martedì 1 agosto 2023

L'Amaca

 

Il ritorno di un bolognese
DI MICHELE SERRA
Il ritorno di Patrick Zaki nella sua Bologna è una delle poche pagine confortanti di questi giorni. Un evento sorridente e civile dentro un groviglio di cattivi umori e notizie diguerra.
La città ha abbracciato come un figlio uno studente straniero in difficoltà (Alma Mater non è sembrato solo un fregio accademico ma una vocazione), non ha mai smesso di aspettarlo e di quell’attesa cocciuta ha dato segno permanente sulla facciata del suo antico municipio; lo studente l’ha continuamente nominata, come una madre adottiva, lungo la sua assurda detenzione.
Diciamo “prigioniero politico” senza renderci mai abbastanza conto di quanto barbarica, scandalosa sia quella condizione: persone in carcere non per avere commesso un crimine, ma per avere espresso un’opinione, o scritto parole sgradite a chi comanda. Nel mondo sono decine di migliaia: non sono riuscito a trovare in rete un numero attendibile, spero di non avere approssimato per difetto.
Bologna non poteva che fare sua la storia di Zaki, perché la tolleranza è un tratto molto forte della sua identità. Anche troppa, dicono quelli che non amano la tradizione consociativa della città, post-comunista, curiale, massonica.
Poco litigiosa, insomma. Sta di fatto che la detenzione di Zaki, colpendo una comunità così tollerante, suonava particolarmente oltraggiosa. La libertà di parola, nel 2023, è ancora un problema di prima grandezza in grande parte nel mondo. Non in piazza Grande, dove le parole galleggiano libere e felici sui capannelli degli anziani che ne hanno viste di tutti i colori: ora anche il ritorno di un figliolo egiziano, bolognese come loro.

Domani ricorderemo

 

“Una strage fascista” La verità su Bologna che imbarazza la destra di governo
Domani è prevista la commemorazione del quarantatreesimo anniversario della strage della stazione in cui morirono 85 persone. Meloni non parteciperà Per il governo ci sarà il ministro Piantedosi
I processi hanno confermato la responsabilità dei neo fascisti. Ma gli eredi del Msi parlano ancora di “pista palestinese”
DI STEFANO CAPPELLINI
Come tutte le stragi commesse in Italia, anche quella alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 è stata presto seguita da tentativi di depistaggio e di falsificazione politica. La differenza è che grazie a più processi, alcuni dei quali ancora in svolgimento, è da molto tempo possibile ufficialmente associare a questa strage un aggettivo: fascista. Così c’è scritto anche sulla lapide commemorativa in stazione, dove domani sarà ricordato il quarantatreesimo anniversario: strage fascista. La verità, a molte e molti, non è mai andata giù.
Una parte della destra italiana, oggi al potere, non ha mai accettato che la mattanza di 85 persone fosse attribuita con doppia verità, storica e giudiziaria, ai terroristi neri e ai loro finanziatori (in uno dei procedimenti il mandante e finanziatore del massacro è individuato in Licio Gelli, il capo della loggia massonica P2, morto nel 2015). Negli anni il tentativo di riscrivere la verità allontanando le responsabilità accertate e partorendo funamboliche piste alternative - una sua tutte, quella palestinese - si è fatto forsennato.
Non era certo il primo, ma il più alto in grado a mischiare le carte su Bologna fu un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che all’epoca della strage era presidente del Consiglio e due giorni dopo l’eccidio disse: «C’è il timbro fascista». Poco più di dieci anni dopo, dal Quirinale, Cossiga ritrattò pubblicamente: «Non fu una strage fascista – disse – all’epoca fui depistato e chiedo scusa al Movimento sociale». Che era il partito postfascista nel quale all’epoca delle dichirazioni di Cossiga militava ancora minorenne l’attuale premier Giorgia Meloni.
Fu un grande regalo ai teorici delle piste alternative. Perché Cossiga non si limitò a negare la matrice, suggerì l’idea che la strage fosse maturata nell’ambito di una vendetta palestinese contro l’Italia, rea di aver tradito quello che alla storia è passato come lodo Moro. Si trattava di una soffiata insidiosa, perché mischiava un fatto reale – l’accordo negli anni Settanta tra il governo italiano e la resistenza palestinese, che dava via libera all’uso del territorio nazionale per il transito di uomini e armi in cambio della garanzia di non realizzare attentati in Italia – con una fandonia, che ci fosse appunto lo zampino dei palestinesi e delle fazioni politiche di sinistra a loro vicine nella bomba a Bologna. Soffiata insidiosa due volte, perché quando Cossiga parlò non era nemmeno arrivata la condanna in via definitiva per Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, terroristi dei Nuclei armati rivoluzionari, che sarebbero stati giudicati colpevoli in Cassazione per la strage solo nel novembre del 1995. Sono stati recentemente condannati in primo grado in due diversi processi anche un altro ex Nar, Gilberto Cavallini, e un esponente di Avanguardia nazionale, Paolo Bellini, nel filone sui mandanti che ha ricostruito il ruolo di Gelli.

Già sulla condanna di Mambro e Fioravanti ci fu una mobilitazione innocentista, trasversale e affollata.Dopo la sentenza su di loro partì invece una campagna revisionista sempre più forte e subdola. Uno snodo importante fu la circense commissione Mitrokhin, insuperabile esempio di come le commissioni di inchiesta da noi servano per fini paralleli o opposti a quelli dichiarati. Quella sede istituzionale fu infatti usata da Alleanza nazionale, tappa intermedia dei missini prima della fondazione di FdI, per alimentare la tesi della pista palestinese. I dati a sostegno? Tutti falsi o parziali o tendenziosi: si cominciò con la presunta presenza a Bologna nel giorno della strage del terrorista tedesco Thomas Kram, legato al gruppo terrorista internazionale di Carlos lo sciacallo, quindi si accreditò il passaggio in città di Christa Margot Frohlic, sempre legata a Carlos, fatto ancora più fumoso e indimostrato. Infine si cominciò a sostenere che il vero attentatore potesse essere morto insieme alle altre vittime e che i suoi resti non fossero stati identificati perché distrutti dalla potenza dell’esplosione. Non era una ricostruzione originale. L’aveva suggerita anche Gelli in persona, nel libro Parola di venerabile : «Io penso che l’esplosivo fosse stato appoggiato come un comune pacco e che un banalissimo mozzicone di sigaretta buttato a terra ancora accesso abbia generato lo scoppio». Molti parlamentari, quelli di An in testa, condivisero la suggestione di Gelli. Uno di loro, Enzo Raisi, arrivò a identificare un responsabile tra le vittime: Mauro Di Vittorio, un ragazzo vicino a Lotta continua che aveva lasciato la politica attiva ed era finito a fare lavoretti a Londra. Il 2 agosto 1980 era a Bologna per puro caso, ma su di lui è stata costruita negli anni una abominevole narrazione intessuta di menzogne.
Anche tutte le speculazioni sul lodo Moro come movente sono state smentite. Per anni si è favoleggiato sulle carte secretate del capocentro Sismi a Beirut, Stefano Giovannone. Si puntava a dimostrare che in quei documenti c’erano le prove che la strage fosse stata compiuta o commissionata dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina come ritorsione per il tradimento del lodo Moro. Questo perché l’anno prima, a Ortona, alcuni esponenti dell’Autonomia operaia romana erano stati fermati per caso mentre trasportavano su un furgone un missile appartenente ai palestinesi e un membro del Fplp era stato perciò arrestato. Le carte di Giovannone, oggi interamente consultabili, rivelano che alla data della strage, servizi e palestinesi avevano già trovato un accordo per la soluzione della vicenda.
Oggi il partito che più si è speso per cancellare la verità su Bologna è al governo e la sua leader è a Palazzo Chigi. Meloni non sarà a Bologna. Il governo sarà rappresentato dal ministro dell’Interno Maurizio Piantedosi. La speranza è che le parole di Piantedosi non siano quelle usate da Meloni per il quarantesimo anniversario della strage, quando la futura premier disse che erano trascrosi «40 anni senza giustizia».

lunedì 31 luglio 2023

Nella Gloria!



Samu è entrato nell’immensa sala trofei, tra l’altro senza occhiali da sole rischiando guai alla retina per l’eclatante sfavillio, e si è avvicinato ad uno degli innumerevoli Palloni d’Oro, quasi una profezia per i futuri sei che conquisterà da rossonero. Benvenuto mitico Chukweze!

Il Giorno della Marmotta marino


Com’è il giorno della marmotta marino? 

Semplice: prendi lo zaino, lo stesso zaino oramai ricettacolo di strani esseri curiosi, bradipi che s’adattano a qualsiasi temperatura, e lo riempi di libri, come se dovessi rieditare Cast Away, controlli di avere paglie a sufficienza, poi borsa frigo con acqua. pomodorini e mozzarelle, la focaccia indispensabile più che il boccaglio al sub, e i giornali, Gazza su tutti. 

Visto che non sei turista ma indigeno, l’unico posto che può ospitarti è Marinella, col suo vento perenne godereccio, e col mare che assomiglia sempre più ad una zuppa dimagrante ai cavoli neri. 


All’arrivo prima tappa alla gioielleria che finge di essere bar, per un caffè che ingurgitato ti porta ogni volta a domandare se per caso sia orzo, e tutte le volte che ti rispondono “no, no! è un caffè normale!” ti interroghi sul gusto che dovrebbe avere quello d’orzo, probabilmente sfiorante la merda. 

Arrivato in postazione e salutato gli statici vicini d’ombrellone, inneschi la prima paglia scrutando il panorama ed iniziando, protetto dagli impenetrabili occhiali neri, ad effettuare le prime Tac alle prove viventi della magnificenza del Creato. 

T’immergi nella lettura scrutando a volte l’orizzonte meglio di Nelson, zigzagando tra le inutilità ciancianti tipiche del luogo: meteo, clima, acqua sporca etc. 

La disposizione dei vicini di lettino ricorda il posizionamento dei banchi della fiera: ogni cento metri si ripetono, come le particolarità degli spiaggiati: la petulante, la ritmica, il domanda/risposta, l’affabulatore, il cercatore di meraviglie, l’assonnato, il Bernardo muto, l’incazzato eterno, il ciacolante, il soprano. 

Misteriosamente, come detto, queste categorie si replicano ogni cento metri, e i più temibili sono il soprano che parla in tonalità simile alla Callas scaligera, la petulante che verso le 9 si scaglia contro i ragazzi dello stabilimento che hanno spostato i suoi lettini di 3,5 mm, il cercatore di meraviglie che per attirare attenzione, dopo aver ingurgitato un megafono, spara racconti-fregnaccia conditi da balle clamorose solo per destare meraviglia; quello che domandando si auto risponde sino al calar della palla infuocata. 

Personalmente appartengo alla categoria Bernardo-servo di Zorro, dispensando mono sillabi con parsimonia, temendo di iniziare un discorso attorno al nulla che mi stravolgerebbe il rito circolare del giorno della marmotta, tanto bene spiegato in “Ricomincio da capo.” 


Prima del pranzo, la calata in mare col passaggio tra le file di lettini dei giovani abbrustoliti, con l’insolita morfologia del fondale che scende repentinamente per poi risalire facendoti arrivare alle caviglie l’acqua ad un centinaio di metri dalla riva, certifica il via libera alla classica mangiata all’ombra che, visto la grande quantità di pomodori, bocconcini di mozzarella e albicocche, è una prepotente sfida gastrica all’attacco diarroico, fortunatamente al momento sempre sventato. 

Il pomeriggio scorre tra un dormiveglia molto simile al risveglio post operatorio, con un rimbambimento al limite della visita neurologica, e il continuo spostamento del lettino per scansare i raggi infuocati con rotazioni dello stesso di oltre un angolo piatto, un tale rompimento di maroni che porta a desiderare la veridicità delle teorie copernicane con la stella fissa nel cielo! Sul far della sera il giorno della marmotta termina, pronto ripetersi in fotocopia alla prima occasione!

Senz'altro aggiungere

 


Ragogna!

 


Nando e il Cazzaro

 

Salvini, l’incontinente. Ennesima figuraccia: con Don Ciotti era meglio “tacere in tempo”
di Nando dalla Chiesa
Salvini all’attacco di don Ciotti. Come metterla, per evitare di rimestare nella cronaca? Partirò da una poesia bellissima, che apparentemente non c’entra niente. Una poesia di Erri De Luca del 2002. Si intitola “Considero valore”. L’autore vi allinea in una sequenza stupenda di ciò che secondo lui ha valore, dall’ “assemblea delle stelle” a “sapere in una stanza dov’è il Nord”. Un insieme di fatti e cose e pratiche che nella loro trama armoniosa ci regalerebbero, se da tutti considerati valore, un mondo cento volte migliore di quello in cui viviamo. Tra questi c’è un verbo, precisamente qualificato: “Tacere in tempo”. Il cui significato scava un abisso tra la sapienza adulta e quella giovanile. Per la sapienza adulta “tacere in tempo” è infatti un valore perché risparmia le figuracce, sottrae a rappresaglie, evita di sbilanciarsi gratuitamente. Tutela chi parla, insomma. Ma per la sapienza dei miei studenti è un valore perché evita di “ferire inutilmente”, di fare del male a qualcuno che non lo merita. Tutela chi ascolta. Due modi di vedere la vita agli antipodi.
Eppure nel caso di Salvini verso don Ciotti il tacere in tempo sarebbe stato un valore in tutti e due i sensi. Perché avrebbe evitato all’incontinente un’altra figuraccia, di lasciare scolpite nella memoria pubblica nuove parole che, per la loro incongrua violenza, lo appiccicheranno alla meno eccelsa storia politica del Paese in modo indelebile. Le famose parole che dopo un po’ di tempo bisogna rinnegare maldestramente (non l’ho mai detto, è stata una forzatura dei giornali) o confermare con orgoglio disastroso. Tipo l’uscita che chi vuol pagare un caffè con la carta di credito è un rompiballe, quando ormai, due anni dopo, bar e gelatai ti chiedono – loro!- di non costringerli ad armeggiare con gli spiccioli in cassa. Ma tacere in tempo avrebbe evitato all’incontinente anche di ferire non tanto don Luigi Ciotti (che ne ha vissute di ben peggio), ma l’intero popolo che in lui ha trovato un simbolo e una voce. Dalle migliaia di persone che hanno avuto nella propria famiglia una vittima innocente di mafia e che questo prete infaticabile sorregge tutti i giorni con una telefonata di conforto, trovando un avvocato, difendendo una causa, chiamando un prefetto, correndo a celebrare un battesimo; alle centinaia di migliaia di cittadini che dalla mafia si sentono minacciati nella loro vita quotidiana; alle più migliaia ancora che sono passate per il dramma della droga; ai milioni di credenti che in lui vedono una fede dal volto umano e amico, a partire dall’immenso mondo del volontariato: tutti arruolati dall’incontinenza maramalda di Salvini tra coloro che sarebbero felici di mandare don Luigi all’estero.
Ma il non tacere in tempo procura anche effetti suicidi immediati. Io per esempio, dopo tanto tempo, ero diventato possibilista sul ponte sullo Stretto. Ma dopo avere letto le motivazioni del ministro non lo sono più. Non solo gonfie di retorica (e ci starebbe) ma gravide di quella cultura che ha fatto per un secolo e mezzo la fortuna della mafia a Sud e a Nord. Quella per cui ogni timore e denuncia del pericolo mafioso è un’offesa agli italiani e all’Italia, perché – come si sa – mafia camorra e ‘ndrangheta sono un’invenzione delle fiabe cattive. Se mi avessero chiesto come potrebbe replicare un ciarlatano ai timori di don Ciotti avrei detto esattamente in quel modo. Con la storia delle grandi opere che danno il lavoro che sconfigge la mafia, con l’offesa al buon nome delle popolazioni. Ma il ministro non è un ciarlatano. È vero, prende le parole dall’aria che gli sembra di avere intorno e ci soffia dentro. È già stata la sua sfortuna; perciò, d’altronde, non fa più il ministro dell’Interno.
Ma quella reazione così irragionevole e offensiva mi ha insospettito, e molto. Perché il non tacere in tempo mette nell’aria perfino più parole di quelle che escono dalla bocca.