mercoledì 9 agosto 2023

A difesa

 

Ora d’aria
di Marco Travaglio
La legge Severino, che estendeva ai parlamentari condannati in via definitiva le regole di decadenza e incandidabilità già previste dal Testo unico degli enti locali del 1990 per gli amministratori locali e regionali, fu approvata da tutti i partiti nel dicembre del 2012. Erano gli ultimi respiri del governo Monti, l’ammucchiata inventata da Napolitano dopo la débacle del terzo tragico Berlusconi per impedire agli italiani di votare in massa per i 5Stelle, nati nel 2009 e favoriti dai sondggi. Il calcolo di Re Giorgio rivelò tutta la sua miopia quando, scaduta la legislatura, si dovette votare per forza nel febbraio del 2013: infatti il M5S balzò da zero al 25.5%, alla pari del Pd. Ma due mesi prima la Casta ancora s’illudeva che bastasse scimmiottare gli odiati “grillini” per farli sparire. Così, siccome Grillo, dal VDay del 2007, mieteva consensi con la campagna Parlamento Pulito e i vaffa ai 21 deputati e senatori pregiudicati, i partiti finsero di convertirsi alla legalità stabilendo, con la Severino, che almeno i condannati definitivi a pene superiori a 2 anni restassero fuori dalle Camere, come già avveniva da 22 anni in Comuni, Province e Regioni. Votò Sì persino FI, senza sapere che il primo a farne le spese sarebbe stato B., condannato a 4 anni per frode fiscale ed espulso dal Senato nel 2013.
Dieci anni dopo, la Casta non s’è ancora riavuta dallo choc e, dopo avere smantellato o sventato quasi tutte le riforme targate 5Stelle (Rdc, Dl Dignità, Superbonus, Pnrr, taglio dei vitalizi, cashback e pezzi di Spazzacorrotti), si accinge a dare il colpo di grazia alla Severino. Anzi alla legge del ‘90 che questi somari confondono con quella del ‘12. Da anni il Pd chiede di abolire la decadenza di sindaci, presidenti di Regione e assessori arrestati o condannati in primo o secondo grado, lasciandola solo per i definitivi (come per i parlamentari). Ora il governo Meloni accontenta i dem, ma li mette pure in imbarazzo. Delle due l’una: o appoggiano per coerenza una controriforma della destra; o cambiano idea e difendono una norma che finora avversavano (come per l’abuso d’ufficio, che fino a ieri volevano abolire, e il Rdc, contro cui votarono nel 2018). Se la porcata passerà, resterà da risolvere un problemuccio applicativo, non per gli amministratori condannati in via provvisoria e a piede libero, ma per quelli arrestati in custodia cautelare: destino rarissimo per i parlamentari, quasi sempre salvati dalle Camere che negano l’autorizzazione alla cattura, ma piuttosto frequente per gli inquilini di Comuni e Regioni, sprovvisti di immunità. Se un sindaco o un presidente finisce in galera e non decade più dalla carica, la giunta dove la riunisce: nel parlatorio o nel cortile del penitenziario durante l’ora d’aria?

Sbellicante

 


Mi crescessero!

 


Peccato aver pochi capelli, mannaggia! Altrimenti non avrei esitato un istante a farmi un’acconciatura così stupenda!

Gioellino

 



Gerry ha preso un gioiellino classe 2006. Tra meno di tre anni Mateusz, dal cognome che potrebbe sembrare una digitata di un ebbro sulla tastiera, incanterà il globo facendo incetta di palloni d’oro! E gli altri, che per nominarlo simuleranno un richiamo per l’espettorazione, schiatteranno d’invidia! Benvenuto Mateusz!

martedì 8 agosto 2023

Chi vuol essere Thor?

 

In preda a perenni psicosi e fobie non potrei mai fare quello che ha fatto Thor. Api, calabroni, ragni, serpenti, topi e tutta la mercanzia in natura mi terrorizzano al punto di sfiorare l'incredibile. Anche se ammetto che Thor ha vissuto la vita, non riuscirei mai ad emularlo. E mi rattristo per questo. 

Il record di Thor l’avventuriero “Il mio giro del mondo senza salire in aereo”

DI NATASHA CARAGNANO

Gli occhi delle Maldive sono quelli verdazzurri di un uomo. Gli ultimi che Torbjørn C. Pedersen, o meglio Thor, ha fotografato prima di ritornare a casa, in Danimarca, dopo aver girato tutto il globo terrestre senza mai prendere l’aereo. Quaranta navi portacontainer, 351 autobus, 158 treni, 43 risciò e persino una carrozza, solo alcuni dei tanti e diversi mezzi che ha preso per raggiungere il suo obiettivo. Un viaggio epico durato 10 anni e da cui ha portato con sé tre cose: «I ricordi, ovviamente, una moneta locale e gli occhi di una persona per ogni Paese visitato», racconta aRepubblica da Copenaghen, dove è tornato dopo aver scattato la sua 203esima foto.
È stato colpito dalla malaria cerebrale in Ghana, è sopravvissuto a una tempesta di quattro giorni durante la traversata dell’Atlantico dall’Islanda al Canada, ha attraversato confini terrestri chiusi in zone di conflitto. «Ma il momento più brutto è stato quando in Africa centrale mi hanno puntato la pistola alla testa. Ero nel Sud del Camerun, alla frontiera con il Congo, e ci hanno fermato a un checkpoint. Erano ubriachi, mi hanno detto che sarei morto e io gli ho creduto». Per fortuna è riuscito a superare il controllo ma «è stato come giocare alla roulette russa». Disavventure come questa, però, non l’hanno mai fermato.
«Qualsiasi cosa era stata già fatta per la prima volta. Nel 2013 a centinaia avevano fatto il giro del mondo, ma nessuno l’aveva fatto senza mai prendere l’aereo. Così ho raccolto la sfida», spiega il 44enne danese. «Ho percorso oltre 380mila chilometri: l’equivalente di nove viaggi intorno alla Terra, e uno dalla Terra alla Luna ». Nel suo progetto iniziale ci sarebbe riuscito in quattro anni, ma poi la pandemia ha rovinato i suoi piani bloccandolo per due anni a Hong Kong e rallentando l’intero viaggio.
La pandemia non è stata l’unica difficoltà a spingerlo verso casa. «A due anni dall’inizio del mio viaggio una società che finanziava il mio budget giornaliero di 20 euro ha interrotto la collaborazione per problemi finanziari. Me la sono cavata con i miei risparmi e un crowdfunding. Quando si sono ripresi sono tornati ad aiutarmi e ho continuato grazie a loro, ad altri sponsor e alle donazioni».
I momenti in cui ha pensato di mollare sono tanti. «Ci vorrebberoquattro ore per raccontare le cose brutte di questa avventura, ma mesi per dire quelle belle», ci tiene però a specificare. Tra un continente e l’altro Pedersen si è proposto alla sua fidanzata, sul monte Kenya, e i due si sono sposati due volte. «La prima online, grazie a un servizio americano, per permetterle di entrare a Hong Kong. La seconda a Vanuatu, nelSud Pacifico, perché la prima non era legalmente valida in Danimarca », racconta ridendo, perché dopo due matrimoni la loro unione non è ancora riconosciuta a causa di ritardi burocratici.
Migliaia di meraviglie viste, eppure il suo momento preferito è semplice: «Quando in un piccolo villaggio delle Isole Salomone, senza acqua corrente ed elettricità, ho visto un film al mio pc - fortunatamente carico - con 80 persone». Dopo tutto la cosa più importante del suo viaggio sono state le persone che ha incontrato. È stato grazie a sconosciuti che spesso ha trovato un posto dove dormire e un pasto caldo, anche nelle zone più povere. Pedersen è diventato ambasciatore di buona volontà per la Croce Rossa danese, cosa che l’ha aiutato ad entrare in zone diconflitto in cui altrimenti sarebbe stato complicato e che gli ha permesso di raccontare il lavoro dell’organizzazione. Il mondo è cambiato molto negli ultimi dieci anni: quando Pedersen è stato in Ucraina, nel 2017, ha conosciuto gente che andava a lavorare in Russia, dall’inizio del suo viaggio ha visitato l’Iran tre volte e poi, quest’anno, le proteste per la morte di Mahsa Amini hanno sconvolto il Paese e reso impossibile tornare. «Viaggiare mi ha permesso di capire quanto il mondo sia instabile e che ogni Paese ha una sua sensibilità a quello che accade. L’unica cosa che è stata percepita allo stesso modo da tutti è stata la pandemia».
Dopo aver visitato tutti i Paesi del mondo, a Thor resta un solo desiderio: «Costruire una vita con mia moglie e andare a trovare parenti e amici ». Nel frattempo si gode la sua fase di luna di miele danese. «Mi sembra tutto mozzafiato. È come se, dopo 203 Paesi, vedessi il mio per la prima volta».


In ricordo



Eravamo considerati così nel nord Europa negli anni ‘50; erano trattati così i 136 italiani che l’8 agosto di 67 anni fa a Marcinelle in Belgio, trovarono la morte nella forma più bastarda; morirono infatti arsi vivi o soffocato dentro una miniera di carbone avvolta da un incendio. 
Centrotrentasei martiri il cui sacrificio contribuì a modificare l’atteggiamento razzista nei nostri confronti, agevolando il divieto di entrata solo ai cani. Che riposino in pace!

Ragogna!