mercoledì 13 dicembre 2023

Santa Lucia

 


Lucidamente

 

Zelensky il Dentone

di Marco Travaglio 

Con tutto il rispetto che si deve al leader di un Paese invaso dai russi da due anni, dilaniato dalla guerra civile da nove, infestato di nazisti, corrotto fino al midollo ed economicamente fallito, Zelensky ricorda Guglielmo il Dentone: il personaggio di Alberto Sordi che, nel film I complessi, si presenta al concorso Rai per il nuovo lettore del telegiornale e nessuno osa dirgli in faccia che con quelle zanne non può andare in video. In 21 mesi e rotti di guerra il mediocre comico ucraino si è trasformato in attore consumato, calandosi alla perfezione nella parte e nel copione che gl’impresari e gli sceneggiatori angloamericani gli hanno assegnato: l’eroico condottiero che guida il suo popolo (o quel che ne resta) alla resistenza armata da una controffensiva trionfale all’altra fino alla vittoria dell’Impero del Bene, cioè alla sconfitta della Russia, alla riconquista delle cinque regioni perse e alla caduta di Putin. Purtroppo, come sapeva fin dall’inizio chiunque fosse dotato dei minimi rudimenti di storia, economia, geopolitica e strategia, nessuno di quegli obiettivi è stato mai alla portata: era pura propaganda, del tutto sconnessa dalla realtà.

La realtà sono centinaia di migliaia di vittime (oltre 100 mila fra morti e mutilati ucraini solo nella “controffensiva di primavera” partita in estate e finita in autunno senza lasciare traccia), mandate al macello senz’alcuna speranza dai criminali della Nato, che ne conoscevano l’assoluta inutilità: il comandante Usa Mark Milley aveva previsto il fallimento 13 mesi fa e proposto di sfruttare lo stallo per negoziare un compromesso e salvare il salvabile. Invano. La realtà sono i circa 250 miliardi di dollari buttati dall’Occidente per armare e finanziare l’Ucraina: 132 dai Paesi Ue, 69 dagli Usa, 36,5 da Gran Bretagna e altri Stati. E i mille miliardi di dollari che serviranno per ricostruirla: cifra spaventosa e destinata a lievitare, visto che nessuno fa nulla per fermare la distruzione, anzi tutti s’impegnano a prolungarla in attesa di non si sa bene cosa. Intanto ogni mese di guerra costa all’Occidente 25 miliardi di dollari e altrettanti alla Russia, che però reagisce meno peggio di noi perché, mentre noi ne annunciavamo il default, si riconvertiva all’economia bellica. Anche le braccia aperte dell’Ue a Kiev si sono rivelate promesse da marinaio: sia perché si scopre che l’Ucraina ha ben poco di democratico, sia perché quel buco nero potrebbe inghiottire la già agonizzante economia europea. Perciò ora, con le elezioni in Usa e in Ue, nessuno vuole buttare altri soldi (le vite umane per il cattivo Putin e i buoni occidentali non sono un problema) in una guerra ormai persa. Resta da trovare qualcuno che prenda da parte Zelensky il Dentone e gli spieghi la triste realtà, magari con un disegnino.

L'Amaca

 

Vantarsi come terapia
DI MICHELE SERRA
Il famoso understatement (secondo la definizione di Oxford Languages: “atteggiamento volutamente alieno da enfasi e retorica”), al quale molti uomini delle istituzioni, vedi Mario Draghi, hanno cercato di attenersi, dev’essere considerato dai nuovi governanti un deprimente cascame del passato. Il vero capo, per galvanizzare le truppe, deve trasformare in fanfara ogni suo atto quotidiano. Nei nuovi governanti enfasi e retorica non solo non suscitano diffidenza: ma sono i due ingredienti insostituibili della propaganda patriottarda.
Il fatto che il ministro dell’Interno Piantedosi si sia munito di un “social manager”, grazie al quale ogni retata di malfattori, o espulsione di spacciatori, diventa una gloriosa pagina di rinascita nazionale da annunciare, sul sito ufficiale del ministero, con titoli cubitali (manca l’Inno di Mameli: provvedere subito, per piacere), è il contrario esatto dell’understatement. È un vantarsi, un gongolare del proprio potere e del proprio ruolo sociale, un “quanto sono bravo!” non richiesto e certamente controproducente tra chi apprezza i toni bassi: forse una valorosa minoranza.
Allo stesso identico modo il servizio del Tg1 sull’adunata governativa di Atreju, certo non l’unico servizio della nuova Rai a non avere alcun rapporto con ciò che normalmente si chiama “giornalismo”, conferma che la regola è non farsi il minimo scrupolo, quando si tratta di parlare bene di se stessi: semmai, al contrario, esagerare nell’elogio e nel compiacimento.
In sintesi, uno come Mario Draghi non ha alcun bisogno di vantarsi: ha già le sue sicurezze. Piantedosi e Atreju invece sì: ne hanno un gran bisogno. Poterlo fare a spese nostre dev’essere un grande comfort.


martedì 12 dicembre 2023

Crollo



Il ritiro di Chiellini provoca un crollo in borsa delle società produttrici di magliette… dei suoi avversari. Si calcola una riduzione del 28% sulla fornitura annuale.

Conseguenze

 


Piuttosto che...

 




Attorno agli sciagurati

 

Te ne vai o no
di Marco Travaglio
Conte chiede alla Meloni di far dimettere Santanchè, Delmastro e Sgarbi. La Santanchè risponde con una risata e un bacio. Sgarbi dice parole a caso: “Conte, prima di parlare delle mie consulenze, si occupi delle sue: da Retelit ad Acqua Marcia” (perfettamente lecite e risalenti a quando Conte faceva l’avvocato, prima di chiudere lo studio nel 2018 quando divenne premier e mai più riaprirlo da leader 5S, mentre Sgarbi continua a incassare soldi da privati mentre è – o proprio perché è – sottosegretario). Crosetto, chissà perché, si sente chiamato in causa anche se nessuno lo nomina e perde un’altra occasione per tacere: “Io sono un garantista da sempre anche con gli avversari. Delmastro è stato rinviato a giudizio con la richiesta del pm di non rinviarlo a giudizio, il che mi dà l’idea di come potrebbe andare a finire (per il noto garantista il pm conta più del giudice, ndr). Santanchè non mi pare abbia nulla sul piano giudiziario (è solo indagata per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio, ndr). Su Sgarbi non mi pare ci sia nulla di giudiziario (a parte una condanna definitiva per truffa allo Stato, due indagini appena chiuse per sottrazione fraudolenta e per esportazione illecita di un quadro, ndr). Quindi bisognerebbe dimettersi per articoli di giornali amici di Conte? Ha una bella idea di democrazia…”. In effetti nelle democrazie – a lui ignote – ci si dimette anche per articoli di giornale, se i fatti sono gravi e certi: vedi Nixon sul Watergate svelato dal Washington Post.
Perciò pensiamo che Conte abbia torto su Delmastro: il livello di segretezza del documento passato a Donzelli è ancora controverso e comunque era già noto alla stampa. Invece Conte ha ragione su Santanchè e Sgarbi: per quanto è emerso dalle indagini giudiziarie e giornalistiche (le nostre), dovrebbero andarsene subito. Non tutti i pubblici ufficiali indagati o imputati o condannati in via provvisoria o inchiodati dalla libera stampa devono dimettersi: dipende dai fatti accertati e dalla loro compatibilità con la “disciplina e onore” imposti dalla Costituzione. E la compatibilità devono deciderla, con spiegazioni pubbliche e criteri trasparenti uguali per tutti (amici e nemici), i leader di governo e di partito: assumendosi la responsabilità e le conseguenze di una cacciata o di una difesa. Nel 2019 Conte era premier e si scontrò con Salvini mettendo alla porta il suo fido sottosegretario Siri: non perché era indagato, ma perché emergevano rapporti col socio di un prestanome di Messina Denaro. Subito dopo, il viceministro leghista Rixi fu condannato in primo grado per le spese pazze in Liguria e si dimise sua sponte. Poi fu assolto e ora è di nuovo viceministro. Persino l’Italia, dal 2018 al 2021, è sembrata una democrazia. Poi ha smesso.