domenica 7 maggio 2023

Pino e la Santadeché

 

Matrimoni rottamati, Twiga e napalm nero: è Open to Pitonessa
CARRIERA, GAFFE E SVOLTE A DESTRA - Te la do io Venere. Prototipo del rampantismo (ha come gemello Briatore), dà di gomito a La Russa, Bisignani e Verdini Tra Cortina e divani di coccodrillo, s’è assisa al ministero, combinandone da par suo
DI PINO CORRIAS
Per dare un’occhiata alle meraviglie della neoministra Daniela Santanchè, in arte, la Pitonessa, bisogna aprire il freezer delle sue molte dimore – la Pagoda in riva al mare al Twiga di Forte dei Marmi, la villa a Marina di Pietrasanta, la palazzina di quattro piani a Milano, l’attico a Roma, le case a Londra e a Cortina – spostare le provviste di cuori infranti che fanno curriculum, aspettare che scongeli il suo incarnato e si vesta per scalare la dura giornata di lavoro e di litigi che la aspetta.
Se è lunedì e ha dormito a Milano, dopo la fitness, il parrucchiere, le telefonate ai suoi amici più cari, Luigi Bisignani, piduista di lungo corso, Denis Verdini, faccendiere di nuovo in sorprendente libertà, dovrà issarsi sui tacchi a spillo da public relation, sbrigare qualche appuntamento, per poi infilarsi nella carrozza ministeriale che la condurrà, all’ora di colazione, a mangiare un paio di grissini e fragole a Casa Cipriani, nuovo specchio della razza padrona, una specie di Club inglese per i molto ricchi, niente accesso senza presentazione dei soci, ristorante adeguato allo standard, un arredo finto coloniale con maggiordomi incorporati, zona relax con sauna e massaggi, sale da bagno in marmo rosa, camere da 1.500 euro a notte. In cima, la terrazza affacciata sui giardini Montanelli, il principe dell’inchiostro che fa la guardia alla sua gloria, e che a Casa Cipriani non ci avrebbe mai messo piede.
Dani ha il suo tavolo fisso, guai a toccarlo. Tutto intorno la allieta un fritto misto di potenti, per lo più banchieri come Gaetano Miccichè di Banca Intesa e Massimo Ponzellini, presidente onorario della Banca europea degli investimenti, qualche ereditiera tipo Giulia Ligresti, e naturalmente l’inseparabile Ignazio La Russa, attuale governatore del business politico in Lombardia, incidentalmente seconda carica dello Stato, che onora quasi ogni giorno con il braccio teso e una risata. Più spesso viceversa.
Gomitata dopo gomitata, la nuovissima ministra del Turismo con titolarità turistico-balneare in proprio, scandalo che indossa come fosse un bikini (embè, che c’è da guardare?) è finalmente in cima alla piramide del potere e se lo gode. Perché è il potere il suo personale Open to Meraviglia, la campagna pubblicitaria che ha trasformato l’Italia in cibo per comitive planetarie.
Celebrata per il suo sangue freddo, veste luminescente e aggressiva. Riempie le sue case di lampadari con le piume di struzzo e divani di coccodrillo, i suoi armadi di (finte) borse Hermes. Il lusso in modalità oligarca russo è il suo modo di cancellare le tracce del suo passato. Viene da lontanissimo e qualche scheggia ancora si vede, a cominciare dal cognome di famiglia, Garnero che è fatto di sassi del cuneese tra i quali è nata nell’anno 1961. Padre imprenditore nel ramo trasporti. Lei figlia insofferente che non vede l’ora di levarsi di dosso quella polvere di gente comune che le fa “sgiai”, locuzione piemontese a significare disgusto, da pronunciarsi sempre con la smorfia. Il suo gemello diverso di quei tempi antichi e cupi si chiama Flavio Briatore, cuneese anche lui, impaziente come lei di scendere nelle pianure del jet-set, coltivare soldi, detestare in santa pace i perdenti e i comunisti. Briatore scala il mondo con le carte da gioco e le automobili. Lei con i mariti. Il primo, sposato a 21 anni, è il chirurgo plastico Paolo Santanchè. Lo scuote, lo motiva, lo issa per il bavero verso la celebrità. Per lui, dirà, organizza cene e vita mondana. Lo lancia a Milano e a Porto Cervo, dove ogni estate attraccano con la barca battezzata nientemeno che “Bisturi”. Dirà: “Lasciavo credere che mi avesse rifatto tutta. In verità solo il naso. Gli ho fatto da testimonial, facendogli guadagnare miliardi”.
Il business funziona, l’amore meno. L’ingrato chiede l’annullamento alla Sacra Rota, lei si tiene il cognome, butta il resto. Evolve nel ramo farmaceutici, sposando l’imprenditore Caio Mazzaro. Sogna un figlio. Lo ottiene. Sogna l’impresa, si inventa Visibilia, che è comunicazione, editoria, mondanità e debiti che vanno e vengono.
Il passo successivo è la politica. Ignazio è il suo primo mentore. Di notte sudano insieme al Gilda e al Nepentha, di giorno si risciacquano a Fiuggi, dove la fiamma diventa Alleanza nazionale. Nel 2001 entra alla Camera dei deputati, adora Gianfranco Fini, ricambiata. Il secondo mentore, Bisignani, la affida a Paolo Cirino Pomicino, una garanzia, che le insegna a far di conto dentro ai velluti della Commissione Finanza. “Io sono come i giapponesi – dirà –. Osservo. Imparo. Copio”.
Anche il secondo marito dilegua, scappandosene con Rita Rusic che ha appena rottamato Vittorio Cecchi Gori. I rotocalchi e la tv la adorano, specialmente quando avanza sulla scena incazzata e addobbata Versace. Odia i sinistri. Irride le “false femministe dalla penna rossa”. Esibisce diamanti al dito. Assalta l’Islam e insieme il conformismo piccolo borghese: “Le donne sognano me o Rosy Bindi?”. Cerca uomini risoluti, ma si ritrova circondata da maschi “con le palle di velluto”. Politicamente imbocca ogni incrocio a destra. Ma sempre a suo vantaggio. Lascia Fini per gli scarponi chiodati di Francesco Storace. Lascia Storace per i forzieri di Silvio B. Diventa la sua amazzone e insieme la fidanzata del suo scudiero Alessandro Sallusti, il giornalista. All’alba fa jogging con Francesca Pascale, al pomeriggio arreda la sede sontuosa di Forza Italia a Roma, alla sera organizza le cene di finanziamento del partito in villa Gernetto, 10 mila euro a tavolo. Incarico che salterà per incomprensioni contabili e poi litigi che finiranno per cancellare tutto il resto. Il tempo di un addio – “Silvio usa le donne come un predellino per salirci sopra e sembrare più alto” – e Dani si è già riaccomodata sulla scia di Giorgia, l’altra underdog, che morde più di lei. Con il solito Ignazio a coprirle le spalle, ha chiesto un ministero. Lo ha ottenuto. Ha festeggiato l’evento proprio al suo Twiga, lo stabilimento balneare che ogni anno incassa 6 milioni di euro e paga la concessione con 17 mila euro di spiccioli. Si sente furba, si sente spietata. Una sera delle tante in tv se l’è presa con un ragazzo in collegamento: “Lei bello paffuto, prende il Reddito di cittadinanza?” gli ha detto con sgiai. Il privilegio è il suo napalm, profuma di vittoria.

sabato 6 maggio 2023

Ragogna

 


Fini solitario

 

Siamo succubi di un capitalismo selvaggio: ce lo dice pure il Papa
DI MASSIMO FINI
Del viaggio del Papa a Budapest i media, nazionali e internazionali, hanno colto o cercato di cogliere solo gli aspetti politici: una possibile mediazione fra Ucraina e Russia attraverso il metropolita ortodosso di Budapest e un possibile, anche se parecchio improbabile, incontro col Patriarca di tutte le Russie Kirill, ortodosso ovviamente anche lui e sostenitore aperto di Putin. Hanno invece sorvolato sul discorso che Bergoglio ha fatto domenica 30 aprile all’Università di Budapest. Potendo parlare per una volta a persone colte e con persone colte, invece che con politici più o meno bifolchi, Bergoglio ha tenuto un discorso di alto profilo che, mettendo da parte le questioni pratiche che appaiono più evidenti, la pace e l’immigrazione, tocca la sostanza del mondo che stiamo vivendo.
Bergoglio è partito da uno scritto, Lettere dal Lago di Como, del 1924, ripubblicato nel 2022, del teologo italiano ma naturalizzato tedesco Romano Guardini. Cosa scriveva Guardini nel 1924 e quindi in anticipo anche su Martin Heidegger che ha posto al centro della sua riflessione la questione fondamentale della Tecnica e della sua ambiguità? Guardini sostiene, in contrapposizione radicale alla attuale cultura dominante totalmente assoggettata alla Scienza tecnologicamente applicata – sono costretto ovviamente a semplificare – che c’è un modo diverso di porsi verso l’esistente “un creare secondo la natura, che non oltrepassa i limiti stabiliti” e prosegue affermando “le energie e le sostanze sono fatte convergere ad un unico fine: la macchina e così si sviluppa una tecnica dell’assoggettamento dell’essere vivente”. Facendo proprie le questioni poste da Guardini, Bergoglio ha detto “cosa ne sarà della vita se essa finirà sotto questo giogo? Cosa accadrà quando ci troveremo davanti al prevalere degli imperativi della tecnica? La vita, ormai, è inquadrata in un sistema di macchine. In un tale sistema, la vita può rimanere vivente?”. E attualizzando il discorso ai giorni nostri con osservazioni che un secolo fa potevano anche sfuggire o non essere così evidenti ha affermato: “Siamo succubi di un capitalismo selvaggio, gli uomini sentono come più dolorose le proprie debolezze, in una società dove la velocità esteriore va di pari passo con la fragilità interiore”. In qualche punto del suo discorso Bergoglio diventa quasi pasoliniano affermando, anche se non la nomina in modo esplicito, che esiste una dittatura del consumo che tutto appiattisce e tutto uniforma di fronte alla quale l’uomo si sente smarrito.
Un giovane prete – o meglio era giovane come lo ero io quando ci incontrammo per la prima volta – che fa un ottimo lavoro sociale nel disastroso quartiere siracusano di Ortigia, mi ha scritto dicendo che i discorsi di Guardini e soprattutto di Bergoglio sono “finiani”. Non esageriamo. Però una cosa è se certi pensieri eterodossi li esprimo io altra se appartengono a un Papa che meriterebbero quindi un’attenzione molto diversa da parte della cultura dominante.

Booom!

 

Troppo Fuortes
di Marco Travaglio
Le scorrerie banditesche della Brigata Meloni per mettere le mani pure su Rai, Inps e Inail con largo anticipo sulla scadenza dei vertici, come se le istituzioni fossero bottini di guerra, rischiano di oscurare l’ultima impresa del noto tanguero Carlo Fuortes, intronato da Draghi&Pd alla carica di ad e dg della Rai. Siccome non voleva andarsene anzitempo senz’avere pronta un’altra poltrona su cui accomodare le nobili terga, il governo gli apparecchia un decreto ad personam, anzi contra personam: quello che riduce a 70 l’età pensionabile dei sovrintendenti degli enti lirici. Anzi di uno solo: quello del San Carlo di Napoli, Stéphane Lissner, che deve fare le valigie per liberare il posto a Fuortes, che a sua volta lascia la cadrega a una coppia comica voluta da Meloni&C.. Già, perché per fare il nulla che faceva lui, ora ce ne vogliono due: il nerissimo meloniano Rossi come Dg e il casinian-renziano Sergio come Ad, pronti a invertirsi i ruoli fra un anno. Lissner, che accettò il San Carlo nel 2019 quando non c’erano limiti di età, ricorrerà contro la norma retroattiva e illegittima. Ma il fatto stupefacente è che Fuortes, nei suoi vari pellegrinaggi a Palazzo Chigi, abbia accettato o addirittura caldeggiato l’ignobile legge che fa fuori l’illustre collega per fregargli il posto.
Tutto ciò non ha nulla a che fare con lo spoils system e col diritto del governo di amministrare con uomini suoi. E non c’entra nulla neppure con la lottizzazione. Ci tocca rimpiangere persino gli editti bulgari e le epurazioni leopoldine di berlusconiana e renziana memoria, che almeno reagivano a qualche barlume superstite di informazione: qui, a parte un paio di programmi (Report, Cartabianca e Presadiretta), da censurare non è rimasto nulla. Il promoveatur ut amoveatur del tanguero non ha alcuna motivazione politica, se non la fame atavica di questi banditi, ansiosi di sistemare le loro nullità al posto delle attuali, già sdraiate ai loro piedi senza bisogno di cambi della guardia. Se contasse almeno il “merito”, di cui al famoso ministero, Fuortes non verrebbe promosso al San Carlo, ma licenziato per scarso rendimento, visti la deprimente qualità dei programmi Rai, il vomitevole servilismo dei tg più velinari di sempre e il crollo di ascolti a vantaggio di Mediaset (che pure fa orrore). Stiamo parlando del genio che Repubblica salutò come l’uomo della “rivoluzione” e del “nuovo corso”, che aveva “imposto il ‘lei’ a chiunque, dall’ultimo degli uscieri ai top manager. Una rottura di prassi consolidate che la dice lunga sul nuovo corso del servizio pubblico. E sulla mission ricevuta da Draghi”. Il fenomeno che giurava, restando serio: “I partiti non bussano alla mia porta”. Ma solo perché bussava lui da loro.

venerdì 5 maggio 2023

Se magna!

 


Ragogna

 


Daniela la Saggia

 

Pnrr e armi: la resilienza è una grande fregatura
DI DANIELA RANIERI
Ecco cos’era la resilienza! Erano anni che la sentivamo in bocca a tutti, dagli psicanalisti di grido alle signore in fila al banco del norcino, e quando nel 2020 l’Europa ha promosso questa rucola concettuale a piatto forte del piano di ripresa economica post-pandemia credevamo di averlo quasi capito (qualcosa come “resistere alle avversità come un materiale inerte”, cioè fuffa); ieri finalmente ogni dubbio è stato fugato. L’Europa, leggiamo sui giornali padronali (quelli che tifano per il proseguimento della guerra fino all’ultimo ucraino così Putin impara), ha “sbloccato” l’acquisto di armi a favore dell’Ucraina per un miliardo di euro e contestualmente “aiuterà le industrie europee” che le fabbricano, e lo farà attingendo proprio al tesoretto del Pnrr destinato alla resilienza. Siamo andati a controllare: tra gli obiettivi del Pnrr ci sono riforma della Pa, giustizia, digitalizzazione, transizione ecologica, cultura, turismo, agricoltura sostenibile, politiche per il lavoro e persino asili nido (anche se questo, come ci ha informato affranto il ministro Fitto, è “un obiettivo da rimodulare”, cioè se ne riparla a babbo morto; intanto il governo chiede di sfornare figli per la Patria). Nessuna traccia della voce “armi”, e del resto anche “resilienza” è solo nel titolo, non significando niente. Ecco allora la furbata – seguiteci perché il contorsionismo semantico dell’élite bellicista è davvero spassoso.
Dice Repubblica: “Il provvedimento, denominato Asap (Act in Support of Ammunition Production), punta ad aumentare la capacità produttiva dell’Ue e ad affrontare l’attuale carenza di munizioni e missili nonché dei loro componenti”, il che fa trasparire un po’ troppo brutalmente che siamo di fatto in guerra contro la Russia. Il lessico è in effetti futurista interventista: l’Ue “mobilita”, “sblocca”, “accelera”, “spinge” “lancia”: è tutto uno scattare sull’attenti e un marciare nel clangore di armi (c’entrerà il fatto che l’editore di Rep ha interessi nel settore militare?). A quanto pare, stante la risoluzione di portare le spese militari al 2% del Pil, ci costa rimpinzare di armi un Paese non Ue e non Nato, senza passare dal Parlamento e sputando sulla Costituzione, con l’ovvia conseguenza che le nostre scorte diminuiscono e dobbiamo ricomprarle per noi. Per inciso, Meloni si arrabbiò molto per l’accusa di stare a togliere il pane di bocca agli italiani per mandare armi all’Ucraina, ribattendo che mandiamo armi “già in nostro possesso”, ferri vecchi praticamente a costo zero; ebbene, mentiva, se ora dobbiamo provvedere alla nostra Difesa (come peraltro confermano il suo ministro delle Armi Crosetto e i vertici militari).
Beninteso: per volere di Parigi, dare soldi alle industrie belliche europee serve anche a non avvantaggiare la concorrenza straniera (vogliamo che il nemico crepi made in Ue). Ma come dirottare i miliardi del Pnrr, facendo digerire ai popoli la sottrazione di risorse in teoria pubbliche per una guerra che non si sa quando finirà?
Ed ecco il colpo di genio: il Commissario francese per il Mercato Interno, tale Thierry Breton, si è ricordato che “il Recovery fund è stato specificatamente costruito per tre principali azioni: la transizione verde (ed è difficile far passare i missili come pannelli solari, ndr), la transizione digitale (le munizioni sono semmai di uranio impoverito, non di silicio, ndr) e la resilienza”. Eureka! “Intervenire puntualmente per sostenere progetti industriali che vanno verso la resilienza, compresa la Difesa, fa parte di questo terzo pilastro”. Ma tu pensa. Ed è tutto a fin di bene: la apposita Ursula von der Leyen ha detto che sottrarre questi soldini al Pnrr per darli all’industria della morte serve a “mantenere la pace”. E “il contesto in cui l’Ue agisce è quello della ‘difesa della democrazia’. Kiev viene considerata un baluardo dei principi democratici” (Rep). Infatti Zelensky ha messo fuori legge gli 11 partiti d’opposizione, oscurato 3 reti televisive, istituito la legge marziale, il governo controlla la magistratura, l’esercito nazionale ingloba milizie naziste, il Paese ha l’indice di corruzione più elevato d’Europa (Transparency International) ed è al 79° posto su 108 per libertà di stampa (Index RSF). Un concentrato di “nostri valori”.
La soluzione (sovranazionale: ma Meloni non era sovranista?) mette tutti d’accordo: dacché l’insipiente Conte ci ha fatto dare troppi soldi dall’Europa, il capo di Confindustria Bonomi, che molto ha gradito il taglio del Reddito di cittadinanza (“Sussidistan”), ha un’idea sbarazzina: se proprio non si riesce a spenderli, diamo i soldi alle imprese – giammai alla Sanità, al welfare, ai morti di fame – che poi è il preciso motivo per cui fu fatto fuori Conte e venne chiamato Draghi. E quelle belliche sono pur sempre imprese. Il sospetto lo avevamo da un po’, ma ora è certo: la resilienza è una delle più grandi inculate degli ultimi cinquant’anni.