Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 4 febbraio 2024
Post del post
Quasi salva
Frida Giannini: “Gucci, le peonie, Madonna e la moda diventata noia”
L’INTERVISTA - La ex direttrice creativa della maison: “I brand oggi sono macchine da soldi, fanno business con i cappellini da baseball. Tornare? No”
di Ilaria Mauri
Frida Giannini si racconta con quella sua voce inconfondibilmente roca per le tante sigarette. A dieci anni dal suo ritiro dal mondo della moda dopo un decennio alla direzione creativa di Gucci, dal 2006 al 2014, torna a riprendersi la scena. Lo fa con un libro da collezione, A Journey Into the Style and Music of My Icons Since 1969 – The Year of the Big Bang (Rizzoli). Un’antologia delle connessioni tra musica e moda a partire da un anno chiave, il 1969, e da una figura centrale: David Bowie.
Oggi non fa più parte del sistema moda. Le manca?
Per niente. È stata una scelta voluta e dettata anche da esigenze familiari. Quando diventi direttore creativo di un colosso come Gucci a trent’anni, e ci rimani per dieci anni, dopo non è semplice rientrare a far parte dell’industria. Anche perché nel frattempo il sistema è cambiato, i brand sono macchine da soldi in cui la creatività tende a passare in secondo piano rispetto allo storytelling. Ho raggiunto il massimo dei miei obiettivi e ora posso permettermi di scegliere di fare solo ciò che mi rispecchia.
Musica e moda nella sua vita, le metta in ordine di importanza.
La musica. A 5 anni cantavo Life on Mars di David Bowie. Ma il disegno è arrivato poco dopo, era il mio passatempo da bambina. Paradossalmente, è stata proprio la musica che mi ha aperto le porte della moda. Ancora oggi quando mi sveglio la mattina la prima cosa che faccio è mettere la musica. Ho circa 8 mila dischi, ereditati da mio zio, un vero incubo per i traslochi.
Come è arrivata all’urgenza di scrivere un libro?
È arrivata in un momento particolare, dopo due anni ad assistere mia mamma che non è stata molto bene: ero sempre al suo fianco, da mattina a sera. Dovevo stare sveglia e così notte dopo notte ho cominciato pian piano a buttar giù delle idee, degli appunti. Questo libro lo avevo nella testa da diversi anni, era l’idea della mia tesina all’Accademia Costume & Moda. L’ho scritto pensando ai giovani: che ne sanno di quanto Neil Young sia stato un’icona grunge o di come alcuni movimenti femministi siano stati ispirati da Carole King?
Un tempo era David Bowie, oggi le icone della musica sono i Måneskin e Taylor Swift…
I Måneskin senza Damiano non esisterebbero. Lui ha la giusta faccia tosta, l’aria da artista ‘maledetto’ ma senza vizi e né abusi. Taylor Swift è un prodotto del marketing Made in Usa, costruita a tavolino. Non mi ricordo una canzone sua manco se ci sto a pensare su, mi annoia. Non ha un’identità sua: Madonna, per farti un esempio, mi chiamava e mi faceva rifare le cose 40 volte ma alla fine sapevo cosa voleva.
Un po’ testarda…
La incontrai alla vigilia di un suo concerto alle Nazioni Unite, per Unicef e lei si era incaponita che voleva delle peonie rosa, eravamo a giugno ed era impossibile avere quei fiori, per più di mezzora non mi parlò, poi capì. Diciamo che ama le persone di carattere e ti mette alla prova: se sai tenerle testa, scatta la complicità. Siamo ancora in contatto.
Le è stato mai proposto di tornare a far parte del fashion system?
Sì, e sono andata tante volte a parlare e finora è sempre finita con un mio “Grazie no”, “grazie no”.
Com’è oggi la moda?
Dopo tanto rumore per nulla, tutti si sono fermati, le aziende stanno cercando di capire in che direzione andare. Vedo grande noia, non c’è niente che mi entusiasmi: fanno i fatturati con i cappellini da baseball. Ricominciamo dalla qualità, dalla cultura, dal buon gusto. Arriverà però un cambio di rotta, ci deve essere per forza come in tutti i cicli della moda. Spero solo che non venga schiacciato dalle multinazionali che stanno condizionando la creatività di troppi.
Se questo momento della sua vita fosse uno dei suoi vinili quale sarebbe?
Under pressure di David Bowie con i Queen: sotto pressione.
La canzone simbolo del momento storico che stiamo vivendo?
Woman di John Lennon, dedicandola a tutte le donne che oggi ancora sono vittime di violenza e discriminazioni.
Il consiglio più prezioso che le abbiano mai dato.
Il mio primo capo mi disse: ‘Quando pensi a una collezione, non devi disegnare ciò che piace a te ma ciò che può piacere agli altri. È come se tu preparassi una cena a base di carciofi pur sapendo che ai tuoi commensali non piacciono, ma solo perché sono il tuo piatto preferito’.
Fuochi amici
di Marco Travaglio
Non sappiamo se sia vero che ieri le truppe di Kiev, con i nostri soldi e le nostre armi, hanno bombardato una panetteria nel Luhansk ammazzando almeno sette persone: lo dicono i filo-russi, speriamo che sia falso. Non sappiamo neppure se sia vero che l’areo militare russo abbattuto dalle truppe di Kiev, con i nostri soldi e Patriot (“nostri” di noi occidentali “buoni” e astuti, s’intende), trasportava 65 soldati ucraini destinati a uno scambio di prigionieri (tutti morti): lo dicono i russi, speriamo che sia falso. Invece è senz’altro vero che gli Usa hanno bombardato non solo la nemica Siria, ma anche l’Iraq, nostro amico da quando nel 2003 lo liberammo da Saddam Hussein e dal suo regime sunnita issando al potere i suoi nemici sciiti. Purtroppo non calcolammo che i sunniti si sarebbero incazzati: infatti crearono l’Isis, cioè lo Stato Islamico fra Iraq e Siria e un’ondata di terrorismo in Occidente (specie in Europa). E, per combatterli gratis, mandammo a morire i curdi, che poi lasciammo alle amorevoli cure del nostro caro Erdogan. Ma non calcolammo nemmeno che gli sciiti sono filoiraniani: eppure lo sapevamo bene nella guerra Iran-Iraq, infatti armammo Saddam contro gli ayatollah anche con le armi di distruzione di massa che poi lo accusammo di conservare per spararci addosso.
E così ora ci ritroviamo a Baghdad gli sciiti da bombardare e i sunniti dell’Isis che continuano a spararci con le nostre armi. La stessa svista ci costò un pochino anche nei Balcani, dove il più pulito ha la rogna, ma noi scegliemmo i puzzoni kosovari contro i puzzoni serbi, concedemmo financo l’indipendenza al Kosovo, poi purtroppo divenuto un covo di jihadisti che iniziarono a spararci addosso con le nostre armi. Stessa scena dell’Afghanistan, dove armammo i mujaheddin contro i russi e poi ce li ritrovammo in veste di Talebani a puntarci contro le nostre stesse armi. E decidemmo di neutralizzarli con una guerra di 21 anni che li rafforzò e li riportò al potere cento volte più potenti e popolari di prima, mentre le truppe Usa scappavano a gambe levate tipo Saigon. Nel 2006 il Senato Usa tracciò il bilancio dei primi cinque anni di “guerra al terrorismo” in Afghanistan e in Iraq dopo l’11 Settembre: era già costata “mille miliardi di dollari”, ma aveva “peggiorato la posizione americana” producendo più terrorismo di prima. Ora vedremo quanto impiegheranno tutte le armi che abbiamo regalato all’Ucraina, quando la musica cambierà, a rivoltarcisi contro. Perché in tutte queste guerre le armi sono quasi sempre le nostre: cambia solo chi le usa e contro chi. A furia di appiccare incendi in Paesi che non sai neppure dove stanno sulla carta geografica, presto o tardi ti spari nei coglioni.
Iscriviti a:
Post (Atom)
