lunedì 7 novembre 2022

Meditativo

 

Destra, l’ideologia al potere
DI EZIO MAURO
Il ritorno dell’ideologia è avvenuto sotto il frastuono della guerra, dopo lo spettacolo di un passaggio dei poteri a Palazzo Chigi che sembrava addirittura un cambio di regime, per lo scarto netto tra il prima e il dopo. Un rientro in sordina, sul fondo della scena, senza clamori, annunci o rivendicazioni. Tuttavia una ricomparsa a sorpresa, perché questa credenza politica mezza teoria e mezza fede sembrava condannata a non sopravvivere al cambio di secolo, dopo aver alimentato il rapporto tra popolo e potere nei totalitarismi, fino alla loro sconfitta dopo la lunga battaglia del Novecento. E invece l’ideologia resuscita come arte della politica e non solo del consenso perché non punta solamente a conquistare e garantire il voto, ma a costruire le condizioni di clima sociale, di ambiente culturale, di appartenenza ideale che determinano la fiducia e anzi l’affidamento del cittadino elettore al leader. Per raggiungere questo scopo ci vuole un pensiero, da cui nasce un’azione, che porta a un risultato concreto e soprattutto ciò che più conta - indica, fissa e conferma un’identità. È esattamente quel che tenta di fare Giorgia Meloni nei suoi primi passi di governo.
Le dichiarazioni e i provvedimenti dell’esecutivo infatti tracciano il profilo di questa nuova destra estrema che il Paese non aveva mai conosciuto alla prova dei fatti: tassello dopo tassello, misura dopo misura, si compone un mosaico che punta a ridefinire il Paese secondo la rappresentazione concepita da un governo nazional-sovranista (come peraltro era stato annunciato in campagna elettorale), per la prima volta integralmente padrone delle leve del comando. Questo disegno inevitabilmente è anche e soprattutto un’auto-rappresentazione, nel senso che rivela obiettivi, natura, carattere e ambizioni dell’avventura in corso nel Palazzo. E qui si avverte la sterzata rispetto alle altre esperienze governative di destra che l’Italia ha già sperimentato, in particolare il lungo e ripetuto esercizio di egemonia da parte di Silvio Berlusconi, suscitatore della destra italiana. La novità è la mancanza nell’esecutivo di qualsiasi presenza moderata significativa dal punto di vista dell’influenza concreta, di qualunque persistenza liberale come di ogni eredità democristiana, capaci di concorrere adeterminare la cultura del governo. Il risultato è che Meloni si trova a rappresentare insieme il punto di squilibrio del ministero, per la sua provenienza e per i suoi propositi, e larealpolitik del possibile riequilibrio, come ha dimostrato di fronte alle fughe in avanti di Salvini e Berlusconi a favore di Putin.
La vera differenza rispetto al passato è dunque culturale.
Berlusconi aveva costituito un popolo di destra indicandogli nella sinistra un nemico comune, ma interpretava il voto come un trasferimento di sovranità, con una promessa di libertà dai doveri in cambio di una vibrazione periodica di consenso per un leader camaleontico, figlio naturale del Caf, la coda conservatrice della Prima Repubblica. Meloni cerca invece di costruire un blocco sociale permanente vincolato da un ribellismo di classe contro l’élite, portando al governo il risentimento e indicando all’antipolitica uno sbocco di destra come soluzione e risarcimento. È il passaggio da un congegno elettorale a un meccanismo politico, da un piano di conservazione del potere a un progetto di trasformazione del Paese: dall’istinto, appunto, all’ideologia.
Per questo bisogna fare lo sforzo di guardare ogni volta alla controcultura che c’è dietro le scelte della Presidente del Consiglio. Controcultura nel senso di deviazione costante dal mainstream del Palazzo, dal linguaggio comune dell’establishment, dalla rete di assicurazioni reciproche dispiegata sopra e oltre le differenze politiche. Rinunciando all’ appeasement preventivo, Meloni usa la sua identità anomala come elemento di rottura del sistema, breccia attraverso la quale far passare non il cambio di governo, ma il cambio di fase per cui lavora. Per questo sta accentuando gli elementi di discontinuità (“è finita la pacchia”, “non siamo più una repubblica delle banane”) come se avesse fretta di esaurire ogni continuità istituzionale, conclusa al suono della campanella del Consiglio dei ministri che le è stata consegnata da Draghi.
Ma il governo cerca qualcosa di più: l’opportunità di agire in tempo reale cogliendo ogni occasione simbolica per trasformarla in strumento ideologico. La “difesa dei confini” sceneggiata a Catania in favore di telecamera contro 25 disperati respinti e ricacciati in mare come “caricoresiduale”, in un linguaggio prefettizio ligio alla svolta ma estraneo alla civiltà italiana. Il condono sanitario concesso ai medici No Vax, per riaffermare un concetto egoista di libertà, con il cittadino libero in quanto liberato dalle regole e da ogni vincolo nei confronti degli altri. Il decreto sui rave party, che è addirittura un esempio di scuola per fissare fin dall’inizio l’immagine dell’esecutivo come un governo d’ordine. Si afferra un tema - come i raduni rave - anche se non è un problema, si drammatizza assegnandogli il carattere di urgenza nonostante non sia percepito come tale, si stabilisce la necessità immediata di un contrasto senza un’eco nell’allarme sociale, si innalza la pena fuori da ogni misura di proporzione. Poi il Parlamento correggerà le storture di un decreto raffazzonato, anche se riguarda la libertà dei cittadini.
La dominante è la fretta ideologica di trasmettere la sensazione di una politica correzionale rispetto alle scelte del passato, indicate come lassiste e troppo tolleranti, e di un cambio di clima per l’opinione pubblica, per i gruppi sociali, per le polizie chiamate a intervenire. Qui il governo sembra addirittura dar ragione a Marx, quando definisce l’ideologia come l’immagine capovolta della realtà: si crea un problema per dar modo al governo di scendere in campo a risolverlo.
Anzi, si allestisce un allarme sociale a tavolino, scalando le priorità della popolazione, si costruisce artificialmente una domanda d’ordine per allineare la percezione dei cittadini all’identità dell’esecutivo. Infine: si genera una domanda di destra perché corra nella società, suscitando tensione, aspettativa, consenso preventivo.
La realtà e la sua rappresentazione non coincidono?
L’ideologia è stata inventata per questo, funziona da ponte tra la teoria e la vita, tra l’immaginario e il reale. Il buonsenso italiano di governo ha dimostrato di poter risolvere queste urgenze vere e presunte senza norme speciali. Ma il buonsenso è neutro, poco spettacolare e freddo: meglio creare un nuovo senso comune, inclinarlo a destra e spacciarlo per sentimento nazionale o addirittura per pubblica opinione. Mentre invece è semplicemente uno strumento politico: al servizio del nuovo potere.

domenica 6 novembre 2022

Cento bellici

 


Eccoli

 


Ragogna

 


Osho

 


Pace travagliata

 

La maggioranza silenziata
di Marco Travaglio
Piazza San Giovanni è piena e viva come non lo era da anni una piazza d’Italia. C’è la sinistra politica e sindacale, ci sono i cattolici e i laici, ci sono i 5Stelle. Ma, più nascosti, ci sono anche elettori di destra: se due italiani su tre sono per il negoziato russo-ucraino con concessioni reciproche e dunque contro i continui invii di armi (il 52% dice no financo alle sanzioni), è impensabile che siano tutti di centrosinistra. È la maggioranza silenziata che finora si esprimeva solo nei sondaggi perché non trovava rappresentanza in gran parte dei partiti e dei media draghiani, dunque bellicisti. E che poi s’è sfogata nelle urne il 25 settembre premiando le tre forze anti-Draghi nella speranza di una svolta: Meloni (che però sulla guerra fa e pensa come Draghi), Conte (che sul riarmo italiano e poi su quello ucraino aveva rotto il fronte di maggioranza) e Sinistra Italiana (che al draghismo si era sempre opposta). Da ieri quel silenzio forzato è finito: quel popolo ora ha una voce e dei portavoce. E nessun ricatto immorale (“Se chiedi la pace vuoi la resa di Kiev e sei filo-Putin”) o lista di putiniani immaginari o campagna di discredito potrà rimetterlo a tacere. Anzi, si spera che San Giovanni sia la madre di tante piazze europee che pieghino la mano ai rispettivi governi, affinché levino il dito dal grilletto e promuovano un negoziato per il cessate il fuoco e un nuovo assetto di sicurezza per tutti: ucraini di Kiev, ucraini del Donbass, Russia e Paesi confinanti. Senza delegare ipocritamente il compito a chi già si sa che non farà mai la prima mossa: Putin e Zelensky. Questo era l’obiettivo del corteo, altissimo almeno quanto il pericolo nucleare.
Poi ci sono gli aspetti di bassa politica domestica. Dalla piazza parte un messaggio al governo Meloni, che avrà vita breve se seguirà Cicciobomba Cannoniere Crosetto anche dopo le elezioni Usa di mid term, che martedì potrebbero sancire lo stop alla guerra per procura. L’altro messaggio è a quel che resta del Pd, la cui tragicommedia è tutta nel sabato del Letta a due piazze, contestato dai pacifisti e poi fuggito nel backstage, mentre Conte faceva il pieno di applausi in mezzo alla folla e mezzo partito traslocava a Milano in marcia per la guerra. Neppure la vista di quello che fu il suo popolo nella piazza più affollata degli ultimi anni ha indotto Baioletta a un sia pur minimo ripensamento. Infatti ha ribadito proprio ieri, proprio lì che il Pd voterà pure il sesto dl Armi a braccetto con le destre, come se il 25 settembre e il 5 novembre nulla fosse accaduto. Quando la pianteranno anche gli americani, lui continuerà da solo. Come Hiroo Onoda, il soldato giapponese arrestato nel 1974 nella giungla filippina perché non voleva credere che la guerra fosse finita da 29 anni.