sabato 6 maggio 2023

Fini solitario

 

Siamo succubi di un capitalismo selvaggio: ce lo dice pure il Papa
DI MASSIMO FINI
Del viaggio del Papa a Budapest i media, nazionali e internazionali, hanno colto o cercato di cogliere solo gli aspetti politici: una possibile mediazione fra Ucraina e Russia attraverso il metropolita ortodosso di Budapest e un possibile, anche se parecchio improbabile, incontro col Patriarca di tutte le Russie Kirill, ortodosso ovviamente anche lui e sostenitore aperto di Putin. Hanno invece sorvolato sul discorso che Bergoglio ha fatto domenica 30 aprile all’Università di Budapest. Potendo parlare per una volta a persone colte e con persone colte, invece che con politici più o meno bifolchi, Bergoglio ha tenuto un discorso di alto profilo che, mettendo da parte le questioni pratiche che appaiono più evidenti, la pace e l’immigrazione, tocca la sostanza del mondo che stiamo vivendo.
Bergoglio è partito da uno scritto, Lettere dal Lago di Como, del 1924, ripubblicato nel 2022, del teologo italiano ma naturalizzato tedesco Romano Guardini. Cosa scriveva Guardini nel 1924 e quindi in anticipo anche su Martin Heidegger che ha posto al centro della sua riflessione la questione fondamentale della Tecnica e della sua ambiguità? Guardini sostiene, in contrapposizione radicale alla attuale cultura dominante totalmente assoggettata alla Scienza tecnologicamente applicata – sono costretto ovviamente a semplificare – che c’è un modo diverso di porsi verso l’esistente “un creare secondo la natura, che non oltrepassa i limiti stabiliti” e prosegue affermando “le energie e le sostanze sono fatte convergere ad un unico fine: la macchina e così si sviluppa una tecnica dell’assoggettamento dell’essere vivente”. Facendo proprie le questioni poste da Guardini, Bergoglio ha detto “cosa ne sarà della vita se essa finirà sotto questo giogo? Cosa accadrà quando ci troveremo davanti al prevalere degli imperativi della tecnica? La vita, ormai, è inquadrata in un sistema di macchine. In un tale sistema, la vita può rimanere vivente?”. E attualizzando il discorso ai giorni nostri con osservazioni che un secolo fa potevano anche sfuggire o non essere così evidenti ha affermato: “Siamo succubi di un capitalismo selvaggio, gli uomini sentono come più dolorose le proprie debolezze, in una società dove la velocità esteriore va di pari passo con la fragilità interiore”. In qualche punto del suo discorso Bergoglio diventa quasi pasoliniano affermando, anche se non la nomina in modo esplicito, che esiste una dittatura del consumo che tutto appiattisce e tutto uniforma di fronte alla quale l’uomo si sente smarrito.
Un giovane prete – o meglio era giovane come lo ero io quando ci incontrammo per la prima volta – che fa un ottimo lavoro sociale nel disastroso quartiere siracusano di Ortigia, mi ha scritto dicendo che i discorsi di Guardini e soprattutto di Bergoglio sono “finiani”. Non esageriamo. Però una cosa è se certi pensieri eterodossi li esprimo io altra se appartengono a un Papa che meriterebbero quindi un’attenzione molto diversa da parte della cultura dominante.

Booom!

 

Troppo Fuortes
di Marco Travaglio
Le scorrerie banditesche della Brigata Meloni per mettere le mani pure su Rai, Inps e Inail con largo anticipo sulla scadenza dei vertici, come se le istituzioni fossero bottini di guerra, rischiano di oscurare l’ultima impresa del noto tanguero Carlo Fuortes, intronato da Draghi&Pd alla carica di ad e dg della Rai. Siccome non voleva andarsene anzitempo senz’avere pronta un’altra poltrona su cui accomodare le nobili terga, il governo gli apparecchia un decreto ad personam, anzi contra personam: quello che riduce a 70 l’età pensionabile dei sovrintendenti degli enti lirici. Anzi di uno solo: quello del San Carlo di Napoli, Stéphane Lissner, che deve fare le valigie per liberare il posto a Fuortes, che a sua volta lascia la cadrega a una coppia comica voluta da Meloni&C.. Già, perché per fare il nulla che faceva lui, ora ce ne vogliono due: il nerissimo meloniano Rossi come Dg e il casinian-renziano Sergio come Ad, pronti a invertirsi i ruoli fra un anno. Lissner, che accettò il San Carlo nel 2019 quando non c’erano limiti di età, ricorrerà contro la norma retroattiva e illegittima. Ma il fatto stupefacente è che Fuortes, nei suoi vari pellegrinaggi a Palazzo Chigi, abbia accettato o addirittura caldeggiato l’ignobile legge che fa fuori l’illustre collega per fregargli il posto.
Tutto ciò non ha nulla a che fare con lo spoils system e col diritto del governo di amministrare con uomini suoi. E non c’entra nulla neppure con la lottizzazione. Ci tocca rimpiangere persino gli editti bulgari e le epurazioni leopoldine di berlusconiana e renziana memoria, che almeno reagivano a qualche barlume superstite di informazione: qui, a parte un paio di programmi (Report, Cartabianca e Presadiretta), da censurare non è rimasto nulla. Il promoveatur ut amoveatur del tanguero non ha alcuna motivazione politica, se non la fame atavica di questi banditi, ansiosi di sistemare le loro nullità al posto delle attuali, già sdraiate ai loro piedi senza bisogno di cambi della guardia. Se contasse almeno il “merito”, di cui al famoso ministero, Fuortes non verrebbe promosso al San Carlo, ma licenziato per scarso rendimento, visti la deprimente qualità dei programmi Rai, il vomitevole servilismo dei tg più velinari di sempre e il crollo di ascolti a vantaggio di Mediaset (che pure fa orrore). Stiamo parlando del genio che Repubblica salutò come l’uomo della “rivoluzione” e del “nuovo corso”, che aveva “imposto il ‘lei’ a chiunque, dall’ultimo degli uscieri ai top manager. Una rottura di prassi consolidate che la dice lunga sul nuovo corso del servizio pubblico. E sulla mission ricevuta da Draghi”. Il fenomeno che giurava, restando serio: “I partiti non bussano alla mia porta”. Ma solo perché bussava lui da loro.

venerdì 5 maggio 2023

Se magna!

 


Ragogna

 


Daniela la Saggia

 

Pnrr e armi: la resilienza è una grande fregatura
DI DANIELA RANIERI
Ecco cos’era la resilienza! Erano anni che la sentivamo in bocca a tutti, dagli psicanalisti di grido alle signore in fila al banco del norcino, e quando nel 2020 l’Europa ha promosso questa rucola concettuale a piatto forte del piano di ripresa economica post-pandemia credevamo di averlo quasi capito (qualcosa come “resistere alle avversità come un materiale inerte”, cioè fuffa); ieri finalmente ogni dubbio è stato fugato. L’Europa, leggiamo sui giornali padronali (quelli che tifano per il proseguimento della guerra fino all’ultimo ucraino così Putin impara), ha “sbloccato” l’acquisto di armi a favore dell’Ucraina per un miliardo di euro e contestualmente “aiuterà le industrie europee” che le fabbricano, e lo farà attingendo proprio al tesoretto del Pnrr destinato alla resilienza. Siamo andati a controllare: tra gli obiettivi del Pnrr ci sono riforma della Pa, giustizia, digitalizzazione, transizione ecologica, cultura, turismo, agricoltura sostenibile, politiche per il lavoro e persino asili nido (anche se questo, come ci ha informato affranto il ministro Fitto, è “un obiettivo da rimodulare”, cioè se ne riparla a babbo morto; intanto il governo chiede di sfornare figli per la Patria). Nessuna traccia della voce “armi”, e del resto anche “resilienza” è solo nel titolo, non significando niente. Ecco allora la furbata – seguiteci perché il contorsionismo semantico dell’élite bellicista è davvero spassoso.
Dice Repubblica: “Il provvedimento, denominato Asap (Act in Support of Ammunition Production), punta ad aumentare la capacità produttiva dell’Ue e ad affrontare l’attuale carenza di munizioni e missili nonché dei loro componenti”, il che fa trasparire un po’ troppo brutalmente che siamo di fatto in guerra contro la Russia. Il lessico è in effetti futurista interventista: l’Ue “mobilita”, “sblocca”, “accelera”, “spinge” “lancia”: è tutto uno scattare sull’attenti e un marciare nel clangore di armi (c’entrerà il fatto che l’editore di Rep ha interessi nel settore militare?). A quanto pare, stante la risoluzione di portare le spese militari al 2% del Pil, ci costa rimpinzare di armi un Paese non Ue e non Nato, senza passare dal Parlamento e sputando sulla Costituzione, con l’ovvia conseguenza che le nostre scorte diminuiscono e dobbiamo ricomprarle per noi. Per inciso, Meloni si arrabbiò molto per l’accusa di stare a togliere il pane di bocca agli italiani per mandare armi all’Ucraina, ribattendo che mandiamo armi “già in nostro possesso”, ferri vecchi praticamente a costo zero; ebbene, mentiva, se ora dobbiamo provvedere alla nostra Difesa (come peraltro confermano il suo ministro delle Armi Crosetto e i vertici militari).
Beninteso: per volere di Parigi, dare soldi alle industrie belliche europee serve anche a non avvantaggiare la concorrenza straniera (vogliamo che il nemico crepi made in Ue). Ma come dirottare i miliardi del Pnrr, facendo digerire ai popoli la sottrazione di risorse in teoria pubbliche per una guerra che non si sa quando finirà?
Ed ecco il colpo di genio: il Commissario francese per il Mercato Interno, tale Thierry Breton, si è ricordato che “il Recovery fund è stato specificatamente costruito per tre principali azioni: la transizione verde (ed è difficile far passare i missili come pannelli solari, ndr), la transizione digitale (le munizioni sono semmai di uranio impoverito, non di silicio, ndr) e la resilienza”. Eureka! “Intervenire puntualmente per sostenere progetti industriali che vanno verso la resilienza, compresa la Difesa, fa parte di questo terzo pilastro”. Ma tu pensa. Ed è tutto a fin di bene: la apposita Ursula von der Leyen ha detto che sottrarre questi soldini al Pnrr per darli all’industria della morte serve a “mantenere la pace”. E “il contesto in cui l’Ue agisce è quello della ‘difesa della democrazia’. Kiev viene considerata un baluardo dei principi democratici” (Rep). Infatti Zelensky ha messo fuori legge gli 11 partiti d’opposizione, oscurato 3 reti televisive, istituito la legge marziale, il governo controlla la magistratura, l’esercito nazionale ingloba milizie naziste, il Paese ha l’indice di corruzione più elevato d’Europa (Transparency International) ed è al 79° posto su 108 per libertà di stampa (Index RSF). Un concentrato di “nostri valori”.
La soluzione (sovranazionale: ma Meloni non era sovranista?) mette tutti d’accordo: dacché l’insipiente Conte ci ha fatto dare troppi soldi dall’Europa, il capo di Confindustria Bonomi, che molto ha gradito il taglio del Reddito di cittadinanza (“Sussidistan”), ha un’idea sbarazzina: se proprio non si riesce a spenderli, diamo i soldi alle imprese – giammai alla Sanità, al welfare, ai morti di fame – che poi è il preciso motivo per cui fu fatto fuori Conte e venne chiamato Draghi. E quelle belliche sono pur sempre imprese. Il sospetto lo avevamo da un po’, ma ora è certo: la resilienza è una delle più grandi inculate degli ultimi cinquant’anni.

Contantemente

 

Contanti saluti
di Marco Travaglio
Fino al 2002 il tetto ai pagamenti in contanti era di 10.329 euro. Poi il governo B.-2 lo alzò a 12.500. Nel 2007 il Prodi-3 lo abbassò a 5mila. Nel 2008 il B.-3 lo rialzò a 12.500, ma nel 2010 lo abbassò a 5mila e nel 2011 a 2.500. Nel 2012 il governo Monti lo ridusse a mille. Nel 2013 B. promise di rialzarlo, ma perse le elezioni. Provvide Renzi nel 2016 a portarlo a 3mila “per aiutare i consumi e dire basta al terrore: nessun favore a evasori e riciclatori, perché quei soldi sono comunque tracciati”. Applausi da Confindustria, Federazione Pubblici Esercizi e Unimpresa. Il Conte-2, nel 2020, lo riabbassò subito a 2mila per portarlo a mille dal 2022, fra gli strepiti di Renzi&C.. Ma poi arrivò Draghi e lo lasciò a 2mila. Il governo Meloni l’ha rialzato a 5mila e ha pure dichiarato guerra al Pos. Il vicepremier Salvini ha spiegato che “chi vuole pagare il caffè con la carta di credito è solo un rompiballe: io cerco di pagare in contanti, perché a me piace andare a prelevare al bancomat”. La premier invece ha dichiarato: “Aumentiamo il tetto al contante perché sfavorisce la nostra economia” e soprattutto “è falso che la possibilità di utilizzare moneta contante favorisce l’evasione fiscale: in primo luogo, come dice bene la Guardia di finanza, uno che vuole evadere evade comunque; ma soprattutto, per paradosso, più è basso il tetto al contante e più si rischia evasione perché siccome i contanti io posso averli in casa per svariati motivi, se non li posso spendere legalmente tenderò a farlo in nero. Quindi più abbassi il tetto al contante, più favorisci l’evasione; più fai salire il tetto al contante, meno favorisci l’evasione… Non c’è alcuna correlazione tra limiti ai contanti ed economia sommersa: l’ha detto Padoan, ex ministro Pd di Renzi”.
L’altroieri la Dda di Reggio Calabria ha arrestato 200 persone e ne ha perquisite 150 fra Italia, Belgio, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Romania, Slovenia e Australia per ’ndrangheta, traffico di droga e armi da guerra, riciclaggio e reati fiscali, sequestrando 23 tonnellate di cocaina e 25 milioni riciclati in decine di locali, alcuni a Roma. Il 22 novembre 2021 due degli arrestati, Francesco Giorgi e Francesco Nirta, vengono intercettati mentre contano i soldi incassati in nero col riciclaggio in un ristorante a Ponte Milvio e in altri cinque in Portogallo prima di spartirseli e maledicono l’obbligo del Pos: “Ci abbiamo perso un milione di euro”. “I due – annota il Gip – si lamentano dei pagamenti effettuati tramite Pos, circostanza che limita notevolmente il margine di manovra per distrarre somme dagli incassi della società”. Noi, fra i politici che favoriscono il cash e i mafiosi che ne maledicono i limiti, preferiamo di gran lunga i secondi: almeno dicono la verità.

L'Amaca

 

Serva di tutti figlia di nessuno
DI MICHELE SERRA
L’età ha i suoi vantaggi: i quattro quinti dei nomi che circolano sui giornali per anticipare i nuovi insediamenti umani alla Rai, non so chi siano. Con gli anni si ha facoltà di guardare finalmente il mondo dalla giusta distanza. So solo chi è Pino Insegno, ci si augura che non sia lui a dare l’impronta culturale al nuovo corso. Si ricordi, la destra, che ebbe Raimondo Vianello: un genio.
Si sa solamente, della truppa in arrivo, che come avviene da sempre sarà filogovernativa, salvo qualche ripostiglio destinato al resto del mondo. Questo significa che l’informazione pubblica sarà retta, per la prima volta, anche da un po’ di fascisti: così va la vita.
Ma la cosa che mi preme di più dirvi, forte di decenni di frequentazione della Rai (per fortuna da esterno, nominato da alcuno, sempre chiamato direttamente dagli artisti), è che la vera falla, il vero danno, in tutto questo, è che la Rai è forse la sola azienda al mondo ai cui dirigenti, con rarissime eccezioni, dell’azienda non importa nulla. Non sono alle dipendenze della Rai, anche se è la Rai che li paga, ma dei partiti ai quali devono il posto. Non è per farla funzionare bene, è per renderla funzionale al potere che, da sempre, si fanno quelle nomine.
Questa condizione — un’azienda serva di tutti, ma figlia di nessuno — è degradante, eppure non ha mai piegato o sconfitto l’anima profonda della Rai, che è custodita nel lavoro dei suoi operai, dei suoi tecnici, di alcuni funzionari interni sfuggiti miracolosamente alle varie retate, dei suoi artisti, conduttori, giornalisti migliori. Loro sono la fabbrica: a differenza dei nominati che vanno e vengono, sanno come si accendono e si spengono le macchine. Se la Rai non è solo una Itaca in balia dei Proci, è per loro esclusivo merito.