domenica 30 ottobre 2022

Scherzoso

 

Non me ne vogliano gli amici d'oltre Cisa, ma è solo un modo per evidenziare alcune criticità in un'ottica satirica. 



 

sabato 29 ottobre 2022

Interessante Watson!

 

Federico Rampini per www.corriere.it
L’ultima follia del prezzo del gas è questa: in Texas tre giorni fa valeva meno di zero, te lo regalavano, anzi ti pagavano se facevi il favore di andarlo a ritirare. Non scherzo. È un caso estremo, un’anomalia momentanea, ma serve a illustrare i paradossi di un mercato impazzito. Comunque anche in Europa i prezzi del gas sono crollati del 70% rispetto ai massimi. Sono tornati ai livelli di giugno, prima che Putin cominciasse a tagliare le forniture. Gli intermediari del gas parlano di «ingorgo», per non subire perdite sui prezzi di vendita parcheggiano navi-cisterna piene di gas liquido al largo delle coste inglesi e spagnole. La situazione si è capovolta in men che non si dica. Ma potrebbe capovolgersi di nuovo, in senso opposto. Anzi, quasi sicuramente accadrà.
Per almeno un anno, le bollette dell’energia ci faranno disperare: in un certo senso, anche quando scenderanno. Ci attende un periodo di fluttuazioni, a volte incomprensibili. Bisognerà tenere i nervi saldi per fare le scelte giuste ed evitare gli errori del passato. Cominciamo dalla situazione attuale: schizofrenia pura. Gli italiani e molti altri cittadini europei in questo preciso momento subiscono l’impatto di bollette pesantissime, che per alcuni significano sacrifici insopportabili o il fallimento. Nello stesso tempo i prezzi all’ingrosso del gas stanno precipitando, sia pure senza arrivare all’incidente estremo del Texas (un controsenso che spiego più avanti).
Che cosa sta succedendo? In un videocommento apparso sul sito del «Corriere» due giorni fa, ho spiegato le cause fondamentali del calo dei prezzi del gas all’ingrosso. Il clima insolitamente tiepido di questo autunno in tutta l’Europa consente di rinviare l’accensione dei riscaldamenti e quindi modera la domanda di energia. Anche i segnali di recessione mondiale, o quantomeno il rallentamento della crescita, riducono i consumi: col paradosso che la Cina rivende all’Europa del gas che aveva comprato ma di cui non ha bisogno perché la sua crescita è fiacca.
Le scorte per l’inverno sono state completate, le capacità di immagazzinamento del gas sono piene al 95%, quindi è cessata per adesso quella «campagna acquisti» (follemente condotta da ciascun Paese europeo per conto proprio) che aveva innescato la terribile spirale dei rialzi nei mesi scorsi. Ma le bollette che gli italiani stanno pagando riflettono ancora i prezzi all’ingrosso che erano impazziti durante quella «campagna acquisti». Ecco perché sulle famiglie e sulle imprese si abbatte, in ritardo, uno shock energetico che sui mercati all’ingrosso è già in ritirata.
Ma quanto durerà questa caduta dei prezzi? Non mi azzardo a fare previsioni, naturalmente, perché troppe incognite incidono sulla volatilità dei mercati energetici. Però il mercato dei futures già prevede un ritorno di aumenti dei prezzi quest’inverno. Un dato di fondo lo conosciamo, sulla dinamica della domanda e dell’offerta. Se continua la guerra e la Russia resta sotto sanzioni (cioè di fatto è lei che sanziona noi chiudendo i rubinetti di Nord Stream), è stata tolta dal mercato del gas una fetta consistente dell’offerta mondiale.
Per il petrolio è diverso, perché tanto petrolio viaggia su mare e quindi i flussi si adattano: il greggio che la Russia non vende più a noi, lo vende alla Cina e all’India; queste due hanno meno bisogno di petrolio saudita e di conseguenza l’Arabia può venderne di più a noi. È una partita di giro ma l’offerta complessiva di petrolio rimane abbastanza stabile (salvo qualche taglio deciso dall’Opec). Gli equilibri della domanda e dell’offerta di petrolio per adesso tendono ad aggiustarsi senza tensioni eccessive sui prezzi. Poi se arriva davvero una recessione il calo della domanda farà il resto, e i prezzi scenderanno.
Il gas segue altre regole, perché tanta parte delle forniture viaggiavano attraverso gasdotti. Quello che la Russia non vende più all’Europa non riesce a venderlo altrove. C’è quindi una componente sostanziale dell’offerta mondiale che è proprio sparita. Gli altri produttori – Olanda e Norvegia in Europa; Qatar Stati Uniti Canada Australia nel resto del mondo – non possono aumentare così tanto la propria produzione da compensare tutto l’ammanco russo.
Inoltre il gas di quei fornitori deve viaggiare allo stato liquido su nave e noi europei ci metteremo molti anni per costruire tutti i rigassificatori di cui abbiamo bisogno. (Piccolo, sporco segreto: poiché il gas liquido non è soggetto a sanzioni, noi lo stiamo comprando anche dalla Russia).
Interviene un altro problema. Per aumentare l’offerta di gas in tutti quei paesi che non sono la Russia, bisogna investire: sia nell’estrazione da nuovi giacimenti, sia nelle infrastrutture di immagazzinaggio e di trasporto. Ma governi e opinioni pubbliche in Occidente hanno contribuito a decretare uno sciopero degli investimenti, «maledicendo» le energie fossili da qui all’eternità.
Ancora di recente delle ong ambientaliste hanno pubblicamente attaccato una grande banca, Bnp Paribas, intimandole di non finanziare con un solo euro gli investimenti nel settore del gas. Rieccoci, schizofrenia pura, o autolesionismo mostruoso. Abbiamo bisogno di gas, ma vogliamo vietare tutti quegli investimenti che sono essenziali per averlo.
Questo spiega anche l’anomalia della quotazione «sotto zero» in Texas. Per la precisione, il 25 ottobre in una seduta di scambi sul mercato «spot», il gas naturale del West Texas è sceso a meno 2,25 dollari per milioni di Btu (British Termal Unit, l’unità di misura del gas). La causa è questa: localmente, in Texas, di gas se ne produce anche troppo. Però non si riesce a trasportarlo verso i consumatori sotto forma liquida. Un terminal è fuori uso da giugno per un incendio. Un altro è stato chiuso per manutenzione. Per cui i produttori di gas non sanno che farsene, pagano chi riesce a portarglielo via.
Si tratta di un problema momentaneo, anch’esso però è legato allo sciopero degli investimenti di cui sopra. Anche in America un ambientalismo anti-scientifico, con complicità a Wall Street e alla Casa Bianca, ha penalizzato per anni tutte le infrastrutture del settore negando capitali essenziali. L’idea che la transizione alle energie pulite possa essere veloce, quasi istantanea, è una follia che sta facendo danni enormi: in particolare contribuisce alle rigidità nell’offerta di quelle energie fossili che resterano ancora indispensabili a lungo.
Torno alle montagne russe: le oscillazioni folli dei prezzi del gas nei prossimi mesi. Salvo ulteriori imprevisti, dopo aver pagato delle bollette allucinanti che riflettono la corsa agli acquisti dei mesi scorsi, i consumatori italiani dovrebbero vedere arrivare delle bollette più normali che rifletteranno i prezzi di oggi, in netta discesa. Ma poi? I mercati cominceranno ad anticipare la prossima «campagna acquisti»: quando tutti i paesi europei dovranno ricominciare a fare scorte in vista dell’inverno 2023-24.
L’estate prossima ci troveremo in una situazione non molto diversa da quella dell’estate scorsa. Avremo attivato pochi rigassificatori nuovi (noi italiani molto meno dei tedeschi). La produzione olandese e norvegese, o qatarina, canadese, statunitense, australiana, sarà aumentata ma non abbastanza per via di quello sciopero degli investimenti di cui sopra. La Russia, se continua a combattere, continuerà a non venderci il suo gas salvo quel poco che arriva via nave o sui gasdotti «minori» (che attraversano Ucraina e Turchia).
Le rinnovabili non sono un’alternativa, anche perché bloccate da vincoli «paesaggistici». Per compensare il gas russo mancante non basta qualche pannello fotovoltaico in più sui tetti delle case. Bisognerebbe tappezzare il Mezzogiorno di mega-centrali solari, sequestrando così gran parte del territorio del Sud per alimentare l’industria del Nord. Oppure affollando le nostre coste di pale eoliche. Sappiamo che non accadrà. Negli Stati Uniti, dove Biden ha promesso di moltiplicare per trenta il parco eolico entro l’anno 2030, i ritardi di attuazione sono spaventosi e quell’obiettivo appare del tutto irrealistico.

Ragogna

 


Travaglio!

 

I Senzafaccia
di Marco Travaglio
Il segreto del secondo e del terzo mestiere più antichi del mondo – la politica e il giornalismo – è non avere una faccia. Così puoi dire di tutto senza perderla. E, se uno ti rinfaccia un voltafaccia per sputarti in faccia, puoi ridergli in faccia: “Faccia? Quale faccia?”.
Meloni vuole alzare il tetto del contante per favorire i poveri: perderanno i 500 euro al mese di Reddito, ma potranno girare col rotolo di 5.000 euro legati con l’elastico. Sono soddisfazioni.
Il ministro FdI Luca Ciriani spiega alla Stampa: “Intanto c’è una questione di privacy: ognuno deve poter spendere i soldi come crede”. Non capisce che il tetto al contante riguarda come paghi, non come spendi. E la privacy non tutela chi compra droga, bazooka, prostitute, favori illeciti. “Le mafie e i grandi gruppi non sono spaventati dal tetto ai contanti”. Se è per questo, neppure da Fiamme Gialle, tribunali, carceri e Codice penale: aboliamo anche quelli?
Lucio Malan, deputato FdI, twitta giulivo: “Se paghi in nero non hai alcun limite”. Gli risponde G. De Nada: “Sì, se paghi in nero hai un limite: che devi pagare in contanti. Per questo ci sono dei limiti al contante: per limitare i pagamenti in nero. Cos’è che non hai capito esattamente?”. Malan sottosegretario, come minimo.
Enrico Letta attacca Meloni perché “non ha mai pronunciato la parola pace” in 68 minuti di discorso alla Camera. Ma non spiega come mai Letta non ha mai pronunciato la parola pace in 68 giorni di campagna elettorale.
L’unica volta che De Luca ne fa una giusta – la marcia a Napoli per la pace in Ucraina – il Corriere lo accusa di “pacifismo destabilizzante” perché ignora “il ‘no grazie’ della comunità ucraina, della Cisl, del centrodestra” e ora “un altro governatore” potrebbe indire una marcia “per la vita”. Sì, ma esattamente cosa destabilizzerebbe?
Su Rep Giovanna Vitale svela la vera causa del disastro Pd: “l’avvocato pugliese” (Conte) e la sua “campagna aggressiva e non priva di ferocia ai danni di Enrico Letta”. Per dire il sadismo, pare che “punti a un suo candidato” alle Regionali nel Lazio: “Marino o Fassina” e “in casa dem masticano amaro: ‘Una provocazione, è come se noi proponessimo di candidare Di Maio’”. Ma il Pd non ha bisogno di proporre di candidare Di Maio: l’ha già candidato e i suoi elettori l’hanno già trombato.
Il portavoce e l’ambasciatore del governo ucraino criticano il capogruppo leghista Romeo (“cerca di compiacere il Cremlino”) e Conte (“Ipocrita manifestare per il cessate il fuoco”). Quando Von der Leyen e una ministra francese criticarono Meloni, Mattarella e Meloni protestarono contro le due euroingerenze. Ma ai due impiccioni ucraini nessuno risponde di chiudere il becco. E poi dicono che abbiamo un governo sovranista: magari.

Barbara e il neofascismo

 

Meloni, l’album di famiglia
NEOFASCISMO E GATTOPARDISMO - La premier rimaneggia una serie di fotogrammi pieni di omissioni, da Gladio alla P2 alle stragi di mafia. Però arrivano le lodi della stampa. E il lavoro di Draghi può proseguire
DI BARBARA SPINELLI
Fortuna ha voluto che nei dibattiti sulla fiducia a Giorgia Meloni, mercoledì al Senato, intervenisse per il M5S Roberto Scarpinato, ex magistrato, per parlare non tanto del ventennio fascista, ma della nostra storia recentissima e di quel che il neo-fascismo ha detto e fatto per decenni dopo l’avvento della Repubblica, in combutta con segmenti oscuri dello Stato e parte dei poteri forti.
L’ex magistrato ha ricordato le trame nere, la cui esistenza non è oppugnabile, e il ruolo svolto dai neofascisti nella strategia della tensione (strage di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, del treno Italicus, di Bologna). Ha connesso il presente col passato tutto intero. Ha ricomposto una biografia della nazione che per due giorni, in Parlamento, era stata presentata da Meloni come storia a pezzi, simile alla guerra mondiale a pezzi descritta da Papa Francesco.
Si può capire l’ira di Meloni, che s’esprime volentieri col linguaggio urlante del corpo (movimento della bocca che scaglia improperi, sguardo fosco). Lo squarcio inferto al velo nel quale s’avvolge l’ha visibilmente seccata. Tanto è bastato perché il microfono venisse spento nell’attimo in cui Scarpinato, evocando i legami fra destre eversive e mafia, pronunciava il nome di Marcello Dell’Utri. Abbiamo notato stizza nei banchi di destra, silenzio nel Pd ancora draghiano, applausi solo di 5 Stelle e Giuseppe Conte, che oggi appare l’unico vero leader dell’opposizione. La storia a pezzetti si è così scontrata, per qualche minuto, con un discorso di verità. Accadde qualcosa di simile quando Rossana Rossanda, il 28 marzo 1978, nel pieno del sequestro Moro, lanciò un macigno nello stagno del Pci: “In verità, chiunque sia stato comunista negli anni 50 riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia”. Ancora aspettiamo chi, a destra, sfogli il proprio album di famiglia e smetta di tacere sul neofascismo postbellico nell’ora in cui quest’ultimo si presenta – parla ancora Scarpinato – come “l’ultimo travestimento che nella patria del Gattopardo consente al vecchio di celarsi dietro le maschere del nuovo, creando l’illusione del cambiamento”. Da quando ha giurato sulla Costituzione, Meloni è circondata da sorrisi e acclamazioni fin qui riservati a Draghi (è impressionante il trasformismo di una stampa dimentica del proprio mestiere di cane da guardia). I sorrisi di Mattarella e Draghi innanzitutto, talmente larghi da divenire sospetti (perché è donna? giovane? underdog “meritevole”?). “Una cosa emotivamente un po’ impattante” è stato per lei il salire le altrui scale a Palazzo Chigi, al termine delle quali l’attendeva raggiante il predecessore, insigne rappresentante in Occidente dei poteri forti. Sono emotivamente impattati anche i commentatori: ecco infine una donna, addirittura una “fuoriclasse”, modello di passione mescolata a competenza, e magari il Pd ne avesse una così. I Gattopardi s’affollano sulla scena e dietro le quinte.
Intanto il capo di governo annuncia false “rivoluzioni copernicane”, quasi tutte nel segno della continuità: in politica economica (condoni, indulgenza verso gli evasori), sull’energia, l’ambiente, il lavoro (strali contro il Reddito di cittadinanza). E in politica estera – fedeltà atlantica incondizionata nella guerra in Ucraina, attacchi alla Cina, sostegno ai maxi-profitti delle industrie militari – tanto da suscitare il fondato sgomento di Conte: “Ma non è che alla fine l’agenda Draghi, presidente Meloni, la vuol scrivere Lei?”. È fondato lo sgomento, perché in filigrana già s’intravedono futuri possibili: crisi della coalizione di destra, alleanze con i draghiani Renzi e Calenda.
Non che siano scomparsi dubbi e sospetti sul passato di Fratelli d’Italia, anzi: fioriscono, i dubbi, sotto forma di copiose produzioni di libri su Mussolini e Marcia su Roma, nel caso li avessimo scordati. Per la verità non abbiamo dimenticato, non c’è bisogno che nei talk ci ripetano un giorno sì uno no (Sapevatelo su Rieducational Channel!) che la Marcia fu un abominio. Si sta bene quando la storia di una nazione o un individuo si riduce a una serie di fotogrammi rimaneggiati – prima il Risorgimento, poi la Marcia e le leggi razziali, poi l’America che ci libera e resta unica perenne stella polare visto che antifascismo e Resistenza non sono nominati, infine la palingenesi con il duetto La Russa-Liliana Segre accampati sugli schermi che chiudono il cerchio. È come se tra la fine della Repubblica di Salò e oggi ci fosse il nulla, e non: le congiure e i tentativi di colpo di Stato, Portella della Ginestra, assassinio di Mattei, Gladio, Piano di rinascita democratica della P2, assassinio di Moro, stragi di mafia, ecc. Quanto all’antifascismo, Meloni l’ha evocato solo per ricordare gli “anni più bui della criminalizzazione e della violenza politica, quando nel nome dell’antifascismo militante, ragazzi innocenti venivano uccisi a colpi di chiave inglese”. Già, questo fu l’antifascismo, non ci avevamo pensato: ammazzamenti con chiavi inglesi. Non c’è da stupirsi se questa riscrittura della storia, che implicitamente riconosce solo agli Stati Uniti il merito di Liberazione dai nostri mostri, sia perfettamente funzionale ai dogmi neoliberisti e neocon, in continuità gattopardesca col governo precedente e il volere dei mercati. Anche questo governo rallenterà le trasformazioni ecologiche, e per questo incorpora ex ministri come Cingolani, che oltre al nucleare difende il fossile, il carbone e il gas liquido Usa da comprare a caro prezzo (esentandolo da rigidi tetti del prezzo: mica è gas russo!) proprio quando il rapporto Onu pubblicato mercoledì certifica che il riscaldamento terrestre sta toccando il punto di non ritorno. Impossibile che il pianeta fronteggi un simile disastro quando infuria una guerra per procura tra Occidente e Russia e s’infiamma il conflitto Usa-Cina.
Come neoliberista/illiberale, infine, il capo del governo teorizza il laissez-faire, le deregolamentazioni, e una democrazia non più “interloquente ma decidente” (“Il motto di questo governo sarà: ‘Non disturbare chi vuole fare’”). Motto plurisecolare, che Keynes criticò fin dal 1926: “(Il laissez-faire) presuppone che non vi sia grazia né protezione per quanti indirizzino il loro capitale o il loro lavoro nella direzione sbagliata. È un metodo che porta verso l’alto i ricercatori di guadagno a cui arride il successo, grazie a una spietata lotta per la sopravvivenza, attraverso la quale si seleziona il più efficiente per mezzo del fallimento del meno efficiente. (…) Se lo scopo della vita è quello di cogliere le foglie dagli alberi fino alla massima altezza possibile, il modo più facile di raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo facciano morire di fame quelle dal collo più corto”. È passato quasi un secolo e ancora c’è – da Meloni a Renzi a Calenda – chi difende le giraffe con collo più alto.
La guerra contro i poveri è cominciata e la chiamano Ritorno della Politica e Meritocrazia.

Salutiamolo!