peggio: ci rendono insensibili alle cose gravissime (tipo la mattanza di Gaza o quel gran genio di Stoltenberg che annuncia la lieta novella di “dieci anni di guerra con la Russia”) e sensibilissimi a quelle normali (i fischi a un rapper, manco l’avessero menato). È una forma di razzismo alla rovescia: siccome molti razzisti ce l’hanno coi meridionali e in particolare coi napoletani, vige l’obbligo di applaudirli tutti, a prescindere. E la stessa immunità avvolge tutti i portatori di messaggi positivi. BigMama combatte meritoriamente il body shaming. Ma è una cantante e si esibisce a Sanremo sottoponendosi al giudizio del pubblico. E non va valutata per le idee, ma per la canzone: se questa è una ciofeca, si può dirlo liberamente senza passare per tifosi del body shaming?
La morte di Giogiò Cutolo, il giovane musicista ucciso in strada a Napoli per un parcheggio, è un dramma insopportabile e bene ha fatto Amadeus a invitare la madre Daniela a ricordarlo sul palco. Ma non si poteva evitare la pornografia del dolore con qualcosa di meno trash e retorico? Il discorso di mamma Daniela alla “nazione” (picco d’ascolti: 16 milioni) dava l’impressione che si stesse candidando a qualcosa. Infatti l’indomani è partito il casting di FdI, seguito dalla disponibilità dell’interessata a correre per le Europee. Tutto legittimo, per carità, anche se per l’Ue servirebbe qualcosa in più di una tragedia in famiglia. Così come per la sorella di Giulia Cecchettin, che s’è fiondata nella famoseria sanremese inventandosi un’astrusa polemica contro il tristissimo e noiosissimo pistolotto del cast di Mare fuori. Il tutto alla vigilia del lancio del libro del padre, amorevolmente seguito dall’Andrew Nurnberg, agenzia londinese di marketing per autori e attori di fiction. Tutto legittimo anche questo, ci mancherebbe. Ma quando persino la morte dei propri cari esce dal silenzio che si deve ai defunti e diventa trampolino di lancio, ascensore sociale e quarto d’ora di celebrità, lasciateci almeno il diritto all’imbarazzo. E al fischio.